Studiare, vivere, scrivere: la nascita di una voce
a cura di Vilma Bieniek
Vilma Bieniek – Il tuo percorso di vita e di formazione — dagli studi in letteratura classica alle prime opere pubblicate — mostra una continuità molto chiara. In che modo il tuo cammino accademico e personale ha contribuito a definire la scrittrice che sei oggi?
Fosca Navarra -Il fatto che io abbia preso una laurea in Lettere Classiche la dice lunga, più che sulla mia dedizione allo studio, sull’insistenza di mia madre. Nei miei troppi anni universitari ho studiato poco ma ho vissuto tanto. Tutto ciò che ho imparato sulla letteratura viene dai libri che ho letto volontariamente, non dai testi che mi venivano imposti in vista di un esame. In generale ritengo che, per chi come me si sente un pesce fuor d’acqua nel mondo accademico, le esperienze di vita possano essere più formative di una lezione universitaria.
Vilma Bieniek – Prima di ogni definizione editoriale o biografica, come definiresti il tuo rapporto con la letteratura?È per te una pratica quotidiana, una necessità interiore, una forma di conoscenza, o una responsabilità nei confronti del linguaggio?
Fosca Navarra -È un rapporto simbiotico, una vocazione congenita dalla quale non si può scappare. Durante l’adolescenza ho provato a recidere questo cordone, ma non ci sono riuscita, così ho dovuto imparare a conviverci. Non voglio dire che sia come avere una patologia o una disgrazia, ma credo sia quantomeno bizzarro svegliarsi ogni giorno con il pensiero dei libri, di questi oggetti in crisi di cui il mondo di oggi vorrebbe solo sbarazzarsi. Se non è una malattia, di certo è una forma grave di anacronismo. Oggi ne sei fiero, domani la daresti volentieri in cambio di un lavoro, di una vita normale.
Vilma Bieniek – Il tuo lavoro mostra una forte coerenza interna, come se ogni testo nascesse da una stessa matrice poetica. Quando scrivi, parti da un’idea, da un’immagine, da una voce o da una necessità più profonda?
Fosca Navarra -Parto da uno stimolo, che è quello che viene impropriamente chiamato con il nome poetico di “ispirazione”. Non esistono le Muse, ma esiste anche per le parole la sensazione di un’urgenza, non troppo diversa da quella della fame, della sete, di quando si deve correre al bagno. Allo stesso modo, lo stimolo da solo non basta: la scrittura nasce solo nel momento in cui questa spinta viene assecondata. Scrivere è il connubio perfetto tra la volontà e l’abbandono.
Vilma Bieniek – Nei tuoi testi si percepisce un controllo molto preciso del linguaggio, ma mai rigido. Quanto è importante per te la forma? Scrivere bene, per te, è una questione etica oltre che estetica?
Fosca Navarra -La forma ha a che fare con la cura delle parole, questi impalpabili doni del cielo che potremmo definire come emanazioni divine, piume che cadono dalle ali degli angeli. Perciò direi che provare a scrivere bene è innanzitutto una questione spirituale.
Vilma Bieniek – Le tue protagoniste femminili sembrano appartenere a epoche e contesti diversi, ma condividono una stessa densità interiore. Ti interessa di più raccontare storie o esplorare stati dell’essere?
Fosca Navarra -Non amo occuparmi di fatti e vicende, motivo per cui vado poco d’accordo con i racconti brevi. Mi interessano di più i personaggi, non tanto per le azioni che compiono ma per quello che provano mentre le compiono.
Vilma Bieniek – Il tuo universo narrativo dialoga con il tempo in modo non lineare. Che rapporto hai con la memoria, la reincarnazione, la ripetizione e la trasformazione come strutture narrative?
Fosca Navarra -Mentre scrivevo il romanzo, mi sono resa conto di quanto mi affascinasse un’idea in particolare: quella dell’anima come un contenitore di passato, presente e futuro insieme, e al contempo come di un insieme di frammenti da ricomporre. A mio parere, la memoria è la colla che prova a tenere insieme i pezzi, ma non sempre ci riesce. Il nostro destino di esseri umani è quello di spaccarci, di tentare ricostruzioni, di mutare in seguito a tali sforzi. In fondo siamo tutti, chi più chi meno, le macerie della nostra infanzia.
Vilma Bieniek – Essere scrittrice oggi significa anche prendere posizione rispetto al mondo. C’è qualcosa che senti come una responsabilità della scrittura, soprattutto nel raccontare il femminile?

Fosca Navarra – Non penso di avere responsabilità in quanto scrittrice. Ho raccontato le storie delle mie protagoniste perché ne sentivo il bisogno, perché percepivo l’urgenza interiore di dare voce ai loro dolori. La denuncia che può derivare da un romanzo del genere è una conseguenza, certo, ma non ha guidato il mio lavoro. La scrittura accade in maniera troppo caotica e inconsapevole per poter partire da una responsabilità.
Vilma Bieniek – Napoli non è solo un luogo, ma un organismo simbolico complesso. In che modo questa stratificazione — storica, emotiva, mitica — entra nel tuo immaginario, anche quando non è esplicita?
Fosca Navarra – Napoli è una madre di cui non ho mai lasciato il grembo, motivo per cui sono impossibilitata – almeno per ora – a parlarne apertamente. Si potrebbe dire che sia in tutto ciò che scrivo, in tutto ciò che penso, e in ogni mio respiro. Forse è per questo che nel mio romanzo l’ho raccontata senza raccontarla, spogliandola con ostentata freddezza dei suoi incanti, dei suoi misteri: col senno di poi, direi che era il disperato, puerile tentativo di ribellione di una figlia che deve tutto a sua madre.
Vilma Bieniek – Il tuo percorso mostra già una forte consapevolezza professionale. Come immagini la crescita del tuo lavoro nel tempo: per accumulo, per sottrazione, o per metamorfosi?
Fosca Navarra – Faccio fatica a immaginare le future evoluzioni della mia scrittura, ma in questo periodo mi sto accorgendo, nella stesura del nuovo romanzo, di qualche cambiamento, sì, di qualche sottrazione. Meglio così, dal momento che ho cominciato a scrivere a vent’anni con una prosa ampollosa, posticcia e datata. Come diceva Picasso? Beh, più o meno la stessa cosa. La speranza è di scrivere a settant’anni come se ne avessi dieci; ma soprattutto di arrivare a settant’anni, il che comunque non è scontato.
Vilma Bieniek – Arriviamo infine al libro, come espressione di una visione già matura. I sette racconti intrecciati sembrano sette variazioni della stessa anima. Pensi che questa struttura rifletta il tuo modo di pensare l’identità come qualcosa di mobile, stratificato e in continua evoluzione?
Fosca Navarra – Assolutamente sì. L’altro giorno ho guardato un video di quando ero piccola, dove mi chiamavano con il mio vecchio nome (l’ho cambiato all’anagrafe anni fa) e pur vedendo il mio volto ho pensato: “Ma chi è quella? Come posso essere io?” Nel mio romanzo le protagoniste condividono la stessa anima, ma non saprebbero riconoscersi: condividono un grande dolore, ma sono diverse in molti altri aspetti. Cerchiamo nei valori, nei principi morali, nelle convinzioni una forma di stabilità, quando l’unica costante della vita umana è rappresentata dalle nostre innumerevoli fratture. Se non fosse per la memoria e per il nome, sarebbe davvero difficile vedere noi stessi come singoli individui. Siamo mazzi di fiori: basterebbe tagliare lo spago per finire sparpagliati al suolo.

