Scolpire il suono: tra silenzi, paesaggi emotivi e la canzone come progetto di vita
di Vilma Bieniek
“Il senso ultimo della scrittura musicale è nella ricerca di un coinvolgimento emotivo in chi ti ascolta e nel tentativo di condurlo al punto in cui sei arrivato tu. Importante è immaginare, o sentire, una tensione inconscia, ma costante, verso la condivisione delle ragioni che ti hanno portato a scrivere quella determinata canzone”.

Fabrizio Consoli cantautore, compositore, chitarrista e produttore musicale nato a Milano é noto per la sua capacità di coniugare la canzone popolare con una sensibilità autorale raffinata. Dopo anni come chitarrista rock e collaboratore di artisti tra cui Eugenio Finardi, PFM, C. De André e molti altri, Consoli ha costruito un percorso solista segnato da sperimentazioni poetiche, influenzate dal jazz, dal fado, dalla musica brasiliana e da una forte attenzione al suono come linguaggio emotivo.
“Tutto ciò che ascoltiamo, le persone che incontriamo, tutto ciò che lasciamo passare attraverso di noi… tutto ci contamina. E questo vale per ogni tipo di artista”.
È così che Fabrizio Consoli comincia a svelare il dietro le quinte più profondo della sua musica; un luogo in cui la libertà non è una posa, ma una necessità, prima che una scelta.
La sua opera è fatta di incontri: con persone, suoni, parole, spazi.
“Mi rendo conto che, molto spesso, ciò che mi ha plasmato più profondamente, non è nel conforto di quel che ho frequentato di più, ma negli incontri, spesso estemporanei, che mi hanno maggiormente colpito”.

Riflettendo sul suo percorso, Fabrizio rifiuta il cliché dell’artista autodidatta ispirato. Preferisce parlare di attenzione, di ascolto e, soprattutto, di trasformazione.
“Ho un senso critico, rispetto a ciò che scrivo, molto alto. Mi chiedo sempre: è già stato detto? E se sì, come posso dirlo in modo diverso? Ma, detto ciò, la verità ha sempre la precedenza sulla tecnica”.
La costruzione di un percorso proprio. Non si inserisce nel mainstream. Né lo desidera.
“Quando ho capito che, anche per una questione d’età, quel mercato non era il mio posto, ho deciso di iniziare a lavorare attingendo a tutto ciò che conoscevo e amavo. Ho deciso di essere libero”.
Questa libertà, però, non è semplice. Richiede rigore, ascolto, rinuncia.
“Non sono Lady Gaga, o i Rolling Stones. O Eminem. E poiché nel panorama musicale contemporaneo non occupo lo stesso spazio, ma anche per attitudine personale, ho scelto consapevolmente un altro percorso. Più personale,ma meno facile, perché refrattario a etichette di genere”.
Consoli parla della musica con la precisione di uno scultore e l’anima di un romanziere.
“Ogni canzone, per me, è il capitolo di un discorso più articolato. Soprattutto oggi, per un artista non “mainstream”, ha poco senso immaginare di pubblicare un “singolo”. Credo che qualunque canzone, anche la più importante, acquisti forza e valora se inserita in un progetto concettualmente più ampio”.
La canzone come urgenza

“Parto sempre da ciò che credo sia necessario dire”.
Parlando del suo processo creativo, Fabrizio non ne nasconde l’intensità: scrive come si respira. Con urgenza e intenzione.
“Sono solito dividere i dischi in tre categorie: per me esistono dischi utili, inutili, e dannosi. Rarissimi i casi di dischi necessari”.
La sua ambizione è chiara: creare opere che abbiano senso, che dicano ciò che nessuno sta dicendo.
Il suo lavoro del 2004, 18 piccoli anacronismi, rivela questo spirito: canzoni senza ritornello, alcune lunghe trenta secondi, in un’altra il tentativo di condensare un’intera vita in un minuto.
“È stato un lavoro di tagli, pulizia, “scultura” testuale e musicale. Volevo ripartire dalla nuda pelle delle canzoni, dalle pieghe e dalle armoniche della voce e della chitarra, dalla barba, dalla pioggia. Applicare il “Less Is More” di Van der Rohe… alla musica”.
La bellezza dell’incontro improbabile.

