A cura di Vilma Bieniek · Rivista Anitart
Insegnante in attività, ballerina, coreografa, ex atleta — e ora pittrice riconosciuta a Venezia, Parigi e New York. Maria Assunta Trotta, nota nel mondo dell’arte come Marassu’, ha iniziato a dipingere poco più di un anno fa, spinta da un dolore che aveva urgente bisogno di forma. Ciò che è emerso dalle tele è un’opera viscerale, estemporanea e profondamente umana, che ha già attraversato i confini e conquistato lo sguardo di curatori internazionali.


La storia di Marassu’ nasce in un momento di rottura, di dolore quasi insopportabile, e si trasforma in colore, in texture, in linguaggio visivo che altri — in città lontane, in lingue diverse — riescono a leggere e a sentire. A Massa Marittima, piccola gemma medievale della Toscana, questa donna dalle molteplici vocazioni ha scoperto, intorno ai cinquant’anni, che la tela bianca era l’unico luogo in cui riusciva a respirare.
Il percorso di Maria Assunta Trotta verso la pittura è, di per sé, un ritratto della complessità umana. Ancora oggi insegnante di ruolo in una scuola primaria, Trotta ha trascorso venticinque anni in cattedra — e non ha smesso: la vocazione educativa e quella artistica coesistono, si nutrono a vicenda. Parallelamente, si è immersa nel mondo del movimento: danza sociale, ritmi caraibici di cui è diventata maestra e coreografa, atletica e istruzione di fitness. Una vita in movimento — nel senso più letterale — che si è improvvisamente trovata di fronte a un silenzio pesante.
“L’emozione che porto sulla tela in quel momento è lì e ora. Il giorno dopo sono diversa.”
Fu in uno di quegli istanti di immobilità interiore che chiese al marito un regalo insolito: tele, colori e pennelli. “Non riuscivo a gestire il dolore”, racconta. “Sembrava come se non riuscissi a respirare, il cuore mi batteva a mille. Ma avevo dei figli e non volevo che mi vedessero stare male.” Da quella richiesta silenziosa nacque un linguaggio. Da quel giorno in poi, iniziò a mettere su tela le sue emozioni e sensazioni — praticamente, sé stessa.
LA POETICA DELLA SPONTANEITÀ
Marassu’ definisce il proprio lavoro con una parola precisa: estemporaneo. Non pianifica. Non abbozza. Non decide in anticipo cosa creerà. “Preparo i miei colori, mia la tela e via… parto per il mio viaggio.” La scelta dei pigmenti è, essa stessa, una decisione emotiva — determinata dallo stato d’animo del momento, non da criteri estetici o compositivi calcolati. Il risultato sono opere uniche, irripetibili, che la stessa artista riconosce di non essere in grado di riprodurre.



Questo rifiuto del revisionismo non è un capriccio: è una posizione filosofica sulla natura dell’emozione e del tempo. “Il giorno dopo sono diversa”, spiega. “Già ho metabolizzato ciò che ho vissuto, e quindi anche i colori possono essere diversi, così come la tecnica.” Ogni opera è, pertanto, una fotografia emotiva di un istante irreversibile — una forma di archivio interiore che non ammette correzioni.
“Non so cosa dipingerò. La tela è una tabula rasa — sono io a darle forma o vita, a seconda di come sto e di cosa voglio.”
Questo approccio colloca il suo lavoro in una tradizione che va dall’espressionismo astratto all’action painting — ma senza la programmazione teorica che molti di questi movimenti portavano con sé. In Marassu’, la spontaneità non è metodo: è necessità. Ed è precisamente questa autenticità che gli osservatori più attenti individuano nelle sue opere.
DA MASSA MARITTIMA AL MARAIS
Il percorso espositivo di Marassu’ inizia però qualche mese prima, in Italia, nella città per antonomasia dell’arte e della bellezza: Venezia. Nel dicembre del 2025, viene invitata a partecipare a una mostra nella Serenissima con l’opera “La stretta della vita” — un titolo che dice tutto sulla genesi di questa pittura, nata proprio dalla morsa di un momento difficile. L’opera condensa in sé la poetica dell’artista: tensione e libertà, peso e colore, dolore che cerca una forma.
Nel gennaio del 2026, poco più di un anno dopo aver mosso i primi passi con i pennelli, Marassu’ si trovava alla Galerie Thuillier, nel cuore del quartiere parigino del Marais — uno dei centri storici dell’arte contemporanea mondiale. L’opera “Immagina!”, un acrilico su tela di 40×40 cm, era stata selezionata per il Premio Maestri a Parigi — Expo 2026, tra circa duemila candidati provenienti da tutta Europa.


