Introduzione di Vilma Bieniek
Nel 2020 i fratelli palestinesi Tarzan e Arab Nasser hanno presentato al mondo il film Gaza mon amour (Gaza, mio amore), una coproduzione internazionale (Palestina, Francia, Germania, Portogallo e Qatar) che ha rapidamente conquistato il circuito dei grandi festival. Ha debuttato alla Mostra del Cinema di Venezia, è passato per il Festival di Toronto — dove ha ricevuto il premio NETPAC come Miglior Film Asiatico — ed è stato scelto per rappresentare la Palestina agli Oscar nella categoria Miglior Film Internazionale. La critica ha sottolineato la delicatezza dell’opera: un ritratto della vita a Gaza che, invece di limitarsi alla registrazione del dolore, osa raccontare l’amore.
Al centro della storia c’è Issa, un pescatore sessantenne che, in mezzo alle restrizioni della vita quotidiana, trova il coraggio di dichiararsi alla donna che ama, Siham. La scintilla di questa trasformazione è un ritrovamento improbabile: una statua greca di Apollo, pescata dal mare. L’oggetto antico, simbolo di permanenza, contrasta con la fragilità della vita a Gaza — e rivela la fusione di realismo e poesia che i registi imprimono alla loro narrazione.

Ed è proprio qui che il film incontra il monologo di Pasquale Stanziale. Se al cinema assistiamo a una storia d’amore raccontata con umorismo e tenerezza, sul palcoscenico ascoltiamo una voce solitaria che parla a Gaza come se fosse un’amante: feroce, contraddittoria, bellissima e devastata. Entrambi, film e monologo, partono da simboli simili — l’amore tra le rovine, la statua greca, il riso che resiste all’assurdo — per affermare qualcosa di essenziale: a Gaza, amare è un atto di sopravvivenza e di rivoluzione.
MONOLOGO
monologo in schema libero
(voce sola, su sfondo di macerie, a volte si rivolge al pubblico, a volte ad un assente, a volte al cielo)
GAZA,
amore mio,
ti parlo come si parla a una donna che non risponde
ma ogni notte mi lascia una cicatrice nuova sul cuore.
mon amour, Gaza.
anche quando mi sputi sabbia negli occhi.
anche quando mi fai dormire con le sirene al posto delle ninne nanne.
la mia casa è un balcone sbrecciato sul mare
che non posso toccare.
una radio rotta trasmette
la voce di mia madre
che dice:
“aspetta”
e non torna mai.
ho trovato una statua greca sotto il pavimento,
nuda, senza braccia,
come noi.
resiste più lei delle nostre speranze.
mi ha guardato e ha detto:
“non cercare la bellezza,
sei già dentro la ferita.”
ogni tanto rido,
non so perché.
la guerra ha il senso dell’umorismo di un cane affamato.
dammi una donna da amare
una sola
che non abbia paura di restare
quando si spegne la luce e
le bombe fanno tremare anche Dio.
dammi il diritto di toccare una pelle
che non sia cemento,
che non sia sangue secco,
che non sia la mia.
Gaza,
amore mio,
sei la prostituta del Mediterraneo
ma io ti voglio bene lo stesso.
perché sotto i tuoi vestiti bruciati
hai ancora il sorriso di quando eravamo bambini
e ci tuffavamo nel mare
senza sapere cos’era un confine.
(voci da un altoparlante, spari lontan, la voce si ferma. riprende, più bassa)
io ho visto l’amore in un sacchetto di plastica,
una collana per mia sorella,
rubata a Rafah prima che chiudessero il tunnel.
gliel’ho data
il giorno in cui l’hanno portata via
in una ambulanza senza ruote.
(momento di pausa. Silenzio. Poi, con dolcezza feroce)
non voglio morire, Gaza.
non voglio diventare
un nome in una lista che nessuno legge
una foto sgranata su un muro
che verrà bombardato domani.
(sempre più lirico, sempre più spezzato)
voglio un amore
che sappia camminare sui vetri
e ridere lo stesso.
voglio baciare una donna
che abbia le mani sporche di terra
e gli occhi pieni di rivoluzione.
Gaza,
fammi uomo.
non martire.
non fantasma.
non simbolo.
fammi uomo.
(la voce si fa roca, poi ritorna fluida come l’acqua)
ieri ho visto un uomo portare il corpo di suo figlio in braccio
come se fosse ancora vivo.
non piangeva.
stava solo camminando,
come si cammina in sogno, quando le gambe sono pesanti come le colpe.
gli ho chiesto: “dove vai?”
mi ha risposto: “a mostrargli il mare.”
ogni notte sogno un letto che non si muove
un bicchiere d’acqua
che resta pieno.
ogni notte sogno la tua pelle, Layla,
la tua voce che mi dice
“torna”
e io ti rispondo
“non mi sono mai mosso.”
