Studio Antropologico basato sull’opera di Roberto De Simone
di Pietro Razzino
Premessa: Il Presepe come esercizio di sopravvivenza
Il presente studio è frutto di un’analisi del volume “Il presepe popolare napoletano” di Roberto De Simone (ed. Einaudi – 1998).
Per Roberto De Simone, il Presepe non è una rappresentazione rassicurante della Natività, ma un dispositivo magico-protettivo.
Esso nasce dalla necessità di una cultura di gestire il “tempo di crisi” del solstizio d’inverno, quando il buio prevale sulla luce e il confine tra i vivi e i morti si assottiglia fino a scomparire. Analizzare il Presepe significa decodificare un linguaggio millenario che utilizza lo spazio, il colore e il suono per ricostruire l’ordine del mondo contro l’incombere del caos.
1. L’Architettura del Sacro: lo scoglio e la terra
La costruzione fisica del Presepe, definita nel gergo tradizionale come lo “scoglio”, costituisce la base cosmologica del sistema.

- La materia infera: Il sughero e il legno non sono scelti per verosimiglianza, ma per la loro natura di materiali “liminali”. Il sughero, in particolare, è una corteccia: una soglia tra l’interno e l’esterno, tra la vita dell’albero e la sua protezione. Costruire lo scoglio significa scavare nella terra, creare cavità che sono al tempo stesso uteri materni e tombe, ricollegando la casa alle potenze sotterranee (ctonie).
- La verticalità gerarchica: Lo scoglio è una montagna sacra, un asse del mondo. Lo sviluppo verticale separa e unisce i regni: in alto il mondo celeste e l’altopiano del sonno, in basso l’inferno della taverna e il fiume del passaggio.
- Il fiume e il ponte: Il corso d’acqua è l’elemento che divide i vivi dagli antenati, una trasposizione cristiana del fiume Acheronte. Il ponte è il simbolo del passaggio rituale pericoloso: è stretto, sorvegliato, e chi lo attraversa accetta di mutare il proprio stato spirituale.
2. Il demiurgo dormiente: Benino e la visione
Al vertice del Presepe troviamo la figura più enigmatica e centrale: Benino, il pastore che dorme.

- Il Presepe come sogno: De Simone rivela che il Presepe non esiste oggettivamente: esso è il contenuto del sogno di Benino. Il pastore è in uno stato di trance rituale; la sua mente sta “vedendo” l’eterno. Se Benino si svegliasse, la visione si dissolverebbe all’istante, riportando l’uomo nella cronaca nuda e priva di senso della vita quotidiana.
- Il tabù del risveglio: svegliare Benino è un atto sacrilego perché interrompe il contatto tra l’umano e il divino. Il Presepe richiede che l’osservatore accetti la logica onirica: nel sogno di Benino, il passato, il presente e il futuro coesistono in un unico istante senza tempo.
3. L’Antropologia delle statuine (pastori): i personaggi e i loro simboli
Le statuine (i “pastori”) non sono caricature o individui, ma simulacri delle “anime pezzentelle” (le anime del Purgatorio) che tornano sulla terra per essere ospitate dai vivi.



- La Zingara (La sibilla profetica): è uno dei simboli più potenti. Figura liminale per eccellenza, estranea alla comunità stanziale, la Zingara porta con sé un cesto di arnesi di ferro o chiodi. Essa rappresenta la premonizione: nel cuore della nascita di Cristo, lei “vede” già la crocifissione. È il legame tragico tra l’inizio e la fine, tra la festa e il lutto.
- Il Pescatore e il Cacciatore: rappresentano la dualità alto/basso. Il Pescatore opera nelle acque del fiume dei morti, recuperando le anime dal caos. Il Cacciatore domina il mondo terrestre e celeste. Insieme, presidiano la totalità del creato.
- Il Pastore della meraviglia: è la figura che, giunta alla soglia della Grotta, spalanca le braccia e resta a bocca aperta. Egli rappresenta l’uomo che viene investito dal Sacro e perde la capacità del linguaggio logico. La sua “meraviglia” è lo stupore ontologico di fronte al mistero dell’incarnazione.
- Le Lavandaie: poste presso il fiume, battono i panni con un ritmo percussivo. De Simone vi legge un rituale di purificazione: esse lavano le colpe del mondo, preparando le “fasce” del Bambino che sono, simbolicamente, anche i sudari della morte.
- I Mesi e il Mercato: I dodici venditori (il macellaio, il formaggiaio, il castagnaro, etc.) sono la personificazione dei dodici mesi. Il Presepe è dunque un calendario rituale. L’esposizione di cibo non è opulenza materiale, ma un’offerta votiva: il cibo dei morti viene offerto affinché il nuovo ciclo agricolo sia fertile.
- L’Osteria e i due Compari: L’Osteria è il luogo della carnalità e del banchetto funebre. Qui troviamo Zi’ Vicienzo e Zi’ Pascale, i due giocatori di carte. Essi simboleggiano i due San Giovanni (estate e inverno) e il loro gioco è la divinazione della Sorte. Tra vino e azzardo, decidono il destino dell’anno che verrà.
4. Il viaggio astrale: I Re Magi e la Regina Magia
Un’attenzione particolare nel testo di De Simone è riservata al corteo che giunge dall’Oriente, interpretato in chiave astronomica e alchemica.


