CIBI RITUALI: tra gusto e simbolo – I liquori votivi

I liquori votivi tra Italia e Brasile

di Pietro Razzino

Il cibo e la bevanda, quando entrano nel territorio del rito, smettono di essere semplici elementi di nutrimento e diventano simboli di identità, strumenti di mediazione con il sacro e veicoli di memoria collettiva. Tra le forme più suggestive di questa dimensione troviamo i liquori votivi, preparazioni che nascono da gesti codificati, calendari religiosi e credenze popolari.

In Italia, il caso più emblematico è il nocino di San Giovanni, ottenuto dalle noci raccolte la notte del 24 giugno, quando secondo la tradizione le piante sprigionano la massima forza magica. La raccolta avviene spesso da parte di donne, scalze e in silenzio (in alcune zone si pensa che siano addirittura streghe), e il frutto viene posto a macerare in alcol insieme a spezie e aromi. Il risultato è un liquore scuro e intenso, che porta con sé la memoria di un rito di passaggio stagionale e di protezione comunitaria.

Non meno significativi sono i liquori monastici alle erbe, come il “Laurus” dei camaldolesi o il “Centerbe” abruzzese, nati nei conventi medievali come rimedi medicinali e offerte votive. In entrambi i casi, la bevanda diventa un ponte tra natura e spiritualità, trasformando la materia vegetale in simbolo di fede e di cura.

Sono molte le teorie nelle quali si declina ogni alimento o bevanda come un costrutto culturale, evidenziandone un ruolo simbolistico; ad esempio, il vino ed i liquori spesso sono strumenti di identità e di ritualità collettiva.

Se ci spostiamo oltreoceano, in Brasile, incontriamo pratiche analoghe che, pur con ingredienti e contesti diversi, rispondono alla stessa esigenza antropologica: dare forma al sacro attraverso la bevanda.

La cachaça, distillato di canna da zucchero nato nel XVI secolo, è oggi celebre come base della caipirinha, ma conserva un forte legame con la ritualità popolare e con la storia coloniale. Nelle feste religiose e comunitarie, la cachaça non è solo un distillato: è simbolo identitario, memoria delle piantagioni e della resistenza culturale. La produzione e il consumo di questa bevanda sono parte integrante della costruzione culturale brasiliana.

Accanto alla cachaça, un caso ancora più emblematico è l’ayahuasca, decotto amazzonico a base di Banisteriopsis caapi e Psychotria viridis.

Utilizzata nelle religioni sincretiche come il Santo Daime, l’ayahuasca è considerata sacramento, paragonabile all’eucarestia cattolica. Il rito di assunzione, guidato da uno sciamano o da un leader religioso, ha funzione di purificazione, guarigione e connessione con il divino. Qui la bevanda diventa esperienza spirituale collettiva, capace di trasformare la percezione e di rafforzare la coesione comunitaria. L’ayahuasca è al centro di un processo di reinvenzione culturale, che intreccia tradizione indigena e religioni urbane.

Chiaramente molte sono le analogìe antropologiche:

  • il Calendario rituale: il nocino si prepara a San Giovanni, l’ayahuasca si assume in cerimonie scandite da cicli religiosi
  • la Funzione comunitaria: entrambi rafforzano la coesione sociale, creando un’esperienza condivisa.
  • Mediazione col sacro: il nocino è legato alla protezione magica, l’ayahuasca alla visione spirituale.
  • Identità culturale: come la cachaça racconta la storia del Brasile coloniale, i liquori monastici narrano la tradizione europea.

Queste analogie mostrano come, pur in contesti lontani, il gesto di trasformare frutti, erbe o radici in bevanda rituale risponda a un bisogno universale: trasformare la natura in simbolo e la convivialità in rito. Cambiano gli ingredienti, mutano i paesaggi, ma resta costante la funzione antropologica: dare forma al sacro attraverso la materia, rendendo il bere un atto di identità e di comunità.

Mettere in dialogo il nocino e l’ayahuasca significa riconoscere che il cibo e la bevanda rituale sono linguaggi universali. In Italia, il nocino custodisce la memoria di un rito agricolo e magico; in Brasile, l’ayahuasca apre la porta a visioni spirituali e a un sincretismo religioso unico. Entrambi dimostrano che il gesto di bere, quando diventa rituale, è molto più di un piacere sensoriale: è un atto di appartenenza, di fede e di trasformazione.

Riferimenti italiani

  • Montanari, Massimo – Il cibo come cultura Editore: Laterza, 2004 – 144 pp. Un classico che mostra come il cibo sia un costrutto culturale e simbolico, utile per inquadrare i liquori votivi italiani.
  • Niola, Marino – Si fa presto a dire cotto Editore: Il Mulino, 2009 – 256 pp. Analisi antropologica dei rituali alimentari italiani, con capitoli su baccalà, pane, vino e simbolismi.
  • Guigoni, Alessandra – Antropologia del mangiare e del bere Editore: FrancoAngeli, 2012 – 208 pp. Approfondisce il ruolo culturale e simbolico delle bevande, inclusi vino e liquori, nel contesto rituale.

Riferimenti brasiliani

  • Silva, Djanilson Amorim da – Antropologia da cachaça: um estudo sobre produção, circulação e consumo do destilado brasileiro Tesi di Dottorato, Universidade Federal de Pernambuco, 2019 – 241 pp. Studio etnografico sulla cachaça come patrimonio culturale e simbolo identitario.
  • Labate, Beatriz Caiuby – A reinvenção do uso da ayahuasca nos centros urbanos Editore: Mercado de Letras/FAPESP, 2004 – 310 pp. Analisi antropologica del Santo Daime e delle religioni ayahuasche, con focus sul rito e sul simbolismo.
  • Labate, Beatriz Caiuby; Rose, Isabel Santana de; Santos, Rafael Guimarães dos – Religiões ayahuasqueiras: um balanço bibliográfico Editore: Mercado de Letras/FAPESP, 2008 – 368 pp. Bibliografia critica e analisi delle religioni ayahuasche brasiliane.
  • Antunes, Henrique Fernandes – A literatura antropológica e a reconstituição histórica do uso da ayahuasca no Brasil Articolo in Revista de Antropologia Social dos Alunos do PPGAS-UFSCar, 2011 – 28 pp. Ricostruzione storica e antropologica del consumo rituale di ayahuasca.