Di Vilma Bieniek
Valogno è un piccolo borgo medievale, adagiato tra le colline della provincia di Caserta, ai margini del vulcano Roccamonfina. Oggi vi abitano poco più di sessanta persone. Conosciuto per i suoi murales e per un’atmosfera da fiaba, il paese condivide il destino di molti borghi dell’entroterra italiano: il rischio di cadere nell’oblio, con case vuote e tradizioni minacciate dallo spopolamento.



È in questo scenario che, nel 2020, Alfredo Troise ha deciso di stabilirsi. Nato a Napoli il 25 luglio 1976, nel quartiere della Sanità, Troise è cresciuto tra l’intensità della metropoli e le sfide personali imposte dalla sindrome di Tourette, che lo accompagna fin dall’infanzia. Pittore, scultore e poeta, ha costruito negli anni una produzione molteplice: dipinti espressivi, sculture in terracotta, ceramiche, monotipi, murales e libri di poesia, come la recente raccolta Poesia Brutta (2025), scritta in italiano e in dialetto napoletano.
Al di là dell’ampiezza della sua opera, il trasferimento a Valogno rappresenta il gesto più significativo del suo percorso: non solo uno spostamento geografico, ma un atto di resistenza culturale. La sua presenza nel borgo ha portato nuovo respiro a un progetto comunitario che rischiava di spegnersi.
Valogno come palcoscenico di convivenza
Alfredo non si limita a creare nel suo atelier. Ha trasformato Valogno in uno spazio d’incontro. Organizza eventi che riuniscono gli abitanti intorno a musica di qualità, poesia, conversazioni e piccole mostre. Il borgo, che avrebbe potuto essere soltanto un rifugio silenzioso, è diventato un luogo di condivisione e di vita culturale.



Ogni attività funziona come un antidoto contro l’isolamento: un concerto improvvisato nella piazza, una mostra che abita i muri, una lettura che rompe il silenzio dei vicoli. Per la comunità, Alfredo è più che un artista: è un moltiplicatore culturale, qualcuno che restituisce vitalità al quotidiano e mantiene aperta la possibilità di un futuro.
Arte tra biografia e comunità
È innegabile che l’arte di Troise porti le tracce della sua biografia: l’occhio, simbolo ricorrente nei suoi quadri, parla di giudizio e pregiudizio; le serie “Città Sospese” e “Vesuviana Mente” evocano tanto il paesaggio napoletano quanto stati di sospensione ed eruzione interiore. Ma a Valogno, la dimensione più rilevante non è la controversia attorno al valore estetico della sua opera, bensì la capacità di trasformare l’esperienza individuale in energia collettiva.
Aprendo la sua produzione al dialogo con i sessanta abitanti, Alfredo fa dell’arte uno strumento di resistenza: resistenza contro l’abbandono dei borghi, contro l’invisibilità dei piccoli luoghi, contro l’idea che la cultura nasca soltanto nei grandi centri.
L’importanza del restare
La storia di Alfredo Troise a Valogno è un esempio di come la scelta di un singolo individuo possa influenzare l’intera comunità. La sua permanenza è vitale per mantenere vivo il progetto artistico e culturale del borgo. In un tempo in cui tanti spazi rurali si spengono, Valogno resiste come laboratorio culturale a cielo aperto, grazie all’energia di chi ha deciso di piantare lì le proprie radici.



Alla fine, più del dibattito sulla sua opera, è questo gesto a imporsi: Alfredo Troise ha scelto di vivere dove quasi nessuno sceglie. E così facendo, ha dato a Valogno non solo un abitante in più, ma un cuore pulsante, capace di mantenere accesa la fiamma dell’arte e della memoria.

