Di Erik Bieniek
Identità e Intimità, Occhio della Strada e Despaesaggi sono solo alcuni dei tanti reportage fotografici che Lina Faria ha realizzato nella sua carriera. Attraverso le sue lenti ha registrato dal quotidiano all’inconsueto, dall’ordinario allo straordinario, dal paesaggio alla rovina.



Il suo percorso è iniziato con il corso di comunicazione sociale. Il suo obiettivo era diventare giornalista, un’esperienza che l’ha segnata profondamente. Ricorda ancora il suo primo contatto con le lezioni di comunicazione, dove ha avuto l’occasione di confrontarsi seriamente con la fotografia, e ha presto scoperto il desiderio di lavorare con essa. Tuttavia, la mancanza di materiali nel corso la fece sentire presto insoddisfatta.
“Vengo dall’interno e sono arrivata molto giovane a Curitiba, volevo fare la giornalista, ma ero troppo giovane. Ho lasciato il corso al secondo anno e sono andata a San Paolo per provare giornalismo lì”, racconta Lina.
A San Paolo, il suo cammino si è intrecciato definitivamente con la fotografia. Ha lavorato per un grande studio, fianco a fianco con maestri del settore. È lì che ha avuto accesso a strumentazione professionale e ha acquisito grande esperienza. Qualche tempo dopo è tornata a Curitiba e, lavorando in uno studio locale, è riuscita a risparmiare per acquistare la sua prima macchina fotografica: una Pentax SP II.
Ed è stato proprio attraverso il suo 35mm che Lina ha trovato la sua vera voce.
Il suo lavoro è attraversato da un’inquietudine costante: il desiderio di comprendere come l’essere umano abiti e trasformi gli spazi. La fotografia documentaria è sempre stata il suo linguaggio principale, e progetti come Identità e Intimità o i reportage nelle carceri femminili mostrano come Lina vada oltre l’immagine.
“Era un rapporto tra la casa come prigione e la prigione come casa”, spiega.
In questo progetto, il suo focus è sulla presenza della donna negli spazi, sull’impronta affettiva degli ambienti e sulle storie che gli oggetti raccontano in silenzio.


Quella stessa sensibilità ha guidato Lina in progetti come Occhio della Strada, nato dal suo lavoro all’Istituto di Ricerca e Pianificazione Urbana di Curitiba. Durante le ispezioni in case di legno, ha iniziato a dialogare con i residenti e a fotografare le abitazioni. Quando ha lasciato l’istituto, ha deciso di trasformare quell’esperienza in un reportage fotografico.
“Volevo rendere queste informazioni più accessibili”, afferma.
Il lavoro, sostenuto da un bando sul patrimonio immateriale, è diventato un ritratto vivido del centro cittadino e dei suoi personaggi dimenticati.
Il suo progetto più recente, Despaesaggi, approfondisce la sua relazione con l’architettura in rovina. Si tratta di un inventario visivo dei segni lasciati da case demolite — tracce della presenza umana che persistono nonostante l’assenza. Più che fotografare strutture, Lina cattura memorie.

Lina si trova ora in una pausa creativa. Il suo sguardo sensibile e la sua energia creativa sono stati scossi da un trauma: cinque anni fa, mentre fotografava per il suo blog Occhio della Strada nel centro di Curitiba, è stata aggredita, derubata dell’attrezzatura e ha subito violenza. Da allora ha timore a uscire con la macchina fotografica.
Il suo racconto ci ricorda i rischi che ha sempre corso e il coraggio che ha avuto per anni affrontando la strada con la sua fotocamera.
Con un percorso guidato dall’ascolto e da uno sguardo attento, Lina Faria ci mostra che fotografare è, soprattutto, un atto di empatia. In tempi di immagini usa e getta, il suo lavoro ci invita a rallentare e a guardare davvero.

