IL GRANDE RIFIUTO

Monologo teatrale

Di Pasquale Stanziale

Monologo teatrale

HERBERT MARCUSE, filosofo, si trova in uno spazio neutro, quasi atemporale. È seduto su una sedia semplice, circondata da schermi che si accendono e spengono, proiettando immagini del mondo contemporaneo: social media, pubblicità, proteste, tecnologia. La sua voce è calma ma penetrante, il suo sguardo fermo e pensoso.

MARCUSE: (alzandosi lentamente, osservando gli schermi)

Eccomi qui, in questo tempo che non è più il mio, eppure… eppure è esattamente il tempo che avevo previsto. Guardatevi intorno. Osservate questa società che avete costruito, questa magnifica, terrificante realizzazione di ciò che io chiamavo “società a una dimensione”.

(si avvicina a uno schermo che mostra persone sui social media)

Vedete? Milioni di individui connessi, eppure mai stati così soli. Ognuno con una finestra sul mondo, eppure incapaci di vedere oltre la propria immagine riflessa. Io scrivevo della “coscienza felice” – quella condizione in cui l’individuo si identifica completamente con la sua esistenza, perdendo la capacità di immaginare alternative. E voi… voi avete superato ogni mia aspettativa.

Non è più necessario un Grande Fratello che vi osservi. Voi stessi vi osservate, vi catalogate, vi misurate in like, in follower, in visualizzazioni. Avete trasformato la vostra stessa esistenza in una merce da vendere, un brand da promuovere. E lo fate sorridendo, convinti di essere liberi.

(si volta verso il pubblico)

La tecnologia… ah, la tecnologia! Io avvertivo che potesse diventare uno strumento di controllo, ma nemmeno la mia immaginazione più pessimista aveva previsto questo. Non è più la macchina che domina l’uomo – l’uomo è diventato appendice volontaria della macchina. Portate con voi, ovunque andiate, il vostro dispositivo di sorveglianza personale. E quando ve lo dimenticate a casa, provate ansia, come se aveste perso una parte di voi stessi.

(pausa, guardando uno schermo che mostra pubblicità)

I “falsi bisogni” di cui parlavo si sono moltiplicati all’infinito. Non avete più bisogno di nulla, eppure avete bisogno di tutto. Ogni giorno vi viene detto che la felicità è a portata di click, a portata di carta di credito. Un nuovo telefono, un nuovo paio di scarpe, un nuovo corso online per migliorare voi stessi… sempre voi stessi, come se il problema fosse individuale e non sistemico.

E il linguaggio… oh, il linguaggio! Io parlavo di “linguaggio unidimensionale”, di come la semplificazione comunicativa potesse impoverire il pensiero. Ma voi avete fatto di meglio: avete ridotto l’intera complessità dell’esperienza umana a emoji, a hashtag, a messaggi di centoquaranta caratteri. Come si può pensare in profondità quando il mezzo stesso di comunicazione impedisce la complessità?

(si siede, riflettendo)

Eppure… eppure qualcosa si muove. Proprio dove io lo avevo previsto: ai margini. I giovani che scendono in piazza per il clima, che rifiutano il vostro modello di crescita infinita su un pianeta finito. Le donne che dicono basta alla violenza sistemica. Le minoranze che reclamano non solo diritti, ma riconoscimento della loro diversità come valore.

(si alza di nuovo, con energia crescente)

Questi sono i nuovi “gruppi marginali” di cui intuivo la potenza rivoluzionaria. Non la classe operaia tradizionale – quella è stata integrata, cooptata dal sistema attraverso il consumo e il credito facile. No, la forza del cambiamento viene da chi il sistema non riesce a integrare completamente: i precari, gli esclusi digitali, chi vive sulla propria pelle le contraddizioni di un mondo che promette tutto a tutti e non mantiene nulla.

(pausa drammatica)

Ma attenzione! Il sistema ha imparato anche dai miei scritti. Sa come neutralizzare il dissenso. Prende le vostre proteste e le trasforma in trend. Prende le vostre rivendicazioni e le fa diventare slogan pubblicitari. “Be different”, “Think different”, “Rebel”… vendono ribellione come vendono qualsiasi altra merce.