(ma il sogno finisce, e ritorna la polvere)
i bambini giocano tra i detriti
come se le macerie fossero altalene.
uno di loro ha fatto un aquilone
con una bandiera bianca.
non vola.
Gaza,
tu sei la madre che urla
il fratello che non arriva
il silenzio che resta.
sei anche il sapore del caffè
rubato tra due esplosioni
e il tocco di dita
che si cercano nel buio.
(vibra la voce, si sporca, s’impasta)
ci hanno detto:
“la pace arriverà.”
ma era una bugia.
la pace è una turista con il passaporto sbagliato.
non entra mai qui.
(una risata assurda)
forse siamo tutti già morti,
e Gaza è il nostro purgatorio.
ma se è così,
chi ha deciso che dobbiamo restare?
chi ha deciso che non possiamo amare,
che non possiamo cantare?
io voglio cantare, cazzo.
voglio cantare stonato
sotto una luna bucata dalle bombe.
voglio gridare il tuo nome
fino a far tremare la sabbia:
LAYLA.
LAYLA.
LAYLA.
(musica lontana, una vecchia canzone araba)
una volta mi hai detto:
“amare in guerra è l’atto più rivoluzionario.”
io ti ho creduto.
e allora ti amo.
ti amo come si ama un sogno
che non ci fanno fare.
ti amo dentro ogni crollo,
ogni fuga,
ogni sospiro soffocato.
Gaza,
Layla,
Amore mio,
non morire stanotte.
non lasciatemi qui
a raccontare una storia
senza il finale.
(voce in frantumi, ogni parola pesa come un colpo)
una volta,
c’era un mercato.
si vendevano fichi, datteri, sogni.
ora ci sono solo file.
file per il pane.
file per l’acqua.
file per il permesso di restare vivi.
siamo diventati numeri
ma io voglio restare voce.
ho scritto una poesia su un muro sbrecciato.
l’ho scritta con il dito
nella polvere.
nessuno l’ha letta.
ma il vento l’ha portata via
e io l’ho vista ballare sopra i tetti.
forse è arrivata fino a te, Layla.
c’è un odore di bruciato che non se ne va mai.
nemmeno nel sonno.
nemmeno nei sogni.
nemmeno nelle lacrime.
l’odore del metallo,
della carne,
della rabbia.
(cambia il tono, diventa narrativo, più asciutto)
mio fratello era poeta.
scriveva solo d’inverno.
diceva che il freddo rende i versi più veri.
una volta ha letto una poesia a un soldato.
quello gli ha sparato.
abbiamo inciso quei versi sulla sua tomba,
con una chiave.
perché non avevamo altro.
ci hanno insegnato a odiare.
ci hanno educato al sospetto,
alla distanza,
alla paura del cielo.
ma io,
io voglio disimparare tutto.
voglio tornare bambino.
voglio chiedere a mia madre:
“che vuol dire libertà?”
e che lei mi risponda:
“vuol dire correre.”
(silenzio lungo, poi, quasi sussurrando)
voglio correre, Layla.
correre con te
tra gli ulivi che non esistono più.
scivolare tra le case cadute
(s’accende una lampada immaginaria)
una ragazza suona il violino
in mezzo alle rovine.
la musica si infila tra i detriti
come acqua nei solchi.
non ci sono applausi.
ma tutti ascoltano.
tutti respirano,
per un attimo,
insieme.
è per questo che non ci arrendiamo.
non per le bandiere,
non per la vendetta,
non per la cronaca.
ma per un violino
che osa
suonare
in mezzo
al nulla.

Pasquale Stanziale è un filosofo, docente, scrittore e drammaturgo italiano. Laureato in Filosofia, ha insegnato nelle scuole superiori e all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Caserta. La sua ricerca unisce filosofia, psicoanalisi lacaniana, sociologia, antropologia e teatro. Fondatore dell’AurunkAtelier e delle Officine Kulturali Aurunke, porta avanti un teatro comunitario e sociale come strumento di trasformazione culturale nel Sud Italia. Autore di saggi (come Omologazioni e anomalie), testi teatrali (Hamletkowskij, Sotto il cielo del Sud) e opere poetico-letterarie (Terra di nessuno, Blue Pucundrìa, Umane rapsodie), è anche attivo in riviste e progetti legati all’identità, alla memoria e alla marginalità.

