di Gabriella Fabozzi
Fin dall’inizio, l’arte è stata presente nella vita di João Carlos Bieniek come un filo conduttore silenzioso. Per lui, la creazione non è mai stata un processo lineare, ma un flusso atemporale che attraversa tutte le fasi dell’esistenza, collegando realtà e inconscio. Questa percezione è nata già nell’infanzia, nell’atelier del nonno colmo di tele e colori, dove si è formato un legame affettivo e simbolico che ha oltrepassato il tempo e ha segnato il suo percorso. È in quello spazio di memoria e appartenenza che è germogliato il desiderio di trasformare emozioni in immagine e di intraprendere la strada dell’arte.

João Carlos vive oggi a Ribeirão Preto, nello Stato di San Paolo, ma la sua storia ha radici nel sud del Brasile. Nato a Mafra, Santa Catarina, ha consolidato durante l’adolescenza a Curitiba la volontà di diventare artista. Un periodo come militare ha temporaneamente sospeso questo cammino, che è tornato a manifestarsi solo più tardi, dopo la pensione. Oggi l’artista cerca il proprio spazio nel panorama contemporaneo, in dialogo sia con il mercato che con la critica. È in questo confronto con se stesso e con il mondo che si inseriscono le sue riflessioni più profonde sulla pittura, articolate attorno ad alcuni nuclei essenziali: il caos, il tempo, la memoria, la natura e la libertà.

Per João, la necessità di creare non nasce in un momento preciso, ma lo accompagna da sempre, “come un flusso atemporale che attraversa tutte le fasi della vita”. Anche nei periodi in cui ha seguito strade tecniche e razionali, l’arte è rimasta come sfondo vivo, silenzioso, in attesa di forma.

Nelle sue opere, il caos non appare come un ostacolo da domare, ma come materia generatrice. Lo definisce “un istante in cui il disordine assume forma visibile, il caos cristallizzato”. È in questo territorio che preferisce muoversi: tra frammentazioni, sovrapposizioni e tensioni cromatiche, rifiutando l’armonia pacificata. “Mi sento come un capitano che preferisce affrontare tempeste piuttosto che navigare in acque calme”, osserva. Ogni quadro diventa parte di un processo di sopravvivenza simbolica — frammenti che restano dopo la traversata.

Accanto al caos, emerge la dimensione del tempo. Da giovane, João attraversava quotidianamente le strade del centro di Curitiba e osservava i muri antichi, corrosi dal passare degli anni, spezzati, con tracce di pittura dimenticata. Lì già vedeva arte: “l’arte del tempo”. Oggi quelle erosioni sono diventate metafore interiori. Nelle tele, le figure si dissolvono, i piani si intersecano, l’immagine si disfa e si ricompone — tutto in stato di transito, come la vita stessa.
Un altro nucleo della sua poetica è la frammentazione. In molte opere figurative, linee geometriche e sovrapposizioni inseriscono l’instabilità all’interno stesso della pittura. Sono segni di passaggio, metafore dell’impermanenza. João sembra suggerire che nulla è definitivo: ogni momento si sovrappone al precedente, riorganizzando i significati e aprendo nuove possibilità.




(foto fornite dall’artista)

