intervista di Rossella Tempesta
D. Come si sono incrociati la musica e la poesia nella tua vita? Cosa ti ha spinto ad intraprendere questa carriera artistica e come si completano a vicenda questi due mondi nelle tue canzoni?
R. La poesia è nata prima della musica, come un bisogno urgente di dare voce a qualcosa che non riuscivo a esprimere con parole comuni. Ho cominciato a scrivere poesie su foglietti volanti, ovunque capitasse: pezzi di carta, quaderni scolastici, margini di giornali. Era un modo per dare forma al caos interiore. Poi, è arrivata la musica. Quasi come un’eco naturale: all’inizio timida, fatta di accordi semplici e melodie, che custodivano quei versi. La mia carriera artistica è cominciata quasi per esigenza, non per scelta: non riuscivo a vivere in modo autentico se non attraverso l’arte. Poesia e musica, per me, sono due modi diversi di respirare la stessa aria. La musica amplifica il significato della parola, le dà ritmo, emozione, corpo. E la poesia rende la musica meno effimera, più pensata, più intima.

D. Hai iniziato il tuo percorso artistico in una piccola città. Come ha influenzato la tua musica e la tua poesia l’esperienza ad Avellino? C’è qualcosa di quella fase che porti ancora oggi nella tua arte?
Vivere e crescere ad Avellino mi ha segnato profondamente. È una città in cui la lentezza e il silenzio. A volte, anche la noia, ti costringe a guardarti dentro. Spesso ti senti fuori posto, ma è proprio lì che impari ad ascoltare ciò che non si dice. Ho interiorizzato questa condizione periferica, facendone un punto di forza: la mia arte nasce dal margine, parla con la voce di chi non ha voce. Porto ancora con me quella solitudine creativa, quella voglia di evadere attraverso l’immaginazione. Le storie, i volti, i sogni interrotti di questa città vivono nei miei testi, anche quando non li nomino.
D. Mescoli molti stili musicali, come folk, metal e pop, nelle tue composizioni. Come descriveresti il tuo stile unico e cosa lo rende così speciale per i tuoi ascoltatori?
Lo definirei “musica emotiva contaminata”. Non mi piacciono le gabbie di genere: ogni canzone nasce da un’urgenza diversa e ha bisogno di una veste diversa. A volte è il folk a darmi il linguaggio giusto, altre volte il metal o il grunge, quando le parole chiedono rabbia o potenza; oppure il pop, quando voglio farmi capire con immediatezza. Il mio stile è come un mosaico: ogni tessera ha una sua origine, ma insieme raccontano un’unica storia. Credo che ciò che colpisce chi mi ascolta sia proprio la sincerità: non voler piacere a tutti i costi, ma toccare qualcosa di autentico.

D. Le tue canzoni e poesie parlano di temi come la solitudine, i sogni e le sfide della vita. Cosa speri che le persone provino o riflettano ascoltando la tua musica o leggendo i tuoi testi?
Spero che si sentano meno soli. Non pretendo di dare risposte, ma di creare un varco, una compagnia. Le mie parole nascono da un luogo fragile, ma è proprio lì che credo si possa incontrare l’altro. Se qualcuno si riconosce in un verso o in una melodia, allora tutto ha senso. Mi piacerebbe che la mia musica fosse uno spazio in cui ci si possa fermare, respirare, forse piangere, forse sorridere… e poi ripartire, un po’ più forti.
D. Il progetto “Poesia in Musica” unisce poesia e musica dal vivo in modo innovativo. Come questa esperienza ha impattato il pubblico e cosa speri che porti via da questa esperienza?
“Poesia in Musica” è nato per rompere la distanza tra palco e platea, tra poesia e vita quotidiana. Volevo che la poesia non fosse solo letta ma vissuta, amplificata dalla musica, resa corpo. È stato sorprendente vedere come il pubblico reagisce: c’è chi si commuove, chi partecipa attivamente, chi si ritrova in un testo che sembrava scritto per lui. Spero che chi partecipa porti via con sé non solo una bella serata, ma anche la consapevolezza che la poesia può essere una forza viva, concreta, e che l’arte può davvero unirci in modo profondo.





