SCHEDA CRITICA – Le Rovine dei Miei Antenati

Oiné Mosaics

AutriceVilma Bieniek
Titolo originaleO Cintilar dos Demônios
Titolo italianoLe Rovine dei Miei Antenati
EditoreOiné Mosaics Edizioni
Pubblicazione previstaOttobre 2026
GenereRomanzo · Allegoria sociale · Narrativa polifonica
AmbientazioneItalia (borgo dell’Italia meridionale), 2040–2052
Lingua originalePortoghese brasiliano
Narratori narratori vivi — Virgilio, Giorgia, André/Marcelo e Joana
I narratori postumi — Teodoro, Olga, Margarete, e successivamente Franco e Virgilio

Un romanzo che rifiuta il conforto

L’opera “As Ruínas dos Meus Antepassados”, di Vilma Bieniek, si presenta al lettore non solo come una saga familiare dai toni gotici, ma come una sofisticata allegoria geopolitica sul tramonto dell’Occidente e sull’entropia delle relazioni di potere nel XXI secolo. Strutturato in una triade dialettica — Controllo, Resistenza e l’ambigua “liberta” — il testo utilizza lo scenario di un borgo in ricostruzione nel 2040 per mappare il collasso delle strutture lineari di autorità di fronte all’inevitabilità dell’ibridismo sociale.

L’Anatomia della Decadenza: Il Sigillo e la Pietra
Nella prima parte, veniamo introdotti all’universo dei Bassi attraverso Virgilio, il patriarca di 97 anni. Virgilio non è semplicemente un personaggio; è la metonimia della Vecchia Europa, di istituzioni che si sostengono attraverso l’“Imposizione Sigillare” (il sigillo). Il sigillo funziona qui come simbolo della burocrazia e dell’eredità che si rifiuta di morire, anche quando la “pietra” (il territorio) è già in rovina.

La genialità narrativa di Bieniek risiede nell’uso di narratori postumi. Dando voce ai morti (Olga, Margarete, Teodoro), l’autrice stabilisce che la fondazione del “brillio” dei Bassi è costruita sul silenziamento e sulla violenza domestica. Il passato non è un museo, ma un tribunale che assombra il presente, suggerendo che il declino occidentale è, prima di tutto, un fallimento morale.

La Resistenza come Trapianto dell’Anima
L’ingresso della famiglia Pereira, immigrati brasiliani guidati dall’anarchico André, introduce l’antitesi necessaria. Se i Bassi rappresentano l’“energia lineare” (rigida, fissa), i Pereira incarnano l’“energia circolare” (mobile, adattabile). Il Borgo, sotto la gestione di Giorgia, tenta di realizzare ciò che il testo definisce un “Frankenstein sociale”: un ripopolamento artificiale in cui l’immigrato è visto come il “pezzo di ricambio” per mantenere vivo il sistema Bassi.

L’analisi critica rivela che la resistenza, pur essendo intellettualizzata in André, è in realtà pragmatica e disperata. Essi fuggono da un Sud Globale devastato da crisi climatiche verso un Nord Globale che li accoglie con “mani di ferro in guanti di velluto”. La tensione tra Giorgia e Marcelo (figlio di André) simboleggia lo scontro tra la gestione tecnocratica e l’umanità pulsante che rifiuta di essere soltanto funzionale.

La Sintesi Amara: Nessuno Vince il Sistema
Il culmine filosofico dell’opera si manifesta nel passaggio alla terza parte, narrata da Franco. La tesi del “declino dell’Occidente” si conferma non attraverso la distruzione totale del Borgo, ma attraverso la sua assimilazione.

Il destino di Marcelo è, forse, il momento più perturbante e contemporaneo della narrazione. Ereditando l’ufficio di Arturo e, simbolicamente, le maschere di “Avarizia” e “Invidia”, Marcelo completa il ciclo. La resistenza non sconfigge il potere; viene assorbita da esso. Il “guadagno” di nessuna delle parti, come osservato, rappresenta la vittoria della struttura stessa sull’individuo. Il nuovo abitante, occupando la sedia dell’antico signore, finisce per adattare la propria postura alla stessa curvatura del potere.

