Dialogo
di Rossella Tempesta
Maria Pia, quando sono entrati la musica e il canto nella tua vita, ovvero quando hai “sentito” che erano la tua strada imprescindibile?

La musica è sempre stata nella mia vita, ma è letteralmente venuta a prendermi e a farsi scegliere.
Canto dall’infanzia e venivo spesso selezionata per cantare da solista in funzioni religiose o in cori scolastici.
Da adolescente, iniziai a suonare la chitarra e il piano, mentre vagheggiavo tra il diventare disegnatrice o pittrice, e intanto venivo chiamata da gruppi vari.
La mia storia musicale attiva comincia dunque con la musica popolare napoletana e della Campania, dopo l’ascolto della Nuova Compagnia di Canto Popolare, e il lavoro di ricerca e riscoperta di repertori classici e popolari in dialetto di Roberto De Simone. Entrai a far parte, a 15 anni, di un gruppo di musica che riproponeva quel tipo di repertorio, lo chiamammo ‘o Banco ‘e ll’acqua. Il mio primo concerto fu da chitarrista (ma al secondo cantavo già!). Dopo qualche concerto, fui invitata ad entrare in un altro gruppo, Il Tiglio, che presentava il suo repertorio di ricerca su musiche etniche di tutto il mondo, ma con particolare attenzione all’Europa dell’Est, al Mediterraneo e al Sud America. Era il 1976, un periodo di grande fermento politico. Il concerto era diviso in due parti: la prima parte proponeva la musica delle classi dominanti (musica sacra, russa e greca ortodossa, la prima polifonia spagnola di Juan del Encina, corali di Bach, ma anche madrigali a cinque voci di origine sudamericana, scritti in stile spagnolo, ma in lingua Quechua o Nahuatl); la seconda parte era dedicata alla musica dei popoli. Ho avuto la fortuna di cantare in macedone, albanese, dialetto bulgaro, russo, greco, polacco, tedesco, francese, spagnolo, portoghese e di apprendere a suonare strumenti a tempi dispari e strumenti a plettro, come il bouzouki, il ciftelì, la balalaika, e una miriade di piccole percussioni, a nemmeno 17 anni! Non finirò mai di ringraziare il cosmo per questa immersione diretta nella musica e nella realizzazione di quanto infinita fosse la varietà di ritmi e culture. Mi ha aperto la mente e la voce più di quanto allora potessi valutare.
Fu quando entrai in crisi con il “riprodurre” cose già scritte, che il desiderio di sperimentare con la voce mi portò al jazz. A 19 anni capii che cantare, sperimentare, improvvisare erano ciò che volevo fare per il resto della mia vita. E così è stato.
Con la tua presenza in questa nuova rivista italo-brasiliana, si conferma il tuo legame speciale con il Brasile. Raccontaci del tuo incontro e della tua collaborazione con Chico Buarque de Hollanda.
Devo fare alcune premesse: il mio lavoro con il Brasile è cominciato nel 2006, quando l’associazione Napoli-Bahia, nella persona di Giorgio Baratta (un vulcanico professore di filosofia che purtroppo non c’è più e che tesseva rapporti tra università, musicisti, artisti visivi), mi invitò a creare un progetto musicale che lavorasse sulle affinità/assonanze tra la cultura bahiana e quella napoletana. È cominciato così un amore e una ricerca che non si sono più fermate: la musica folclorica, il choro, e i grandi autori della MPB (Musica Popolare Brasiliana), che naturalmente conoscevo già, ma l’approfondimento di questi ultimi anni è diventato un filone molto presente nel mio lavoro.
A Bahia scoprii Dorival Caymmi, le sue canzoni praieiras sul mare, i pescatori, che sono qualcosa di meraviglioso e che avrebbero potuto essere scritte a Napoli e cantate tranquillamente da Murolo. Nacque così il progetto Transito Atlantico, che ha girato per qualche anno in Italia.
Poi il caso (ma io credo che il caso non esista) mi ha fatto incontrare nel 2010 un altro grande musicista, con cui ho avuto una grande affinità fin dal primo concerto. Parlo di Guinga, un compositore e chitarrista eccezionale che si è formato ascoltando la MPB (Musica Popolare Brasiliana) ma anche l’opera italiana e la canzone napoletana, e anche Porter e Villa Lobos. Ho tradotto in napoletano moltissimi suoi brani, lui ha adorato la cosa e mi ha invitato in Brasile a suonare con lui e a incidere il disco Porto da Madama (SESC, 2015), invitata insieme a Monica Salmaso, Maria João ed Esperanza Spalding, presentato poi a San Paolo e altre città. Tra i tanti brani tradotti di Guinga, c’era Você Você, cui Chico Buarque aveva scritto un testo.
