Giuseppe Barilaro: Il Rituale della Superficie

di Vilma Bieniek

Nel silenzio incandescente del Sud Italia, tra rovine e memorie sepolte, abita l’arte di Giuseppe Barilaro. Pittore calabrese, il suo gesto non cerca la compiacenza del mercato né la convalida dei grandi centri culturali. “Non dipingo per essere un artista contemporaneo, e tantomeno pop”, afferma con decisione. “Strappo, brucio, taglio” — ma non per distruggere. Per far uscire la luce.”

Quella luce, paradossalmente, emerge dall’ombra. Barilaro non dipinge la morte, né la celebra. La sua arte nasce da un impulso bulimico, un gesto ripetuto con rigore quasi militare. Lui stesso si definisce un artista metodico, qualcuno che scrive in un linguaggio non ancora pienamente decifrato: il linguaggio della superficie che sanguina, del silenzio che rivela.

Contrariamente a molti che puntano sulla spettacolarizzazione dell’arte, Barilaro preferisce la teatralità come essenza. La sua tavolozza si muove tra toni che, a prima vista, evocano il funereo, ma che, secondo lui, contengono in sé una luce,  nascosta, timida, pulsante. “L’arte è un palcoscenico. Quello che mi interessa è la messa in scena della materia, la confessione silenziosa che permette”.

Nessun volto nei suoi quadri. O meglio: ci sono, ma sono negati, cancellati, velati. Barilaro vede nel ritratto un atto troppo intimo per essere condiviso. “È un dialogo tra me e il quadro, tra me e il soggetto ritratto. Un atto d’amore, una confessione. Il mondo esterno non deve partecipare”.

I suoi gesti — incisivi, fisici — non sono distruttivi, ma catartici. “La superficie dei miei quadri contiene una luce infinita. Io apro solo dei percorsi affinché quella bellezza possa emergere. Un taglio può essere una rivelazione, non una ferita”.

Nonostante le sue origini periferiche, Barilaro rifiuta l’idea di marginalità. Per lui, l’arte è precedente a qualsiasi centro geografico. “Che sia Europa o Asia, l’arte attraversa. È empatia pura. Non ci sono confini quando si tratta di un gesto primordiale”.

L’artista ha esposto in diversi paesi e sogna di portare il suo lavoro anche in America Latina, in particolare in Brasile. Non per strategia, ma per inquietudine. “Non riesco nemmeno a immaginare quel dialogo. E forse è proprio questo che mi attira. Il sacro, la memoria coloniale, queste radici millenarie mi ispirano. Sarebbe un onore creare una mostra dedicata a questi temi”.

Giuseppe Barilaro è una prova vivente che l’arte non si piega. Vibra, anche se ai margini, anche se nel silenzio. O forse proprio per questo.

(foto fornite dall’artista)