Un saggio su Lucas Fier e il suo percorso simbolico, sensuale e radicale contro i limiti della ragione

di Vilma Bieniek
Ci sono artisti che dipingono il mondo com’è. Altri, come Lucas Fier, lo dipingono come potrebbe essere — o come appare quando gli occhi si chiudono e le immagini emergono dall’interno: dense, mitiche, strane e allo stesso tempo familiari.
Artista visivo, musicista e cineasta, Fier è nato a Curitiba, dove vive e lavora, ma la sua opera oltrepassa qualsiasi delimitazione geografica. Dottorando in Storia presso l’UFPR, laureato magistrale in Arti all’UNESPAR e licenziato in Disegno, costruisce una poetica che sfida il visibile, tende i sensi e mette in discussione, con eleganza e radicalità, ciò che chiamiamo realtà. Con tratti meticolosi e composizioni dense, flirta con il Surrealismo, l’iconografia sacra, l’erotismo e gli stati visionari della coscienza. Il suo lavoro non grida — riecheggia. Non illustra: evoca.

TRA IL VISIBILE E IL MISTERO
Sin dall’inizio, Lucas Fier ha fatto una scelta poco comune: non seguire il flusso. Pur vivendo a Curitiba dalla nascita, non si è mai lasciato limitare da un senso di appartenenza locale. I suoi riferimenti provengono da altri tempi e altre tradizioni. Le influenze spaziano dal Simbolismo al Surrealismo, passando per linguaggi ermetici e immaginari mitologici. Ma ciò che colpisce maggiormente non è solo l’ampiezza di questi riferimenti: è la capacità di fonderli in modo organico, come se fossero il risultato di un sogno collettivo che solo lui ricorda al risveglio.

IL SURREALISMO COME RISPOSTA ALL’APATIA
Nel pieno del XXI secolo, Lucas Fier si presenta come surrealista. Non per un feticcio estetico, ma per coerenza filosofica:
“Nonostante innumerevoli volte si sia preteso che fosse finito, il Surrealismo non ha mai smesso di essere prodotto: ci sono numerosi artisti in tutto il mondo che lo rivendicano, e negli ultimi decenni l’interesse per questo movimento e il suo lascito è aumentato.”
Nella sua opera, questo lascito appare con chiarezza — non come citazione, ma come corpo vivo. Fier ricerca meno l’immagine in sé e più lo stato di coscienza che essa richiede. Le sue opere suggeriscono più di quanto affermino, aprendo domande senza offrire risposte. Questa ambiguità è, forse, la sua cifra più potente: il disagio necessario per sfuggire alla banalizzazione dello sguardo.

VISIONI E L’ARCIPELAGO DELL’IMMAGINARIO

Nelle sue pitture a olio su tela, Fier si immerge in stati di percezione sensibile che traboccano oltre il comune. Vi è un’iconografia spirituale densa, popolata da corpi in trasfigurazione, geometrie ancestrali e atmosfere che oscillano tra l’estasi e il collasso. Descrive queste immagini come “esperienze interiori scatenate da diverse situazioni liminali”.
Parla di sogni, fantasticherie e istanti in cui la ragione cede il passo all’ascolto di una forza più profonda. Per lui, l’immaginazione non è un delirio ozioso, ma un sapere profondo: un accesso a ciò che sta oltre l’intelletto. Il suo approccio non si limita alla visualità — tratta l’immagine come un campo vibrazionale in cui suono, sensazione e memoria si intrecciano. Per questo il suo lavoro attraversa i linguaggi con tanta fluidità: l’immagine si prolunga nel suono, il suono si trasforma in gesto, il gesto convoca l’invisibile.
TRA LA TELA E IL SUONO: IL CINEMA COME RITUALE

Oltre alla pittura, Lucas Fier realizza colonne sonore sperimentali e film d’autore. In Introduzione alla Conoscenza di Tutto, cortometraggio da lui diretto, scritto, interpretato e musicato, ritroviamo lo stesso universo della sua opera visiva — ora in movimento. Il film è un rito intimo, uno scavo simbolico. In esso, Fier abbandona qualsiasi struttura narrativa lineare e propone un viaggio interiore, dove immagine e suono si intrecciano come in un sogno lucido.
La sua produzione audiovisiva non è parallela a quella visiva: è una continuazione. La stessa pulsione che disegna occhi fiammeggianti, corpi distesi e cieli rovesciati è presente nei timbri che compone e nei silenzi che inserisce. Tutto fa parte di un unico gesto.
L’AUTENTICITÀ COME FORMA DI RESISTENZA
Se c’è una nota etica che attraversa il percorso di Fier, è il rifiuto della convenienza. Non segue le tendenze, non si adatta a nicchie, non vende ciò che è di moda. La sua posizione è chiara:
“Strumentalizzando l’arte, convertendola in merce, il mercato neutralizza ciò che l’arte ha di più potente: la non-conformità. Quello che faccio è cercare di continuare a fare ciò che desidero. Sottolineo la parola ‘desiderio’ perché è al centro della mia poetica: la mia arte è anche un’indagine sul desiderio. Il desiderio non è un semplice volere: serve un lavoro continuo per scoprire ciò che desideriamo veramente. Seguire questa strada è ciò che mi fa credere in quello che faccio.”
Questo desiderio non è confortevole: richiede riflessione, tempo e reinvenzione. Per Fier, fare arte è un esercizio di decondizionamento. Non si tratta di creare il nuovo per obbligo, ma di mantenersi autentici in un mondo saturo di copie. La sua critica al sistema dell’arte istituzionalizzata è anche una critica all’apatia:
“Questa autenticità di cui parlo non ha nulla a che vedere con l’inedito o l’adesione alle ultime tendenze, ma con l’espressione di qualcosa di vero.”
Creare, per lui, significa accettare il rischio, la fede poetica e la vertigine.
COSA MANCA ANCORA?

Alla domanda su cosa manchi ancora da realizzare, Fier risponde con disarmante sincerità: “manca tutto”. Non come chi neghi il proprio percorso, ma come chi sa che l’arte vera è sempre incompiuta.
Tra i suoi desideri futuri vi sono ampliare le tele, sviluppare film più complessi, collaborare con poeti e continuare a indagare i limiti della percezione. Più che obiettivi concreti, desidera accedere a ciò che ci sfugge:
“Cerco di comunicare ciò che non può essere comunicato per vie razionali, migliorare me stesso attraverso la mia arte e sfidare le percezioni normative, banali e di senso comune. Un obiettivo niente affatto modesto.”

Niente affatto modesto, in effetti — ma profondamente necessario.
Lucas Fier è un artista dell’abisso e dell’incanto. Qualcuno che cammina con fermezza sul filo che separa il sensibile dall’invisibile. La sua arte non è in vendita nelle vetrine — è nascosta dietro le parole che non abbiamo ancora imparato a dire. E, forse, proprio per questo, è così urgente scoprirlo.




(immagini fornite dall’artista)