Nel frattempo, stavo preparando con Huw Warren Pata Pata, in cui volli inserire dei brani brasiliani tradotti in napoletano. Entrai quindi in contatto con Chico Buarque de Hollanda per chiedergli l’autorizzazione a tradurre i suoi brani. La sua reazione all’ascolto di Você Você e Olha Maria (diventato in napoletano Curre Maria) fu entusiastica. Gli erano piaciute fin da subito alcune parole non “quotidiane” come: malombra, o sfruculìe. Ci soffermavamo davvero sulle soluzioni poetiche della traduzione. Gli chiesi se potevo scrivergli ancora e lui mi esortò a farlo: c’è un messaggio che ho anche inserito nelle note di copertura di Core/Coração, in cui Chico scrive: “Così imparo un poco di napolitano” firmato Francisco. Gli dissi che mio nonno, di nome Francesco, veniva chiamato Ciccillo, e lui mi rispose che anche un amico dei suoi genitori si chiamava Ciccillo (si trattava del ben noto industriale italo-brasiliano Ciccillo Matarazzo). Da quel momento in poi ha sempre firmato come Ciccillo.
Dal 2010 in poi, si è avviato questo lento ma costante scambio epistolare (Chico è sempre stato estremamente gentile e affettuoso e risponde subito alle mail che gli invio: un vero signore), che è stata per me una lezione enorme di poesia, sensibilità, lingua portoghese, letteratura brasiliana, partecipazione alle vicende umane. Il suo impegno civile e politico sono una lezione di presenza, generosità, consistenza.
Il primo lavoro dedicato completamente alla traduzione in napoletano dei suoi brani, con l’eccezione di un brano di Guinga e uno di Egberto Gismonti, è il disco Core/Coração (Jandomusic, 2017).
In Core/Coração, Chico ha cantato con me in due brani. Abbiamo registrato a Parigi ed era la prima volta che ci incontravamo. È stato ovviamente emozionantissimo! Ma allo stesso tempo molto semplice.
Chico visto da vicino conferma ciò che si dice di lui: è una persona di grandissima eleganza interiore. Ha la semplicità e la discrezione che lo hanno fatto etichettare come “timido”. In realtà è semplicemente riservato, gentile e aperto.
Il lavoro è stato un crescendo di allegria e fiducia. Abbiamo cominciato la registrazione con O meu gurí, che in napoletano è diventato ‘O Piccerillo, in cui canta l’ultima strofa in napoletano. Ci siamo messi insieme nel suo “boot”, con le cuffie, e io lo aiutavo con la pronuncia nei punti più difficili. Il tutto è stato condito da grandi risate, alcune parole lo divertivano particolarmente… Il contrappunto tra le due voci è uscito spontaneo e naturale e la sua conclusione parlata, dicendo “o piccerillo…” con una tenerezza nella voce che ci ha commosso tutti. Così come naturale e stupefacente è stata la semplicità con cui abbiamo registrato “live” insieme a Huw Warren e Roberto Taufic il brano Todo Sentimento. Abbiamo fatto semplicemente una prova di struttura, e poi è stata… buona la prima. Eravamo distanti, le due cabine avevano al centro la stanza della regia, ma abbiamo fraseggiato insieme come se avessimo già cantato quel brano mille volte. Ho ancora i brividi ogni volta che lo ascolto.
Sapevo, nel mio cuore, fin dall’inizio del nostro scambio che tutto ciò sarebbe diventato qualcosa di importante nel mio lavoro. Con Core/Coração sono arrivati concerti e occasioni internazionali. In Italia, Francia, Germania, ma la passione era ormai innestata. E in questi ultimi sette anni ho tradotto moltissimo, e l’epistolario con Chico si è arricchito di mille capitoli, e da poco ho registrato un nuovo lavoro con sue 15 canzoni. E Chico Ciccillo è stato, se possibile, ancora più presente e ha speso parole davvero toccanti sul mio lavoro di traduzione e sulle riletture musicali dei suoi brani.
Tu sei Maestra di canto jazz in uno dei più prestigiosi conservatori italiani, San Pietro Maiella di Napoli. Che esperienza è allevare i giovani artisti?

Il conservatorio di Napoli è un luogo che mi emoziona. Secoli di storia della musica nella incredibile biblioteca, e li senti anche nei corridoi, nel chiostro. È splendido e trovo, dopo due anni di docenza, che abbia un piglio fiero e una produzione musicale continua che coinvolge allievi e insegnanti di ogni disciplina, tra classica, opera, jazz ed elettronica. E questo è molto bello.
Insegno davvero da una vita, ben prima dell’apertura dei dipartimenti jazz, prima in scuole private, ma per due decenni prevalentemente in seminari. Incontrare nuovi talenti e lavorarci insieme è emozionante, “refreshing”, direi.
La mia vena di didatta più profonda riguarda l’essere una motivatrice. Mi considero in primis una musicista attiva, pertanto ciò che è per me importante trasmettere è l’esperienza creativa di un artista di questo tempo, proporre un metodo per coltivare la propria unicità tramite il metodo e il linguaggio di una musica straordinariamente libera quanto il jazz.
Pertanto, come insegnante, mi interesso che gli allievi comprendano che non esiste un solo modello vocale, ma che è importante riconoscere, accettare e affinare la propria voce e la propria unicità.
