Di Vinicius Siqueira
“Il legame tra Tadeusz Kantor e ANITART è iniziato con l’articolo “Tadeusz Kantor: il rivoluzionario del Teatro della morte”, scritto dal filosofo, docente, scrittore e drammaturgo italiano Pasquale Stanziale. Attraverso il suo sguardo, ANITART si è avvicinata al teatro della morte, alla memoria, agli oggetti e alle presenze inquietanti che attraversano l’opera dell’artista polacco. Ora questa riflessione si amplia e attraversa l’Atlantico. Il testo del brasiliano Vinicius Siqueira, pubblicato sul portale “Colunas Tortas” con il titolo *Tadeusz Kantor e sua arte soturna*, propone una prospettiva diversa e complementare. Partendo dalla pittura, dalla dimensione sociale dell’arte e dalla sua apparente inaccessibilità, conduce il lettore verso le tensioni politiche, affettive e simboliche presenti nell’universo di Kantor. Due prospettive, italiana e brasiliana, si incontrano dunque attorno a un artista che ha fatto della memoria, dell’ombra e dell’estraneità una forma radicale di presenza.“

Celebrato come un regista teatrale rivoluzionario, Tadeusz Kantor contribuisce anche a una visione più umile dell’artista e dell’arte. Se la sua opera cupa rappresenta molto di ciò che anima i suoi spettacoli, lo straniamento che suscita in noi può essere inteso come l’effetto di una vera opera d’arte.
Tadeusz Kantor fu un pittore e regista teatrale polacco, ampiamente riconosciuto in tutta Europa per il suo teatro sperimentale. La sua opera principale è La classe morta (Umarła klasa). I suoi dipinti sono cupi e malinconici e spesso rappresentano la vanità di un movimento inutile nella vita. Tuttavia, ciò che mi ha fatto entrare, almeno in parte, nel suo universo è stata una citazione riportata nella sua pagina del DDG:
“I now maintain that a genuine work of art is enclosed, inaccessible. The rôle of the viewer consists in keeping in the shadow of that work. It is not true that we come to a museum to consume art. It was the bourgeois cannibalism of the 19th century that was responsible for the glorification of that non-artistic attitude towards a work of art.”
Tadeusz Kantor, 1979
«Sostengo ora che una vera opera d’arte sia chiusa in sé stessa, inaccessibile. Il ruolo dello spettatore consiste nel restare nell’ombra di quell’opera. Non è vero che andiamo in un museo per consumare arte. Fu il cannibalismo borghese del XIX secolo a essere responsabile della glorificazione di quell’atteggiamento non artistico nei confronti di un’opera d’arte.» – Traduzione libera
C’è un aspetto interessante: la questione della sua epoca era legata al tentativo di sottrarre l’arte agli abusi della politica. L’arte era stata utilizzata dal nazismo e dallo stalinismo come potentissimo apparato ideologico, come strumento di aggregazione e sempre con fini strategici, volti a rafforzare l’ideologia delle classi dominanti. Con la forza che l’arte stava acquisendo in sé stessa, senza vincoli con ciò che la circondava e prodotta per il proprio fine — il fine artistico, il bello, il piacere estetico, comunque lo si voglia definire — l’arte stava diventando un frammento di pura soggettività. Ma è possibile che qualcosa sia pura soggettività?
Per dialogare con l’estratto sopra riportato, proverò a ricorrere a Christopher Caudwell che, nel suo libro Studi su una cultura morente, propone una buona definizione di ciò che l’arte sarebbe dal punto di vista sociale: per lui, l’arte è ciò che modella la «coscienza affettiva dei suoi membri [della società]» ed è il «condizionamento dei loro istinti».
Christopher Caudwell
Questo significa che l’arte è ciò che libera una formazione ideativa repressa e, al tempo stesso, crea le condizioni per una repressione più concreta. È ciò che provoca una “rottura” nel linguaggio: qualcosa che, in un primo momento, non può essere classificato, ma che viene allontanato o negato da ciò che egli definisce costumi sociali, come le formulazioni della morale.
Quando Tadeusz Kantor sottolinea che l’arte è rinchiusa in sé stessa, che è inaccessibile, si può dire che, rispetto ai movimenti che cercavano di eliminare dall’arte qualsiasi contenuto non artistico, l’arte ha bisogno di un contesto politico e sociale per esistere. È inaccessibile perché soltanto un individuo spogliato della società potrebbe toccarla. Solo un individuo al di fuori delle relazioni sociali riuscirebbe a entrare nell’arte pura; ma un individuo fuori da tali relazioni non saprebbe mai che cosa sia l’arte. Diventa dunque impossibile toccare l’arte in modo puro.
L’oggetto artistico è il punto più interessante: ciò che fa di qualcosa un’opera d’arte. A questo proposito, Pierre Bourdieu ha già lavorato sull’idea che l’arte sia ciò che è quando viene socialmente definita come arte. In altre parole, gli oggetti artistici appartengono alla sfera dell’arte perché gli artisti — autorità riconosciute in materia — hanno stabilito che lo fossero; e anche il concetto stesso di arte, così come la teoria estetica, è completamente arbitrario. Non è qualcosa che esiste in sé: è qualcosa che deve essere appreso.
Quando Kant afferma che l’arte è definita da un apprezzamento disinteressato, dunque, non sta offrendo una definizione oggettiva di ciò che sia l’arte, ma sta definendo il modo corretto di apprezzare un oggetto artistico già stabilito socialmente. Bourdieu appartiene, senza dubbio, a una sociologia demistificatrice.
È per questo che l’arte non è mai pura: finisce per dipendere dalla formazione stessa del soggetto all’interno della società in cui vive. Nessuno classifica le cose da solo; è necessaria un’autorità che indichi determinati nomi e categorie.
Il lavoro di Kantor simboleggia quindi l’atto di realizzare la “rottura” proposta da Caudwell, ciò che caratterizza l’arte come processo sociale. Un’arte difficile da simbolizzare, difficile da comprendere e da inserire in un gruppo o in una categoria già pensata. Non mi riferisco soltanto alle sue opere pittoriche, ma anche al suo teatro, in effetti molto più famoso dei suoi dipinti.
È probabile che, per alcuni, a un primo sguardo, le sue opere generino un disagio estraniante; ma questa reazione affettiva davanti ai suoi dipinti cupi fa parte di un processo di ricategorizzazione della sua opera. È evidente anche che il suo lavoro appartiene a un’epoca precisa. Oggi, con tanti film horror prodotti in serie da un’industria culturale assetata della paura più intensa e immediata possibile, un dipinto oscuro potrebbe non apparire così terrificante o difficile da classificare. Vale tuttavia la pena compiere lo sforzo di ricondursi all’epoca in cui queste opere sono nate.

Vinicius Siqueira
Instagram: @viniciussiqueiract

Vinicius Siqueira de Lima è laureato magistrale e dottorando presso il Programma di Studi Post-Laurea in Educazione e Salute nell’Infanzia e nell’Adolescenza dell’UNIFESP. Ha conseguito una specializzazione in sociopsicologia presso la Scuola di Sociologia e Politica di San Paolo ed è direttore editoriale di Colunas Tortas.