Il “Grande Rifiuto” di cui parlavo non può essere solo uno slogan, non può diventare un brand. Deve essere una pratica quotidiana, un no radicale a questa logica che trasforma tutto in merce, anche la resistenza stessa.

(si avvicina ancora di più al pubblico)

Voi che mi ascoltate, in che categoria vi riconoscete? Siete tra gli integrati, quelli che hanno trovato il loro posto nel sistema e non vogliono disturbarlo? O siete tra i marginali, quelli che ancora sentono il disagio, l’inadeguatezza, la consapevolezza che qualcosa non funziona?

Se appartenete al primo gruppo, probabilmente state già pensando a come trasformare queste mie parole in un post da condividere, in un modo per mostrarvi intellettuali e critici senza cambiare nulla della vostra vita. È il paradosso della “coscienza felice”: può persino permettersi di essere critica, purché questa critica non metta realmente in discussione nulla.

Ma se appartenete al secondo gruppo… se sentite ancora il morso dell’alienazione, se vi accorgete di quanto sia difficile pensare liberamente in un mondo che vi bombarda costantemente di stimoli e distrazioni, se avvertite la sensazione di vivere una vita che non è veramente vostra… allora c’è ancora speranza.

(torna verso gli schermi)

Guardate questi algoritmi che decidono cosa dovete vedere, cosa dovete comprare, con chi dovete uscire, cosa dovete pensare. Sono la perfetta realizzazione di quella “razionalità tecnologica” che temevo potesse diventare totalitaria. Non c’è bisogno di campi di concentramento quando si può costruire una prigione di comfort e convenienza.

Ma ogni prigione ha le sue crepe. E le crepe di questo sistema sono proprio là dove non riesce a integrare completamente le contraddizioni che produce. La crisi climatica che mette in discussione il mito della crescita infinita. La crescente disuguaglianza che svela la falsità del “tutti possono farcela”. La solitudine di massa che rivela quanto sia illusoria la connessione digitale.

(pausa, più intimo)

L’arte… io credevo molto nell’arte come forma di resistenza. E anche qui vedo segnali contraddittori. Da un lato, l’arte è stata completamente mercificata, trasformata in intrattenimento di massa, in contenuto da consumare rapidamente. Dall’altro, emergono forme nuove di espressione, modi diversi di raccontare la realtà, di immaginare alternative.

Chi crea arte oggi deve lottare contro la logica dell’algoritmo che premia solo ciò che è già popolare, che spinge verso la conformità mascherata da personalizzazione. “Contenuti simili a quelli che ti sono piaciuti” – ecco la morte dell’arte, la fine della possibilità di essere sorpresi, sfidati, cambiati da un’opera.

(si ferma davanti a uno schermo che mostra proteste)

Eppure guardate: ogni tanto qualcosa rompe la superficie liscia del consenso. Una canzone che dice quello che non si dovrebbe dire. Un film che mostra quello che si preferirebbe nascondere. Un libro che fa pensare invece di confermare. Un movimento che nasce dal basso e non si lascia cooptare facilmente.

(torna al centro della scena)

Il problema non è la tecnologia in sé. Il problema è chi la controlla e per quali scopi. Non è impossibile immaginare una tecnologia liberatoria, che amplifica le capacità umane invece di sostituirle, che connette veramente le persone invece di isolarle in bolle algoritmiche, che aumenta il tempo libero per la creatività e la riflessione invece di creare nuove forme di lavoro gratuito mascherato da intrattenimento.

Ma per arrivare a questo, occorre prima liberarsi dall’illusione che il cambiamento possa venire dall’interno del sistema, attraverso le sue stesse regole. Il mercato non si auto-regolerà verso il bene comune. La tecnologia non diventerà automaticamente democratica. La crescita economica non risolverà spontaneamente la crisi ecologica.

(più intenso)

Serve un “no” radicale. Un rifiuto di accettare che le cose debbano necessariamente andare così. Un rifiuto di credere che non ci siano alternative. Un rifiuto di accontentarsi di piccole riforme che lasciano intatta la struttura profonda del sistema.

Ma attenzione: questo “no” non può essere solo distruttivo. Deve essere creativo. Deve immaginare e iniziare a costruire alternative concrete. Comunità che funzionano secondo logiche diverse. Economia che mette la vita al centro invece del profitto. Tecnologie che servono l’uomo invece di asservirlo.