Il processo deve essere vitale e molteplice, volto a trovare la propria inclinazione personale, la propria poetica, in modo che si possa inventare mondi attraverso essa.
Mi interessa che il mio lavoro diventi un lavoro di formazione dell’artista, non solo interprete, ma anche potenziale autore o arrangiatore del proprio materiale. E allora è necessario formarsi con tanti ascolti e letture: poesia, letteratura, le lingue straniere. Ed essere consapevoli delle proprie radici.
Ho molta tenerezza e anche un po’ di apprensione per questi giovani artisti bombardati da ogni parte da troppe informazioni e troppi stimoli. È molto difficile per loro mantenere la calma e la resistenza alle frustrazioni, necessaria per uscire dalla superficialità di modelli troppo “veloci” e invasivi. Ma ho anche fiducia in loro. Alcuni hanno “l’antenna” già ben attiva, altri hanno talento ma bisogno di tempo per sapere come usarlo. In tanti anni di insegnamento ho visto fioriture bellissime.
E infine, parlami del tuo nuovo disco in uscita a metà giugno…

A 8 anni di distanza dalla pubblicazione di Core Coração, il nuovo disco che uscirà in estate continua il percorso di traduzione fedele dei testi dal portoghese al napoletano e di riinterpretazione musicale, interamente dedicato all’opera di Chico Buarque de Hollanda.
Il lavoro di rilettura delle composizioni musicali è stato intensissimo e libero da preclusioni, grazie al grande contributo del mio gruppo di lavoro, una vera famiglia musicale, composta da Roberto Taufic alla chitarra e autore di molti degli arrangiamenti del disco, Huw Warren al pianoforte e Roberto Rossi voce, batteria e percussioni, che mi ha consentito un buon lavoro di ricerca e selezione del repertorio.
L’affinamento delle traduzioni è stato seguito passo a passo dalla presenza e sentita partecipazione di Chico stesso, la cui pressoché perfetta conoscenza dell’italiano e l’amore per il dialetto e la canzone napoletana (in cima a tutti Murolo) ha fatto sì che potesse immergersi nel dettaglio del lavoro, parola per parola. Il lavoro è stato intenso anche per lui, alcuni brani sono dei tour de force vocali e linguistici!
La scelta dei brani ha seguito insieme una logica musicale, compositiva e poetica, ma ho voluto seguire certi fili tematici che si rintracciano chiaramente nell’opera di Chico.
Chico Buarque è il compositore eccezionalmente prolifico e melodista geniale che il mondo conosce, profondissimo poeta e ascoltatore, che scrive e parla attraverso le sue canzoni con voce di donna, di uomo, di ragazza di favela, di menino di rua, di schiavo. Scrive anche molta narrativa, e anche nei suoi romanzi o racconti si rintraccia questa sua particolare dote. (Ha ricevuto il premio Camões! Parliamo del corrispettivo del Nobel per la letteratura in lingua portoghese.)
In questo disco c’è il Chico intimo che parla in maniera piana di sentimenti, intrecciato al Chico testimone lucido della storia dolorosa del Brasile e degli anni della dittatura, attraverso canzoni esplicite, o mimetizzate in apparenti canzoni d’amore e di affetti. Arte appresa e raffinata per sfuggire alla censura della dittatura, che lo tampinava. Canzoni come la famosissima Meu caro amigo (Amico mio), la lettera mandata all’amico oltreoceano per raccontare che tutto apparentemente scorre uguale, ma che intanto la storia è “nera”; si gioca a pallone e si canta, ma intanto si ingoiano sofferenze e soprusi. O Almanaque, che recita: “Dimmi chi era al volante del pianeta quando il mio paese è finito sottosopra”. Anche in Cotidiano o perfino Maninha si rintracciano elementi che si possono leggere con riferimenti all’opprimente clima dittatoriale.
Un brano in cui tutto è chiaro e inequivocabile è la Canzone Angelica (‘O cunto d’Angelica), che qui Chico canta in napoletano con me, in cui si narra della terribile storia di Zuzù Angel, la prima disegnatrice di moda brasiliana di grande successo internazionale, il cui figlio Stuart Angel, oppositore politico del regime, nel 1971 venne catturato, torturato e ucciso, e il cui corpo non fu mai ritrovato. Zuzù fece quanto in suo potere per parlare a chiunque incontrasse di quanto accaduto, arrivando alle star di Hollywood e perfino a Kissinger, per cercare di sapere dove fosse suo figlio, vivo o morto.
Venne eliminata dal regime cinque anni dopo suo figlio, con un “incidente” automobilistico più che sospetto, che lei aveva annunciato con una settimana di anticipo a Chico con una lettera: “Se mi accadrà qualcosa, sappi che non sarà un incidente”. Chico scrisse per lei nel 1977 Angelica:
Cantarlo in questi giorni difficili per la democrazia mondiale mi è sembrato importante.
Cantarlo con lui in napoletano è stato un momento di profonda emozione.
(tutte le foto sono dell’archivio dell’artista)