- I Re Magi (Il viaggio del Tempo): De Simone analizza i Magi non come figure storiche, ma come personificazioni del viaggio degli astri. Spesso montano cavalli di tre colori diversi: bianco, rosso e nero, che richiamano le fasi del giorno (alba, mezzogiorno, notte) ma soprattutto le fasi dell’opera alchemica (albedo, rubedo, nigredo). Il loro viaggio rappresenta il cammino della conoscenza che deve culminare e “morire” davanti all’umiltà della Grotta. Essi portano oro, incenso e mirra: simboli di regalità, divinità e morte, chiudendo il cerchio della vita umana.
- La Regina Magia: spesso presente nei grandi presepi nobiliari e popolari come figura che precede o accompagna i Magi, la Regina Magia (o Regina di Saba) rappresenta la sapienza occulta e la natura che riconosce il suo Creatore. È la controparte femminile della ricerca della verità, una figura carica di ori e gioielli che simboleggia la ricchezza della Terra che si sottomette allo Spirito. Insieme ai Magi, essa forma un corteo che è in realtà una “processione delle anime” che tornano alla sorgente della Luce.
5. Il canone del rigore: cromatismo e fonosfera
Il sistema simbolico descritto da De Simone funziona solo se i codici sono rispettati con assoluta onestà intellettuale.

- Il rigore del cromatismo: i colori delle vesti non sono ornamentali. Ogni tonalità ha una funzione vibratoria e rituale: l’azzurro mariano, il rosso del sangue e della passione, il bianco numinoso della morte, il verde della rinascita vegetativa. Alterare questi colori significa “spegnere” il pastore, privandolo della sua capacità di agire come tramite magico.
- La fonosfera rituale: il Presepe possiede una sua voce. Il suono della zampogna è un “fiato arcaico” che serve a esorcizzare il silenzio del vuoto solstiziale. Le liti, le grida del mercato e il canto delle lavandaie compongono una partitura che ha lo scopo di tenere “vivo” lo spazio sacro, impedendo alle forze maligne di infiltrarsi nel tempo sospeso del Natale.
6. conclusione critica: Il Presepe vivente come “tradimento” del sacro
Dalla profondità di questa analisi emerge la “condanna” — implicita nella struttura stessa del saggio — verso la moderna deriva dei presepi viventi.
- La morte del simulacro: la statuina di terracotta è un simulacro, un oggetto immobile che proprio nella sua fissità può ospitare l’eterno. L’attore in carne e ossa è un corpo “troppo pieno” della propria identità profana. Nel momento in cui l’uomo si muove, mangia e recita, il sistema dei simboli crolla. L’attore trasforma il rito in teatro commerciale, la verità antropologica in finzione folkloristica.
- L’esibizione contro il segreto: il Presepe tradizionale si costruisce nel segreto domestico per proteggere il sogno di Benino. Il Presepe vivente è un evento di massa, rumoroso e orientato all’esibizionismo. È un “oggetto freddo”, una parata che non dialoga più con gli antenati, ma con il turista.
- La fine della funzione apotropaica: Quando si sacrifica il rigore del simbolo per il realismo scenografico, il Presepe smette di essere uno scudo contro la paura della morte. Diventa un guscio vuoto, una maschera che non ha più nulla da dire sulla nostra sopravvivenza spirituale.

Sintesi finale
Secondo Roberto De Simone, il Presepe è vivo solo finché resta fedele alla sua natura onirica e ai suoi simulacri di creta. Nel momento in cui cerchiamo di renderlo “vivente” attraverso l’azione umana, paradossalmente lo uccidiamo, poiché spezziamo l’incanto del sogno di Benino. Il vero Presepe è quello che, nella sua immobilità, ci permette ancora di sentire il fiato degli antenati e il brivido del mistero solstiziale.
Bibliografia:
Il presepe popolare napoletano – Roberto De Simone (Ed. Einaudi – 1998)
Le foto sono state prese dal web. Si resta a disposizione degli autori per la rivendicazione dei crediti