(si avvicina nuovamente al pubblico, più diretto)

E voi, cosa potete fare? Primo: smettete di credere di essere consumatori. Siete cittadini, siete esseri umani con dignità, creatività, capacità di scelta. Secondo: riappropriatevi del vostro tempo. Spegnete i dispositivi, camminate, leggete libri veri, parlate con persone reali. Terzo: sostenete chi resiste. Non lasciate soli i “gruppi marginali” – loro sono la vostra speranza di futuro.

Quarto: praticate il dubbio sistematico. Quando vi dicono che qualcosa è inevitabile, chiedetevi: chi ci guadagna da questa inevitabilità? Quando vi propongono una soluzione tecnologica a un problema sociale, chiedetevi: perché non affrontare il problema alla radice?

(pausa, più riflessivo)

Non sono ingenuo. So bene quanto sia difficile resistere a un sistema che offre comfort e convenienza in cambio della libertà. So quanto sia seducente l’illusione di poter cambiare tutto restando dentro le regole del gioco. So quanto sia più facile condividere un post di protesta che cambiare realmente il proprio stile di vita.

Ma so anche che nella storia umana i cambiamenti più profondi sono sempre arrivati quando qualcuno ha avuto il coraggio di dire “no” al consenso dominante. Quando qualcuno ha scelto di essere marginale pur di restare autentico. Quando qualcuno ha preferito l’incertezza della libertà alla sicurezza della sottomissione.

(gli schermi iniziano a spegnersi uno a uno)

Vedete? Anche ora, mentre parlo, il sistema sta già pensando a come neutralizzare queste parole. Qualcuno le trasformerà in citazioni ad effetto per Instagram. Qualcuno le userà per vendere libri su come “liberarsi dal sistema” – restando ovviamente dentro il sistema. Qualcuno ne farà una serie TV dove la ribellione diventa intrattenimento.

Ma qualcun altro, forse, le userà come stimolo per una riflessione più profonda. Per iniziare quel processo di “grande rifiuto” che non è mai definitivo, ma va rinnovato ogni giorno, in ogni scelta, piccola o grande che sia.

(tutti gli schermi si spengono, resta solo una luce su Marcuse)

Il futuro non è scritto. Non è vero che “non c’è alternativa”. Non è vero che i giovani sono solo consumatori narcisisti. Non è vero che la tecnologia ci dominerà per sempre. Non è vero che l’umanità è condannata a distruggere il pianeta.

Ma nulla cambierà se continuerete a credere che il cambiamento venga dall’alto, o che sia sufficiente cambiare il colore politico di chi governa senza toccare la struttura profonda del sistema. Il cambiamento vero nasce dai margini, dalla capacità di immaginare il mondo diversamente, dalla forza di chi dice “no” anche quando sembra impossibile.

(si avvia verso l’uscita, poi si ferma)

Una cosa ancora. Io ho passato la vita a studiare e criticare il sistema. Ma voi dovete andare oltre la critica. Dovete essere costruttori di alternative. Dovete essere poeti di nuove possibilità. Dovete essere quello che io ho solo potuto immaginare: gli artefici del “grande rifiuto” che diventa “grande creazione”.

(pausa finale)

Il mondo vi aspetta. Non il mondo com’è, ma il mondo come potrebbe essere. Sta a voi scegliere se esserne spettatori o protagonisti.

(si spengono anche le ultime luci)

FINE


Durata approssimativa: 25-30 minuti Note di regia: Il monologo dovrebbe essere recitato con intensità crescente, alternando momenti di riflessione intima a momenti di maggiore energia e coinvolgimento diretto del pubblico. Gli schermi che si accendono e spengono servono come elementi scenografici per sottolineare i diversi temi affrontati e per creare un ritmo visivo che accompagna quello delle parole.

©by Pasquale Stanziale 2025

Tutti i diritti riservati

Chi è Pasquale Stanziale?

Pasquale Stanziale è un drammaturgo e poeta italiano, noto per opere che combinano critica sociale, filosofia e lirismo. Il suo lavoro si immerge nell’immaginario culturale del Sud Italia, esplorando temi come identità, esclusione, morte, potere e i conflitti dell’individuo con la società contemporanea.