La galleria, fondata nel 1875 in Rue de Thorigny, è una delle più antiche e rispettate di Parigi. Le sue pareti hanno già ospitato Picasso, Modigliani e innumerevoli altri creatori che hanno segnato la storia dell’arte occidentale. Che un’insegnante toscana, con poco più di dodici mesi di pittura alle spalle, arrivasse fin lì non è un dettaglio biografico minore: è il segnale di una voce autentica che, anche senza formazione accademica in Belle Arti, riesce a comunicare con l’universalità che la grande arte richiede.
“Non me lo sarei mai immaginato. Essere selezionata tra duemila iscritti mi rende davvero orgogliosa.”
Pochi mesi dopo, nell’aprile dello stesso anno, l’Artexpo di Manhattan — la più grande fiera d’arte indipendente del mondo, attiva dal 1979 — la invitò a partecipare al “Trofeo delle Arti Creative di New York”. Le sue opere furono presentate in videoesposizione durante la serata inaugurale. Da Massa Marittima a New York, in una traiettoria di poco più di un anno: un arco che la maggior parte degli artisti impiega un’intera vita a percorrere.
DIALOGO — CON LE SUE STESSE PAROLE
In un’intervista esclusiva alla rivista Anitart, rilasciata per iscritto — per la prima volta, come lei stessa riconosce, in un momento quasi introspettivo — Marassu’ ha condiviso con la redattrice Vilma Bieniek le fondamenta del suo percorso.
La sua pittura nasce come necessità espressiva. Oggi sente che questa urgenza è ancora presente o si sta trasformando in qualcosa di diverso?
Sì, sento ancora la spinta emotiva per dipingere. Non la chiamerei urgenza, ma voglia di portar fuori le emozioni su una tela. Perché la tela? Perché è come una tabula rasa — sono io a darle forma o vita, a seconda di come sto e voglio.
Il fatto di non tornare mai sull’opera il giorno dopo è una scelta istintiva o una posizione precisa nei confronti del gesto artistico?

L’emozione che provo e che porto sulla tela in un determinato momento è lì e ora. Il giorno dopo sono diversa — ho già metabolizzato quanto accaduto, vissuto, sentito il giorno prima. E quindi anche i colori possono essere diversi, così come la tecnica.
La sua pittura viene descritta come una forma di terapia: sente che nel tempo si sta spostando da un bisogno personale verso una comunicazione con l’altro?
Sì, per me la mia pittura è una terapia. In quest’ultimo periodo mi piace dipingere anche con la musica di sottofondo. Sono in continua evoluzione e sperimentazione. Per ora la mia pittura non tende a comunicare ad altri — è per me. Ma mi viene riferito da chi ha modo di osservarla con attenzione di ‘vedere qualcosa’, di ‘sentire emozioni’. E mi sono resa conto che anche l’osservatore, a seconda di come sta, in uno stesso quadro vede e sente emozioni diverse.
Oggi, guardando il suo lavoro, si sente all’inizio di un percorso o già dentro una direzione precisa?
Mi sento di percorrere una strada precisa che mi piace. Ma c’è sempre un ‘ma’: le strade non sono sempre dritte, ci sono curve, dossi, salite più o meno ripide, sono dissestate, sdrucciolevoli, ci sono buche… insomma, come nella vita di tutti noi.
LA TAVOLOZZA DELL’EVOLUZIONE
Chi segue il percorso di Marassu’ fin dalle prime opere nota una trasformazione cromatica che è, allo stesso tempo, una trasformazione interiore. I lavori iniziali rivelano palette più cupe, dense di materia emotiva difficile da nominare. Con il tempo, la luce è entrata — non in modo lineare, poiché “è il momento a scegliere i colori”, ma con una frequenza crescente di toni più luminosi, più vivaci.
“Osservando tutti i miei quadri dal primo in poi si nota la differenza emozionale e comunicativa”, conferma l’artista. Questa evoluzione non è quella di qualcuno che ha imparato a dominare tecnicamente il colore — è quella di qualcuno che ha imparato ad abitare sé stesso. Ciò che rende il suo lavoro particolarmente raro è proprio questa leggibilità della traiettoria umana: chi guarda l’insieme della sua opera legge una biografia emotiva.
“Osservando tutti i miei quadri dal primo in poi si nota la differenza emozionale e comunicativa.”
Recentemente, la musica è entrata a far parte del suo processo creativo. Dipinge con il suono — e quel suono influenza il gesto, il ritmo della pennellata, la cadenza con cui il colore viene depositato sulla tela. Un nuovo strato sensoriale che aggiunge complessità a un processo già di per sé multidimensionale.
La storia di Marassu’ è, in ultima analisi, la storia di una voce che ha trovato il proprio strumento. In un’epoca in cui il mercato dell’arte celebra spesso il calcolato a scapito del genuino, questa pittrice toscana — senza accademia, senza galleria di rappresentanza, senza una strategia di carriera — è arrivata a Parigi e a New York semplicemente perché ciò che fa è vero. E la verità, nelle arti come nella vita, ha una tendenza ostinata a essere riconosciuta.
SCHEDA ARTISTA
Nome d’arte: Marassu’
Nome completo: Maria Assunta Trotta
Luogo: Massa Marittima, Toscana, Italia
Tecnica: Acrilico su tela (estemporaneo)
Professione: Insegnante di scuola primaria (in attività)
Esposizioni: Mostra a Venezia, “La stretta della vita” (dic. 2025) · Premio Maestri a Parigi, Galerie Thuillier (gen. 2026) · Artexpo Manhattan, New York (apr. 2026)