Un’Opera di Specchi
“As Ruínas dos Meus Antepassados” è una lettura essenziale per comprendere l’angoscia della contemporaneità. Bieniek ci avverte che le rovine non sono soltanto ciò che crolla, ma ciò che resta in piedi e ci obbliga ad abitarlo. Alla fine, l’opera lascia una domanda inquietante: in un mondo di “Frankenstein sociali”, è possibile creare qualcosa di genuinamente nuovo, oppure stiamo soltanto scambiando le maschere di un cadavere che si rifiuta ancora di essere sepolto?

La scrittura di Bieniek è asciutta, precisa e implacabile, rendendo quest’opera uno specchio oscuro dei nostri stessi tentativi di ricostruire il futuro sulle macerie di un passato che non siamo mai stati capaci di redimere.

La Polifonia come Epistemologia
Il concetto bakhtiniano di polifonia — una pluralità di voci che non si sottomettono a una coscienza autoriale centralizzante, ma dialogano su un piano di uguaglianza — è il principio organizzatore del romanzo. Sette narratori si alternano senza che nessuno di essi detenga il privilegio della verità. Ognuno narra da una posizione radicalmente situata: di genere, di classe, di generazione, di condizione vitale (vivo o postumo). La somma di queste prospettive parziali non produce una verità totale, ma qualcosa di più interessante: un mosaico in cui le lacune sono tanto informative quanto i pieni.

Questa scelta comporta implicazioni epistemologiche precise. Il romanzo rifiuta la prospettiva divina — quella visione dall’alto che il narratore onnisciente tradizionale offre e che, come ha sostenuto Donna Haraway, è sempre una prospettiva situata mascherata da neutrale. Al suo posto, ogni narratore esplicita da dove parla, cosa sa e cosa non sa. Virgilio sa tutto dei Bassi e nulla di sé stesso. Marcelo sa tutto dei sistemi di potere e non sa cosa fare dei propri desideri. Joana sa tutto sulla resistenza e non sa come sopravvivere al lutto.

I Narratori Vivi
I quattro narratori vivi — Virgilio, Giorgia, André/Marcelo e Joana — coprono lo spettro delle posizioni disponibili nel conflitto centrale. Virgilio rappresenta il potere nel suo stato terminale: ancora capace di articolare la propria logica, ma ormai incapace di nasconderne le conseguenze. Giorgia rappresenta il potere nella sua versione contemporanea e gestita: efficiente, autocosciente, ma ugualmente prigioniera. Marcelo rappresenta una resistenza intelligente ma contraddittoria. Joana rappresenta una saggezza pratica che non ha bisogno di sistemi per esistere.

L’alternanza tra queste voci crea ciò che Wayne Booth definirebbe una “distanza narrativa variabile”: il lettore è talvolta molto vicino a un personaggio (dentro la sua coscienza, condividendone la logica), talvolta viene allontanato dall’ingresso di una voce che contraddice quanto appena detto. Questa oscillazione impedisce qualsiasi identificazione stabile e costringe il lettore a mantenere l’ambiguità — che è la posizione epistemologicamente più onesta di fronte a un mondo complesso.

I Narratori Postumi
I narratori postumi — Teodoro, Olga, Margarete, e successivamente Franco e Virgilio — costituiscono l’innovazione più audace dell’opera. Nella tradizione letteraria, i morti parlano in vari modi: come fantasmi (Amleto), come memoria (Beloved di Toni Morrison), come voci dell’inconscio collettivo (Juan Rulfo in Pedro Páramo). Bieniek compie un passo ulteriore: i suoi narratori postumi non sono “oltre” la narrazione — sono dentro di essa, fisicamente presenti nel borgo, interagendo con i vivi in modi che la maggior parte dei personaggi non percepisce, ma che il lettore sì.