Fabrizio non produce da solo. Sceglie la differenza come partner.
“Mi piace lavorare con musicisti, che hanno linguaggi totalmente diversi dal mio, proprio per questo. Per raggiungere nuove stanze. Stanze la cui esistenza non sarei arrivato neppure ad immaginare”.
La bellezza, per lui, nasce dallo “shock gentile” tra mondi musicali diversi.
“Le cose migliori che ho fatto sono nate da questa… convivenza con l’inaspettato”.
Crede nella generosità come base della creazione.
“Non basta dare spazio all’altro. Bisogna provare a capire profondamente l’universo di un’altra anima e come possa adattarsi al mio. E viceversa”.
La lezione di Pasolini
Nel suo progetto recente, musicando le poesie di Pier Paolo Pasolini, Consoli si è spogliato.
“Non sono partito da idee musicali, ma dalla volontà di lasciare spazio ai testi. Monumentali. Prima che una scelta, fare un lavoro il più minimale possibile, è stata una necessità”.
Racconta che le poesie di Pasolini, soprattutto quelle sulla giovinezza e sulla fede, lo hanno spinto a ripercorrere il proprio cammino spirituale.
La produzione di questo disco è stata guidata da una radicale ricerca di semplicità.
“Volevo canzoni vere, semplici. Non volevo improvvisare vocalmente sui testi solo perché metricamente complicati (non essendo scritti per essere cantati). Volevo la ballata, il tango, insieme all’incredibile e apparente semplicità di certe ritmiche del jazz. Ispirarmi alla lezione e alla chiarezza di Fabrizio De André”.
Ma la semplicità, in questo caso, nasce dalla complessità.
“Amo i tempi dispari. E nel disco ci sono brani in 7/8, 5/4 e tempi… misti! Ma la scelta del mondo sonoro, la semplicità delle melodie insieme alla costruzione armonica di ispirazione Jazz (grazie al prezioso macramè della fisarmonica di Fausto Beccalossi), riesce a farli suonare leggeri, come un respiro naturale”.
La maturità del silenzio.
“Comprendere il silenzio è frutto della maturità. Quando siamo giovani, tutto di noi vuole gridare”.

Fabrizio parla con serenità di un cambiamento che segna non solo la sua musica, ma la sua vita.
“Sono stato un chitarrista “di quantità” prima che di qualità. Suonavo un sacco di note. Mi venivano chiesti assoli a raffica. Poi, nel 1995, ho visto il concerto di Jeff Buckley a Milano. È cambiato tutto. Da quel momento, ho iniziato a pensare alla musica come a un dipinto a olio. Dove ogni sfumatura conta. Dove il silenzio conta”.
Il silenzio, per lui, è una materia viva.
“Non puoi comprimere un silenzio. Se lo fai, comprimi anche il rumore che porta con sé, dentro”.
Per questo soffre molto il processo di masterizzazione dei dischi.
“La compressione distrugge. Elimina luci e ombre. È un processo che richiede concessioni dolorose, compromessi. Preferisco il teatro. Dove il silenzio sul palco è palpabile”.
La musica come paesaggio sonoro
Più che comporre, Fabrizio progetta atmosfere.
“Quando scelgo l’intervento di uno strumento, penso a come modellerà lo spazio, anche visivo, dello spettro armonico. Quale elemento emozionale introdurrà. Una nota grave di pianoforte può dire: ‘qui inizia qualcosa che fa male’. Ogni scelta sonora cambia il messaggio emotivo per chi ascolta. E, quindi, la percezione che avrà del mondo che lo circonda o del suo paesaggio interiore. Questo è il motivo per cui non ci sono musiche adatte, per tutti i momenti, i giorni e le stagioni della vita”.
Per lui, la musica è l’arte che più trasforma la percezione della realtà.
“Hai mai provato a guardare un film senza colonna sonora? O ad ascoltare una musica particolare mentre viaggi in macchina e notare come cambia la percezione del paesaggio in cui siamo immersi? La musica è questo: un filtro emotivo. Una lente che colora tutto”.
A Fabrizio Consoli non dispiacerebbe essere ascoltato da molti. Ma prima ancora, vorrebbe essere ascoltato per intero. La sua musica è il risultato di una vita di curiosa osservazione: incontri, scontri, dubbi, silenzi e scoperte. Non offre verità pronte. Offre la materia sensibile di ciò che pulsa.
E forse, alla fine, è proprio questo che lo distingue: non cerca applausi. Cerca risonanze.



