“Tutto ciò che mi attraversa, lo restituisco in colore”
L’arte di Emerson Persona
di Vilma Bieniek

Nato a Curitiba, Emerson Persona è uno dei nomi più singolari dell’arte contemporanea brasiliana. Laureato in pittura, specializzato in Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea presso la Scuola di Musica e Belle Arti del Paraná, ha concluso il master presso l’Università Tecnologica Federale del Paraná, dove è dottorando. La sua opera visiva dialoga, con forza e sensibilità, con l’idea di un corpo a pezzi, non per delirio formalista, ma perché comprende che vivere, nella nostra società, significa essere attraversati, messi in tensione e, spesso, lacerati dalle forze che ci plasmano.

La consapevolezza del contesto non è marginale nella sua produzione, anzi è centrale. Ogni gesto pittorico risponde a un ascolto attento del mondo: l’altro, la città, la memoria, le violenze, gli affetti. Assorbire tutto questo e restituire al mondo qualcosa di trasformato è l’asse che sostiene la sua pratica. Forse è proprio questa capacità di trasmutare le esperienze, anche le proprie, a rendere il suo lavoro così unico. Nulla nasce dall’isolamento. Tutto emerge dall’incontro.
“Ho bisogno di vedere l’opera dell’altro. Ho bisogno di conoscerlo. Perché so che questo aggiunge qualcosa in me e mi trasforma”, afferma. Questo atteggiamento non è solo generoso, è un metodo. L’alterità, per lui, non è un tema illustrativo, è il modo in cui opera. Nel contatto con l’altro, si riconosce. Ed è in questo attrito, tra interno ed esterno, che ricrea il suo linguaggio.
La sua produzione, che attraversa pittura, disegno e collage, ha come centro simbolico il corpo, ma non un corpo idealizzato, coeso, addomesticato. Sono corpi interrotti, dislocati, reinventati. “Siamo sempre fatti a pezzi, fratturati, smembrati dalle politiche e azioni della nostra società. Il corpo non è mai completo”. Eppure, insiste: resiste, si trasforma, riappare.

Durante la pandemia, quando il mondo esterno si è chiuso, la flora ha cominciato ad abitare l’atelier come forma di speranza e sopravvivenza. Fiori e piante immaginarie sono emersi, per incantare di nuovo lo spazio quotidiano. Anche la fauna si è imposta: conigli, come metafore dell’infanzia ferita ed esposta; tori, che incarnano l’imprevedibilità dell’esistenza. In entrambi i casi, il simbolo non è decorativo. E’ strato critico, narrazione sensibile.
I colori, sempre vibranti, creano tensioni visive ed emotive. Rossi intensi, sfondi verdi, lilla, gialli solari o velenosi. C’è un’intensa vitalità, ma mai ingenua. Gli sfondi vivi fanno da contrappunto a figure che portano dolore, sradicamento, violenza o incanto. Le immagini sono spesso costruite come architetture viscerali, in cui i corpi appaiono frammentati, ibridi, sfidando la forma e l’ordine.

Il suo processo è anche profondamente antropofago: ritaglia, riutilizza, ricostruisce elementi di lavori precedenti. Il collage, per lui, è gesto di memoria e riorganizzazione. Ciò che è già stato vissuto o dipinto può tornare come parte di una nuova composizione. Non c’è una linea di arrivo, ci sono cicli.
La pratica curatoriale emerge come sviluppo etico di questo stesso ascolto. “Il curatore non può limitarsi al gusto personale. È necessario vedere il valore di ciò che l’altro produce”. Curare, in questo contesto, significa accogliere. È creare le condizioni affinché l’altro possa manifestarsi; un gesto politico e affettivo, che definisce anche il suo modo di stare al mondo.

Anche inserito in un sistema dell’arte sempre più esigente e mercificato, mantiene la sua fedeltà a ciò che produce. “La prima persona che consuma il mio lavoro sono io. Devo piacermi, devo riconoscermi in ciò che creo”. Collabora con la Galleria Zilda Faletti, che rispetta i suoi processi senza interferire nella sua poetica, suggeriscono formati, non idee. La libertà creativa, dunque, è una condizione non negoziabile.
Attualmente partecipa a una mostra collettiva al MUMA (Museo Municipale d’Arte di Curitiba) e firma la curatela di una mostra al Museo d’Arte Contemporanea del Paraná. Sta, inoltre, preparando una mostra personale, mentre prosegue con il suo dottorato. Instancabile, riassume la sua etica creativa in una frase precisa: “Produrre è un modo per mantenermi vivo”.

Scrivo questo saggio non solo per presentare il suo percorso, ma per riconoscere nella sua arte un atteggiamento raro: quello di chi guarda il mondo con attenzione autentica, si lascia toccare in profondità e restituisce, sotto forma d’immagine, qualcosa che ci tocca di nuovo. La sua opera è, prima di tutto, un gesto di cura verso ciò che ancora pulsa, anche se frammentato.

(tutte le foto e le immagini sono di proprietà dell’artista)