Questa presenza fisica dei postumi non è soprannaturale nel senso convenzionale: è una metafora materializzata. Mostrando Olga tra le rovine e Margarete nei giardini della casa, il romanzo afferma che il passato non passa — che i crimini non elaborati continuano a esistere nello spazio fisico e nelle strutture sociali, indipendentemente da qualsiasi riconoscimento ufficiale. È la tesi di Walter Benjamin sull’“angelo della storia” — secondo cui il progresso accumula rovine — espressa in forma narrativa.

La funzione etica dei narratori postumi è altrettanto precisa: restituiscono la parola alle vittime del silenzio patriarcale. Olga, Margarete e Maria (attraverso la lettera) non hanno avuto voce in vita — la struttura di potere dei Bassi le ha ridotte a funzioni (oggetto di desiderio, moneta di scambio, strumento di ricatto). Dare loro voce dopo la morte non è un gesto consolatorio: è un atto di giustizia narrativa che riconosce come la violenza non termini con la morte della vittima, ma continui nel suo cancellamento.

L’Ironia Drammatica come Dispositivo Etico
Il sistema dei narratori produce un’ironia drammatica potente e costante: il lettore sa più di ciascun personaggio preso singolarmente. Sa, allo stesso tempo, ciò che Virgilio ha fatto (attraverso la sua voce e quella di Teodoro), ciò che Arturo porta con sé (attraverso la confessione finale), ciò che Joana sente ma non dice (attraverso la sua narrazione), e ciò che Marcelo interpreta erroneamente (grazie alla distanza che la lettura offre). Questa posizione privilegiata del lettore — che non è una posizione di potere, ma di responsabilità — è il dispositivo etico centrale del romanzo. Sapere di più non autorizza un giudizio facile: autorizza la comprensione della complessità.


LO SPAZIO COME PERSONAGGIO: IL BORGO E LA SUA TOPOGRAFIA MORALE

La Rovina come Categoria Estetica e Politica
La scelta del borgo in rovina come scenario non è semplicemente pittoresca. Nella tradizione estetica europea, la rovina possiede una precisa genealogia filosofica: dal Sublime romantico (la rovina come prova della superiorità della natura sulla cultura umana), al lamento storico (la rovina come segno del declino delle civiltà), fino al pensiero critico contemporaneo (la rovina come materializzazione del costo umano del progresso). Georg Simmel, nel suo saggio sulla rovina (1911), ha individuato in essa una tensione tra la forza ascendente della cultura che costruisce e la forza discendente della natura che riconquista — suggerendo che questa tensione possiede una bellezza specifica proprio perché irrisolta.

Bieniek utilizza la rovina in questo senso più denso. Il borgo non è semplicemente “abbandonato”: è il risultato visibile di un processo storico di svuotamento prodotto dagli stessi Bassi attraverso il loro modello di potere. Le case vuote sono la conseguenza diretta di generazioni di patriarchi che hanno privilegiato il controllo rispetto alla comunità. La topografia della decadenza è anche un atto d’accusa.

“Da borgo a villaggio — e da villaggio nuovamente a borgo — quell’insieme di case ha già attraversato cicli successivi di abbandono e ricostruzione.”
— Virgilio, Parte I

Nel 2019 nacque l’idea onirica che attraversa questa storia — una sorta di intuizione da cui ha preso forma l’intero universo simbolico dell’opera, segnato dalle maschere intagliate nel legno. Il video promozionale realizzato in quel momento non fu solo un esercizio creativo, ma un modo per dare forma a ciò che interiormente già scintillava nell’autrice — un primo tentativo di far emergere qualcosa che avrebbe poi trovato la sua piena espressione come opera letteraria.

Questo processo è stato possibile grazie alla generosa collaborazione di Mino Sferra e Marina Fastoso, che hanno partecipato con sensibilità e visione.

A loro va questa dedica.

A Mino Sferra, attore, regista e maestro di teatro, capace di trasformare l’arte in un percorso umano e profondo, e a Marina Fastoso, per la sua presenza creativa e generosa: entrambi hanno donato all’autrice la forza iniziale di un cammino che oggi si compie in questo libro, con la sua pubblicazione prevista per ottobre.

Due grandi talenti che hanno lasciato un segno vivo e duraturo in questa creazione.