intervista di Vilma Bieniek a Luca Rossi: musicista devoto al ritmo e al rito


Luca Rossi è considerato tra i maggiori esponenti della tammorra e della musica tradizionale del Sud Italia. Da anni porta il suo antico tamburo a cornice in giro per il mondo: da Roma a Parigi, da Atene a Berlino, passando per Yerevan, Tangeri, Toronto e Dakar. Il suono della sua tammorra ha incontrato negli anni numerose collaborazioni in tour, dischi e colonne sonore: da Enzo Avitabile a Teresa de Sio, Marcello Colasurdo, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Nicolas Jaar, Inti Illimani. Ha inciso album, composto colonne sonore e continua a mantenere un’intensa attività concertistica solista in tutto il mondo.
Vilma Bieniek: Come definiresti il tuo approccio alla musica?
Luca Rossi: Mi piace pensare al musicista come a un attore musicale. Il gesto precede il suono. E il teatro mi ha insegnato proprio questo: dare significato al gesto, alla voce, al silenzio. Quando salgo sul palco, non suono soltanto. Racconto. Porto con me ciò che sta dietro la musica. Il teatro mi ha insegnato a connettermi con il pubblico e – soprattutto – a credere in ciò che non si vede.
Vilma Bieniek: Come hai incontrato la tammorra?
Luca Rossi: Ho iniziato da ragazzino. Era uno strumento che mi sembrava una luna: rotondo, grande, di pelle bianca. Quando la suonavo, tutto intorno scompariva. Sentivo solo il battito. Era la mia coperta di Linus durante l’adolescenza. Lo è ancora. Oggi, quando ho la tammorra tra le mani, mi sento completo.

Sono stato fortunato: ho incontrato grandi maestri che mi hanno insegnato miti, leggende e feste devozionali del Sud Italia. La tammorra è un cerchio che non inizia e non finisce mai. L’ho ritrovata ovunque nel mondo, con nomi diversi ma con la stessa funzione: accompagnare la voce dei popoli, nella preghiera e nella festa. Potrei raccontarti infiniti aneddoti.
Vilma Bieniek: Qual è il legame tra la tammorra e il sacro?
Luca Rossi: Profondo. La tammorra è legata al culto mariano. Si suona sempre per una Madonna, una madre, una terra incinta di fiori. Questo mi ha rapito: l’idea della grande madre che ci vuole fratelli e sorelle, uniti nel cerchio della tammurriata.
Nel Sud Italia, la mia terra, c’è una cosa unica: si può entrare in chiesa con la tammorra. Si cantano antiche preghiere in dialetto e, dopo la preghiera, si celebra la festa. Si balla e si suona, giorno e notte. È un modo profondamente umano e semplice di celebrare la vita. Preghiera e festa, festa e preghiera. Per cercare la luce. Per scacciare il buio.

Vilma Bieniek: Come vivi oggi il concetto di tradizione?

Luca Rossi: La tradizione è la vita stessa che rinasce continuamente. Non si è mai fermata. Cambiano i vestiti, gli strumenti, i linguaggi, ma tutto riconduce a quel battito primordiale: il tamburo, il canto. Anche nella musica moderna. Non vedo fratture. Bisogna avere il coraggio di lasciar fluire, abbracciare il cambiamento senza perdere il centro.
Vilma Bieniek: Ci sono stati incontri o viaggi che hanno influenzato il tuo stile?
Luca Rossi: Tantissimi. Ricordo un viaggio a Fortaleza, nel nord-est del Brasile. Un tassista mi insegnò i rudimenti del forrò con il pandeiro. Quella musica, come tante altre che ho studiato con curiosità, è entrata nel mio modo di suonare. Il mio suono è anche il loro suono. La matrice è comune.

Vilma Bieniek: Hai anche studiato etnomusicologia. Come hai integrato la teoria e la pratica?
Luca Rossi: Ho studiato all’Università di Bologna, ma nello stesso tempo imparavo le tecniche dei tamburi a cornice: dall’Iran al Maghreb, dall’Irlanda fino alle strade di New York. Ho assorbito saperi da ogni angolo del mondo.
Poi insegnare è venuto naturale. Ho scritto un metodo didattico più di dieci anni fa. Vedere persone suonare insieme, stare bene con uno strumento tra le mani, è una delle cose che mi fa sentire più realizzato. Quando sento trenta tamburi suonare all’unisono, mi sembra una voce sacra. Una voce collettiva che afferma: “Siamo qui”. Doum, doum, doum, ta-tata. Come te lo spiego?
Vilma Bieniek: Hai portato la tammorra in giro per il mondo. Ti sembra ancora un sogno?

Luca Rossi: Sì. Guardando indietro, sembra incredibile. Ho suonato al Teatro Nazionale di Dakar, al Lincoln Center di New York, nelle piazze di Ramallah e Betlemme, e persino davanti ai demoni guardiani del Tempio del Budda di Cristallo a Bangkok. Ovunque. La tammorra mi ha fatto vivere di lei. Mi ha dato da mangiare, mi ha dato una casa. Ha già superato tutti i miei sogni.
Vilma Bieniek: E adesso, quali sono i tuoi desideri per il futuro?

Luca Rossi: Mi piacerebbe tornare in Brasile, magari per approfondire i rituali del candomblé. Proprio in questi giorni, un’etichetta brasiliana – Agami Records – ha inserito un mio brano nel suo catalogo. Le coincidenze non smettono mai di sorprendermi.
Sogno anche un tour in Cina o in Giappone. Credo che oggi abbiamo bisogno di Oriente per orientarci meglio in questo Occidente confuso. C’è bisogno di ritrovare il cerchio. Ritrovare mamma tammorra.






(foto fornite dall’artista)

