Quando creare è esistere

Di Vilma Bieniek

Rosinha nacque nel 1930.
Brasiliana, autodidatta, una donna comune — come tante.
Cuciva, ricamava, dipingeva su stoffa, lavorava all’uncinetto. Creava ciò che non esisteva ancora.
A volte ne usciva un pezzo delicato, dettagliato. Altre volte una forma grezza, spontanea, quasi ruvida.
Ma c’era sempre una ragione profonda perché quell’opera prendesse vita: lei doveva farlo.

Non per commissione. Non per vanità.
Per impulso.
Per necessità interiore.
Ciò che faceva non era classificato come arte. Lo chiamavano “dimestichezza”, “lavoro da donna”, “cose di casa”.
Eppure lì c’erano struttura, colore, forma, linguaggio.

Cinque anni dopo, nel 1935, nacque Maria Auxiliadora da Silva.


Donna nera, periferica, autodidatta.
Come Rosinha, iniziò a creare nel quotidiano, tra i compiti domestici, con i mezzi che aveva.
Ma qualcosa nel suo percorso ruppe l’invisibilità.

Auxiliadora proveniva da una famiglia di artisti popolari.
Dipingeva con le dita. Olio denso, steso a strati.
Rappresentava scene della vita urbana, la religiosità afro-brasiliana, feste, fede, malattia, spiritualità — tutto con una potenza visiva inconfondibile.
Costruì un’opera coerente, singolare.

Morì giovane, nel 1974.
E solo dopo la sua morte la sua arte ottenne un nome, un catalogo, un posto nei musei.

Oggi la sua opera è in evidenza — al MASP, alle biennali, in collezioni internazionali.
Ed è giusto così.

Ma tra Rosinha e Maria Auxiliadora c’è un abisso.
E allo stesso tempo, un ponte.

Esiste una legione di donne come Rosinha: creatrici silenziose, mai chiamate artiste, ma spinte dalla stessa urgenza di espressione.
Donne che, in altre condizioni — con un altro contesto, un altro indirizzo, un altro riconoscimento — forse avrebbero anch’esse lasciato un’opera.
Ma non ebbero tempo, spazio, né cornice.

Maria Auxiliadora è stata vista.
Rosinha, no.

Eppure entrambe rivelano ciò che spesso passa inosservato:
che l’arte in Brasile non sta solo nei centri, nei nomi, nelle gallerie.
Vive — e ha sempre vissuto — nelle mani inquieti delle donne che creano senza aspettare convalide.

Quella linea invisibile tra loro continua a tendersi, salda.
E se il Paese vorrà davvero capire la propria cultura, dovrà imparare a vederle.