Di Vilma Bieniek
Come Claudia Canto ha trasformato spostamento, invisibilità e memoria in una letteratura della permanenza
Tra il Brasile e l’Europa, Claudia Canto ha costruito un’opera letteraria che nasce dall’esperienza dello spostamento, ma che rifiuta di rimanere confinata al solo ambito autobiografico. Autrice di oltre venti libri, la sua scrittura attraversa temi come la migrazione, il lavoro invisibile, il senso di appartenenza, l’identità femminile e la sopravvivenza emotiva, senza mai ricorrere alla romantizzazione del dolore o alla semplificazione dell’esperienza umana.
Il suo percorso è profondamente segnato dall’esperienza migratoria e dal periodo in cui ha lavorato come domestica in Europa — esperienza che sarebbe poi diventata uno dei nuclei centrali della sua produzione letteraria. Tuttavia, la sua letteratura non si configura come confessione personale. Ciò che Claudia realizza è un movimento più complesso: trasformare esperienze individuali in linguaggio collettivo, rivelando strutture silenziose che attraversano la vita di migliaia di donne.
“Nonostante la complessità umana, le nostre storie possiedono fili conduttori molto simili”, afferma. “Nel caso delle donne immigrate, la nostalgia, la mancanza affettiva, la paura, l’invisibilità e la sensazione di non appartenenza creano esperienze profondamente collettive.”
Per molti anni ha creduto di scrivere soltanto di sé stessa. La percezione cambiò quando altre donne iniziarono a riconoscere le proprie storie nei suoi libri.
“Quando ho iniziato ad affrontare temi come la migrazione, il lavoro domestico, la sopravvivenza emotiva e l’invisibilità sociale, altre donne hanno iniziato a riconoscersi nelle mie parole. È stato in quel momento che ho compreso che la mia storia smetteva di essere soltanto memoria personale per trasformarsi in linguaggio, creazione collettiva e movimento letterario.”
Questa trasformazione ha ridefinito anche il suo rapporto con la scrittura. Claudia ha più volte definito la letteratura come una “scialuppa di salvataggio”, espressione che considera ancora vera, seppure oggi ampliata dalla consapevolezza artistica e politica che attraversa la sua opera.


“La scrittura è nata dall’urgenza di sopravvivere emotivamente, ma oggi è anche una scelta consapevole di permanenza nel mondo.”
Nella sua traiettoria, la parola appare come strumento di elaborazione, ma anche come forma di permanenza simbolica di fronte a esperienze che storicamente hanno prodotto silenziamento.
“Scrivo ancora per non ammalarmi, ma scrivo anche perché credo profondamente nel potere trasformativo della parola. La letteratura mi ha salvata e oggi la utilizzo per aiutare altre persone a trovare voce e senso.”
Parlando della sua esperienza come lavoratrice domestica in Europa, Claudia evita sia il vittimismo sia qualsiasi idealizzazione estetica della sofferenza. La sua lettura di quelle esperienze è profondamente critica e consapevole delle strutture sociali che modellano l’invisibilità di molte donne brasiliane all’estero.
“Il tempo mi ha portato comprensione riguardo alle strutture sociali, all’invisibilità e al posto storico destinato a molte donne brasiliane.”
Ma alcune tracce restano inscritte in modo permanente.
“Il silenzio, la paura di non appartenere, la sensazione di dover dimostrare continuamente il proprio valore.”
La sua opera si costruisce proprio in questo equilibrio delicato tra elaborazione estetica e responsabilità umana. Claudia rifiuta la tendenza contemporanea a rendere estetico il dolore sociale attraverso una rappresentazione addolcita della violenza.
“Esiste una differenza tra delicatezza estetica e abbellimento del dolore.”
Per lei, la letteratura deve essere capace di produrre coscienza senza cancellare gli attraversamenti sociali presenti nelle esperienze umane.
“La mia preoccupazione è sempre stata quella di trasformare esperienze difficili in riflessione umana senza cancellare la violenza, le disuguaglianze o le dinamiche sociali presenti in esse.”
L’esperienza della diaspora ha trasformato profondamente anche il suo rapporto con il Brasile e con la propria identità. Paradossalmente, la distanza ha prodotto vicinanza.
“Più attraversavo frontiere, più mi avvicinavo alle mie origini.”
Lontano dal proprio paese, Claudia ha iniziato a comprendere l’identità non come limite geografico, ma come costruzione affettiva e culturale.
“La distanza mi ha fatto comprendere profondamente chi sono, da dove vengo e quali storie porto con me. L’identità non è una prigione geografica, ma memoria, linguaggio, affetto e appartenenza emotiva.”
Questa consapevolezza ha ridefinito persino la sua idea di appartenenza. Dopo molti anni trascorsi cercando un luogo fisso nel quale inserirsi, ha compreso che il suo percorso apparteneva proprio al movimento tra mondi differenti.
“Oggi appartengo molto più al movimento che a un territorio fisso.”
La sua letteratura occupa esattamente questo spazio di attraversamento. Non appartiene interamente a un paese, a una singola esperienza sociale o a un’identità statica. I suoi libri investigano le zone di spostamento, gli spazi intermedi e i modi attraverso cui gli individui costruiscono permanenza anche nei contesti di rottura.
Riflettendo sui centri culturali contemporanei, Claudia sottolinea inoltre la permanenza di strutture che continuano a determinare quali voci ricevano legittimazione istituzionale.
“Abbiamo bisogno di ampliare gli spazi di ascolto, ma anche di trasformare il modo in cui queste storie vengono narrate e legittimate.”
Per lei, il problema non è mai stata l’assenza di potenza narrativa.
“Ciò che manca nelle periferie non è la forza narrativa, ma l’accesso, la circolazione e il riconoscimento istituzionale.”
Guardando all’insieme della propria traiettoria, Claudia definisce oggi la scrittura come gesto intimo, elaborazione artistica e posizionamento nel mondo allo stesso tempo.
“Scrivere, per me, è sempre stato un modo di esistere ad alta voce in luoghi dove hanno cercato di silenziarci.”
La sua opera rivela proprio questo: la letteratura non soltanto come espressione individuale, ma come permanenza umana di fronte all’invisibilità.

