Ginevra Nervi: l’architettura del suono e i confini dell’ascolto contemporaneo

di Vilma Bieniek

Ginevra Nervi è una delle voci più interessanti della scena sonora contemporanea. Con un percorso che attraversa cinema, performance, installazioni immersive e tecnologia, la sua pratica mette in discussione i limiti tra suono, spazio e corpo. In questa conversazione, Nervi ci accompagna dietro le quinte del suo processo creativo, dove la voce è argilla, il silenzio è composizione e il futuro dell’arte dipende dal tempo che decidiamo di dedicarle.

Dalla chitarra materna al cinema: un inizio forgiato dalla pratica autodidatta

Ginevra ha iniziato presto: a 13 anni si insegnava da sola a suonare la chitarra acustica della madre, mentre studiava teoria musicale, solfeggio e canto corale in Accademia. Più tardi ha approfondito il canto moderno e la produzione musicale. “È stato il contatto diretto con la produzione dei miei brani ad aver davvero plasmato il mio modo di lavorare oggi”, racconta. Questa autonomia tecnica e creativa si è rivelata fondamentale nella sua esperienza nel cinema e in televisione, dove ha imparato a tradurre emozioni in texture sonore con precisione narrativa.

La voce come argilla: manipolazione, infanzia e straniamento

Sebbene la voce sia spesso al centro del suo lavoro, raramente si presenta in forma pura. Ginevra la distorce, la frammenta, la trasforma. Per lei, la voce è lo strumento più antico e viscerale dell’umanità. “Mi piace pensarla come un’argilla con cui creare mondi in miniatura”, dice. Questo approccio sperimentale riflette una volontà ludica — quasi infantile — di esplorazione continua, che la spinge a cercare nuove sfumature in questo strumento così intimo.

Dal concerto allo spazio espositivo: il suono come corpo

L’interesse di Nervi per l’arte contemporanea e le installazioni è nato durante gli studi al Conservatorio di Genova, grazie alle collaborazioni con studenti dell’Accademia Ligustica di Belle Arti. Progetti come Et Ego Audiam e Pornografica hanno segnato i suoi primi esperimenti in spazi ibridi tra suono e immagine. Più recentemente, ha creato un’installazione per l’anniversario di Amnesty International, utilizzando estratti dal suo AV show.

In questi lavori, il suono non fa da sfondo: occupa lo spazio, vibra sulle pareti, prende quasi forma scultorea. “Mi piace pensare al suono come qualcosa di tangibile”, spiega. Secondo lei, il punto d’incontro tra tatto e udito si trova nelle frequenze più basse — negli infrasuoni che non sentiamo, ma percepiamo fisicamente. Il suono, così, diventa architettura emotiva e fisica.

Drammaturgia del silenzio e ascolto radicale

Per Ginevra, il silenzio è pieno: “Nel silenzio, così come lo intendiamo, esistono miliardi di piccoli suoni. Il silenzio, se ascoltato, è di per sé una grande composizione”. Da qui nasce il suo interesse per i paesaggi sonori e per gli “spazi vuoti” tra i suoni. Nelle sue installazioni, la pausa, il respiro, l’assenza sonora hanno lo stesso peso della presenza. È in quell’intervallo che si costruisce la tensione, la narrazione e lo spazio per l’ascoltatore.

Intelligenza artificiale: minaccia o strumento?

Nervi guarda all’intelligenza artificiale con curiosità — e con un sano senso critico. “Non mi spaventa l’IA, mi spaventano gli usi che una società malata potrebbe farne”, afferma. Per lei, la differenza sta nel come viene usata: come agente creativo o come sostituto impoverito dell’immaginazione umana? Per ora, non ha ancora sperimentato strumenti di IA nella composizione, ma osserva da vicino le evoluzioni del settore.

Il futuro della musica è nel tempo che le dedichiamo

Quando le si chiede di immaginare il futuro della musica come linguaggio artistico, Ginevra parla di tempo — non quello dell’orologio, ma quello vissuto. “Immagino un artista del futuro che dona a una comunità o a un singolo un’opera unica, viva, inedita, da esperire solo in uno spazio fisico protetto, lontano dalla virtualità. Uno spazio dove ‘concedersi tutto il tempo necessario’ sia la regola”. Secondo lei, gli artisti sopravvivranno solo se il pubblico imparerà di nuovo ad ascoltarli con tempo, attenzione e profondità.