Daniele Sepe: intervista

di Vilma Bieniek

Il suo percorso musicale è ricco di linguaggi e influenze. Cosa, secondo lei, tiene insieme questa molteplicità? Esiste una radice comune che attraversa tutta la sua produzione artistica?

Sicuramente il collante è la musica e la cultura popolare, che è comunque alla base di qualsiasi linguaggio. Questo, consapevolmente, almeno dall’inizio dell’Ottocento, quando i caratteri nazionali venivano sottolineati ed esplorati anche in funzione politica e nazionalista. Pensi a Liszt per l’Ungheria o Borodin per la Russia. Insomma, non è una novità che i compositori — da Beethoven a Zawinul — abbiano attinto al repertorio popolare per dare un carattere forte alla loro musica.

La sua musica sembra dialogare con il mondo, con le sue tensioni e bellezze. Che rapporto esiste, per lei, tra creazione artistica e realtà sociale?

La musica, l’arte, è politica. Ogni azione è politica. Ignorarlo vuol dire accettare lo status quo; usarla per riportare indietro il mondo ai servi della gleba vuol dire essere artisti reazionari. Usarla per rinsaldare la speranza di un mondo equo e giusto significa, in qualche maniera, inseguire il sogno di una rivoluzione planetaria. Economica e culturale.

In un’epoca in cui molte proposte culturali tendono all’omologazione, come si coltiva una voce artistica autentica e riconoscibile?

Con la pazienza, con la risoluta pazienza. Dopo tutto, i Viet Cong hanno sconfitto la più grande potenza militare del pianeta. Se loro hanno fatto questo, io posso sopportare la malinconia di vedere la maggior parte dell’umanità soggiogata al pensiero unico. Zappa diceva che, in questo, la televisione è la più grande arma al servizio dei poteri forti, e mi sembra esatto. Si continua per la propria strada, consci dei propri limiti.

L’idea di mescolare tradizione e sperimentazione è una costante nel suo lavoro. Quanto è importante per lei mantenere vivo il legame con le radici, e quanto conta il rischio e l’apertura all’ignoto?

La tradizione è un’invenzione, come diceva Hobsbawm. Non ha senso riproporre ed eseguire un repertorio popolare così com’era 60 anni fa, in un mondo completamente diverso dall’oggi e nel quale la musica popolare aveva funzioni sociali completamente differenti. Pensi alle ninna nanne, diffuse in maniera diversa in tutto il mondo. Ormai i bambini vengono addormentati davanti alla tivù.
 Per me è fondamentale rifuggire dal folklorismo museale e dalla retorica che esso nasconde: quella dei “bei vecchi tempi andati”. Mio nonno era contadino: c’era poco da stare allegri a zappare la terra di qualcun altro.
 La cultura popolare ci può servire a combattere quella televisiva del consumismo imposto. Tenerci con i piedi per terra e cercare la felicità altrove.

Come vede oggi il ruolo dell’artista nella società? È cambiato rispetto a quando ha iniziato il suo cammino musicale?

No, non è cambiato. Cambiano le forme, cambia l’estetica, ma l’artista dovrebbe avere, quando ne ha coscienza, il ruolo che avevano gli uccelli nelle miniere: avvertire prima degli altri il pericolo di una società dominata finanziariamente e politicamente da individui abietti, cinici e ingordi.

La musica, oltre ad essere suono, è anche visione, gesto, racconto. Qual è per lei la dimensione più profonda dell’atto creativo?

È giusto parlare di visione. Siamo un po’ come gli scrittori di fantascienza: viviamo nel presente immaginando il futuro,  a volte roseo, più spesso grigio,  che ci attende. In qualche maniera ogni artista dovrebbe essere un piccolo profeta.

In un mondo che corre veloce e spesso premia la superficialità, come si preservano la qualità e l’intensità nella composizione e nell’ascolto?

Si parla molto di alimentazione naturale, di ricerca del gusto nelle cose da bere e mangiare… beh, il cervello andrebbe alimentato nello stesso modo dello stomaco. Tenendosi lontani da tutti gli additivi, che ci propone il mainstream. E cercando sempre con costanza altrove.

Se dovesse trasmettere un principio guida alle nuove generazioni di artisti, quale sarebbe? E che tipo di “libertà” vale realmente la pena cercare nella musica?

In primo luogo, la propria libertà artistica. Ha un grosso appeal firmare un contratto con un grande editore, una major discografica. Il successo, la visibilità… Io ho preferito fare da solo, mantenendo la mia piena autonomia. Seguendo la lezione di Frank Zappa.