Violenza, corpo e sistema

Intervista a Berna Reale, di Vilma Bieniek

L’opera di Berna Reale nasce da un punto che raramente è confortevole: la violenza non come eccezione, ma come struttura. Il suo sguardo non si sofferma su episodi isolati o su eventi straordinari; al contrario, individua un sistema che trasforma l’essere umano in cosa in modo continuo, lento e ampiamente normalizzato — ed è proprio qui che risiede il suo aspetto più drammatico. Le forme di questa violenza sono innumerevoli e troppo intime per suscitare ancora stupore: abuso infantile, femminicidio, carcerazione, controlli di polizia, esclusione quotidiana. Quando l’umano diventa cosa, questa trasformazione non avviene in modo puntuale, ma come regola.
Sebbene creata in Brasile, a partire dall’Amazzonia, la sua opera non si chiude in un territorio specifico. Quando circola fuori dal Paese, soprattutto in Europa, non perde senso né si diluisce; al contrario, si amplia. Ogni pubblico la legge a partire dalle proprie esperienze storiche, sociali e culturali, facendo sì che le immagini assumano nuovi contorni. La violenza, tuttavia, non cambia nella sua essenza — cambia solo linguaggio e contesto.
Nulla nel suo lavoro è improvvisato. La performance nasce da un processo lungo, attraversato da una ricerca intensa, dallo studio di ciò che è già stato detto e visivamente costruito su un determinato tema e dalla necessità di trovare una forma di espressione propria. Concetto, immagine, corpo, vissuto e ricerca procedono insieme, senza gerarchie. Tutto comunica, tutto pesa sullo spettatore. Per questo il tempo è un elemento fondamentale. Sbagliare fa parte del processo, così come ripercorrere il cammino. L’artista diffida della fretta e delle soluzioni immediate, permettendo all’opera di maturare prima di essere resa pubblica.

“Palomo”, 2012, registro fotográfico de performance, 100×150 cm


Questa esigenza formale è attraversata in modo decisivo dal suo percorso come perita criminale. Vivere tra due mondi — quello dell’arte e quello dell’indagine forense — ha permesso a Berna di vedere la violenza senza filtri, nuda e cruda. Riconosce che non sarebbe la stessa artista, né avrebbe lo stesso focus, se non avesse avuto questa esperienza diretta con crimini, corpi e istituzioni. L’arte emerge così come uno spazio di traduzione e frizione tra questi universi, non per addolcire la realtà, ma per metterla in evidenza in un altro modo.
Il disagio occupa un posto centrale nella sua etica artistica, ma non un disagio qualsiasi. Berna rifugge dallo shock facile, dall’impatto vuoto utilizzato solo per catturare lo sguardo. Lo shock consumabile non la interessa. La sfida consiste nel produrre inquietudine attraverso un’estetica rigorosa e concetti elaborati, capaci di generare una svolta interiore nello spettatore. Il confine tra denuncia e spettacolarizzazione è costantemente sorvegliato. Le sue immagini cercano stratificazione, complessità, seduzione formale e densità simbolica, ricorrendo alla semiotica come via di interrogazione.

“Palomo”, 2012, registro fotográfico de performance, 100×150 cm


Nella performance, il corpo diventa un campo politico, ma non come corpo individuale o autobiografico. Per Berna si tratta di un corpo collettivo, multiplo, simbolico. Per questo evita il sacrificio fisico e il dolore come spettacolo. Il corpo funziona come segno, come luogo di condensazione delle tensioni sociali, e non come prova di resistenza personale. Il costo della creazione non si colloca solo sul piano fisico, ma anche su quello emotivo e
simbolico. Il guadagno risiede nella possibilità di spostare le narrazioni, esporre i meccanismi di potere e instaurare domande nello spazio pubblico.
Quando pensa alle istituzioni, Berna non le separa. Stato, polizia, giustizia, media, chiesa e famiglia operano come parti di un unico sistema. Il suo interesse non è quello di mettere in tensione un singolo elemento, ma di interrogare il modo in cui questo sistema funziona per produrre potere e generare violenza in maniera continua e legittimata. Questo sguardo attraversa opere come Ginástica da Pele, spesso ridotta a letture semplificate. L’artista tiene a chiarire che il lavoro non coinvolge solo giovani neri: ci sono anche giovani bianchi, abitanti delle periferie, spesso tatuati. Ciò che l’opera rivela sono proporzioni, modelli di controllo, statistiche incarnate in corpi concreti.
La circolazione delle immagini — in fotografia e video — non è vista come un rischio in sé, ma come parte integrante del lavoro. Più sono accessibili e visibili, meglio è. Il pericolo non risiede nella circolazione, ma nella lettura superficiale. Quando pubblici stranieri cercano di inquadrare la sua opera come qualcosa “sul Brasile”, Berna reagisce in modo diretto: la violenza è universale. Il controllo di polizia su un uomo nero avviene in Brasile, negli Stati Uniti e in Europa. Il femminicidio attraversa i continenti. Non si tratta di esotismo né di distanza culturale, ma di riconoscimento — o del suo rifiuto.
Per Berna Reale, in particolare la performance urbana porta con sé un’energia singolare, viscerale, difficilmente mediabile da altri linguaggi. Tuttavia, non cerca la commozione. L’obiettivo è generare inquietudine, provocare riflessione. Questa inquietudine può essere silenziosa, ironica o destabilizzante e non deve necessariamente produrre effetti immediati di grande portata. Un piccolo spostamento nel modo di vedere costituisce già un effetto reale.
Ripercorrendo il proprio percorso, l’artista non individua un’unica opera come la più trasformativa. Sono state molte, ciascuna con la propria singolarità, ciascuna capace di generare spostamenti interiori. Guardando al futuro, la domanda che rimane è la stessa persistenza della violenza — questo organismo vivo che cambia forma, si adatta, si intensifica e non si esaurisce mai. È per questo che il tema ritorna continuamente, senza mai ripetersi.

“A Morte”, 2011, registro fotográfico de performance, 100×150 cm


Insistere nel gesto artistico, in tempi di irrigidimento politico e di stanchezza sociale, è un atto difficile. Essere artisti è già complesso; continuare a esserlo lo è ancora di più. Il desiderio di abbandonare affiora, ma non si concretizza. Creare e restare a Belém, lontano dai centri egemonici di legittimazione, intensifica le difficoltà. L’Amazzonia offre bellezza e crudeltà in egual misura: natura esuberante, popolazione dimenticata, sfruttamento costante. Questo territorio impone limiti, ma produce anche uno sguardo che non si adagia.
Quando pensa alla parola “giustizia”, Berna è netta: non crede più in essa. La perdita della fede nel sistema giudiziario rappresenta, per lei, una delle grandi sconfitte dell’umanità. In un mondo violento e crudele, resta poco sostegno istituzionale. È in questo vuoto che l’arte si inserisce — non come redenzione, ma come campo di contesa, dove è ancora possibile mettere in tensione il sistema, esporne gli ingranaggi e rifiutare il silenzio.