L’Arte di Mark Peploe
Di Vilma Bieniek
Nota editoriale
Anitart è uno spazio italo-brasiliano dedicato all’arte e alla cultura, nato per valorizzare il dialogo tra il Brasile e l’Italia e per dare visibilità a esperienze artistiche che meritano attenzione. La nostra piattaforma si propone come vetrina e spazio di riflessione culturale e artistica, accogliendo linguaggi diversi e prospettive originali. In questo articolo, rivolgiamo il nostro sguardo a uno sceneggiatore britannico la cui traiettoria è profondamente radicata nel cinema italiano: Mark Peploe.
Autore di un’opera segnata da sensibilità estetica e densità filosofica, Peploe ha collaborato con figure centrali della storia del cinema come Michelangelo Antonioni e Bernardo Bertolucci. Ha scelto l’Italia come sua casa, e in questo territorio ha sviluppato un modo singolare di pensare il cinema. Presentarlo in queste pagine significa riaffermare la vocazione di Anitart come luogo di ascolto, di attraversamento e reinvenzione simbolica.

La sceneggiatura come architettura dell’anima
Nel campo della scrittura cinematografica, pochi sceneggiatori sono riusciti a diventare veri architetti dell’anima come Mark Peploe. Vincitore dell’Oscar per L’Ultimo Imperatore (1987), la sua opera si distingue per un’eleganza contenuta, una profonda comprensione dell’immagine come linguaggio e una costante ricerca dell’essenza del gesto drammatico. Più che scrivere scene, Peploe organizzava il pensiero di un film. Il suo metodo può essere inteso come un manuale non normativo di sceneggiatura — una scrittura che pensa, che sente, che respira.
La sceneggiatura come scheletro poetico
Per Peploe, la sceneggiatura non era un testo chiuso, ma una struttura viva. Uno scheletro poetico in cui l’essenziale doveva essere scolpito con il minimo delle parole. La narrazione nasceva dall’atmosfera, non dal dialogo. Al contrario dei modelli classici di Hollywood, la sua costruzione non obbediva a inneschi narrativi, ma piuttosto a una progressione emotiva e simbolica.
“Ogni scena deve avere il peso del silenzio e il tempo del pensiero”, avrebbe detto in un’intervista su Professione: reporter (1975), film scritto in collaborazione con Antonioni.
L’immagine prima dell’azione
Uno dei pilastri del suo approccio era il potere dell’immagine come motore drammatico. Nelle sue sceneggiature, l’azione era raramente esterna: nasceva dal conflitto interno dei personaggi. Ciò che vedevamo sullo schermo era la materializzazione di stati d’animo. Così, ogni gesto, ogni spostamento nello spazio, ogni cambiamento di luce aveva una funzione narrativa.
In L’Ultimo Imperatore, la scelta di una narrazione non lineare è il risultato diretto di questa logica: la memoria del protagonista sostituisce la storia come asse principale. Il ritmo del film non obbedisce alla cronologia, ma ai flussi di coscienza.
La sceneggiatura come spazio mentale
Peploe vedeva la sceneggiatura come una forma per creare spazi mentali per lo spettatore. Secondo lui, la funzione della sceneggiatura è “aprire un paesaggio invisibile”. Questo paesaggio è psichico: fatto di fratture, ripetizioni, silenzi e vuoti.
Per questo, le sue sceneggiature evitavano l’esposizione diretta. Invece di dire, suggeriva. Invece di spiegare, faceva sentire. La creazione di senso era condivisa con il pubblico, che doveva attraversare quei vuoti insieme ai personaggi.
La sceneggiatura come ascolto
Più di qualsiasi tecnica, Peploe coltivava l’ascolto. Ascoltare i personaggi, il tempo, lo spazio. Ascoltare i silenzi. È questo che lo ha reso un partner ideale per registi come Bertolucci e Antonioni. La sua scrittura rispettava ciò che il cinema ha di più singolare — il potere di mostrare l’invisibile.
Nella sua collaborazione con Bertolucci (L’Ultimo Imperatore, Il tè nel deserto, Il piccolo Buddha), notiamo come le sue strutture narrative non spingano lo spettatore, ma lo accompagnino — quasi come un sussurro filosofico. Era una scrittura che non gridava, ma risuonava.
Epilogo
Nel rivisitare il lavoro di Mark Peploe, riconosciamo in lui non solo uno sceneggiatore, ma un pensatore del cinema. Qualcuno che comprendeva la sceneggiatura come forma di pensiero vivo — dove la parola non è ornamento, ma nervo; dove il silenzio non è assenza, ma presenza attiva; dove il tempo dello spettatore è rispettato come spazio di scoperta.
Nell’era delle formule e degli algoritmi, ricordare Peploe significa ricordare che la sceneggiatura può essere, ancora oggi, un atto poetico.

Dedicato a Mark
In questo mese di giugno 2025, ci congediamo da Mark Peploe, uno sceneggiatore che ha saputo fare della sceneggiatura una forma di pensiero. La sua eredità rimane nei silenzi densi che attraversano i suoi film, nelle immagini che parlano più delle parole, e nelle storie che ci ha insegnato a costruire con ascolto e rispetto.
Grazie, Mark, per averci ricordato che il cinema può essere linguaggio, ma anche poesia, meditazione e memoria.

