Ludovico Bieniek, arte, riforestazione e silenziosa resistenza
Di Vilma Bieniek
Questo articolo recupera, con il dovuto rispetto storico e sensibilità affettiva, la voce di Ludovico Bieniek, nome di nascita Ludwik Robert Bieniek — mio nonno — tra ricordi, frammenti e gesti silenziosi di resistenza. All’età di 90 anni, Ludwik concesse una rara intervista al professor Romão Wachowicz, pubblicata nel libro Suor em São Mateus (1972), in cui condivise, con lucidità e commozione trattenuta, momenti salienti della sua traiettoria di immigrato, artista e uomo della terra.
L’intervista non è solo una testimonianza, ma una porta aperta per riflettere su spostamenti, appartenenze e sull’arte difficile di mettere radici lontano dal proprio paese d’origine.
Una vita segnata dalla guerra e dal silenzio
Nato nel 1883, nella regione prossima a Nowy Sącz, in Polonia, Ludwik perse il padre quando aveva solo cinque anni. Suo padre, militare dell’Impero Austro-Ungarico, morì durante un’azione bellica lungo il fiume Vistola, a Cracovia, colpito da una grave polmonite contratta nel gelo invernale. Quasi congelato, il suo corpo non resistette all’infezione. Questa perdita precoce segnò profondamente l’infanzia di Ludwik.
Fu cresciuto dallo zio materno, Roman Berger — uomo colto e riservato — allievo del grande pittore Jan Matejko, maestro della narrazione storica polacca. Fu lui a introdurre Ludwik al disegno, al carbone e ai primi colori.
Berlino: tra numeri e pennelli
Da giovane, Ludwik si trasferì a Berlino, dove studiava contabilità per garantirsi un mestiere pratico, senza però abbandonare la sua vocazione artistica. Studiava pittura di sera, frequentando atelier liberi, e di giorno lavorava per sopravvivere, vendendo quadri o scambiandoli con generi di prima necessità.
Viveva in una città intensa, ma attraversata da tensioni politiche e sociali. Intuì che qualcosa di grave si stava preparando. Così, nel 1908, a 26 anni, prese una decisione rara: emigrare volontariamente in Brasile. Non fuggiva dalla guerra né dalla fame, e non faceva parte dei flussi organizzati di coloni. Fu una scelta consapevole, sensibile e coraggiosa, di un uomo che sapeva vedere oltre.
Il Brasile e l’inizio di una vita artistica discreta
Si stabilì a Curitiba, dove entrò nella Scuola di Pittura di Alfredo Andersen, il grande maestro dell’epoca. Le lezioni si tenevano tre volte a settimana. Ludwik menzionava Lange, Schröder, Ansueto, Kop e Amélia de Barros come suoi compagni. Per mantenersi, lavorava presso il Giornale Polacco di Curitiba, dove traduceva articoli dal tedesco per il giornale A Bússola. Lavorava anche come tipografo, spesso correggendo le bozze di notte.
Nonostante le difficoltà in un Brasile ancora rurale e diffidente verso l’arte, Ludwik non smise mai di creare. Suonava il violino nell’ensemble Czarniecki della Società Kosciuszko, e cantava come basso solista nella Cattedrale di Curitiba. La musica, la pittura e la traduzione erano i tre pilastri del suo vivere.
La Strada della Graciosa: tra rilievi e paesaggi
Con difficoltà a vivere solo d’arte, Ludwik accettò un incarico governativo come agrimensore durante la costruzione della Strada della Graciosa, che collega Curitiba alla costa. Lavorò sotto la direzione dell’ingegnere Albino Watroba, effettuando rilievi in mezzo alla foresta. I pagamenti arrivavano in ritardo, ma Ludwik resisteva.
Fu in quel periodo che conobbe Anastácia Slominski, con cui si sposò. Insieme aprirono un piccolo negozio a Porto de Cima, dove Ludwik disse:
“Lì avevo temi sufficienti per dipingere…

L’arte dell’attesa: il rimboschimento come lascito
Anni dopo, acquistò terreni a Santa Cândida, poi a Campina Grande e infine ad Antônio Olinto, dove comprò 20 alqueires di terra sterile ad Avencal. Dove molti avrebbero rinunciato, Ludwik piantò duemila pini con le proprie mani. Credeva che, se un giorno la pittura non avesse più garantito il sostegno, la foresta lo avrebbe fatto.
Aspettò quarant’anni che quegli alberi crescessero. Nel 1971, vendette la proprietà e il rimboschimento all’impresa TOPEL per 80.000 cruzeiros. Acquistò una piccola casa a São Mateus, dove visse i suoi ultimi anni. Investì parte del denaro per garantirsi una vecchiaia dignitosa. Più tardi, seppe che la stessa proprietà fu rivenduta per 120.000 cruzeiros — ma non si indignò. Era un uomo sereno.
Probabilmente è stato il primo artista plastico del Brasile a riforestare una terra senza alcun incentivo statale, spinto soltanto da una profonda etica interiore, da una visione futura, da un senso di responsabilità ecologica ante litteram.
Dipingere era vivere
A 90 anni, Ludwik dipingeva ancora ogni giorno. Quando Romão Wachowicz lo visitò per intervistarlo, lo trovò davanti a una tela, assorto, con il pennello in mano:
“Sono stato due giorni indisposto, a perdere tempo. Mi mancava il pennello, perché quando dipingo, sento la gioia di vivere.”
Lasciò oltre 500 ritratti a olio e 62 paesaggi brasiliani, che ritraevano foreste vergini, carri trainati da buoi, raccolti di erva-mate, strade di terra battuta. Dipingeva ciò che il Brasile dimenticava.
In particolare, i suoi pini erano più che soggetti naturali: erano alberi-simbolo, icone silenziose di resistenza. Ludwik cercava di mostrare come l’uomo stesse distruggendo le terre vergini per piantare monocolture. La sua era una pittura-denuncia, ma carica di poesia.
L’inquietudine finale
Nonostante l’opera imponente, la sua maggiore preoccupazione era:
“Cosa accadrà ai miei quadri dopo la mia morte?”
Questa domanda risuona ancora oggi. La sua vita è stata come la sua arte: silenziosa, resistente e generosa. Ricordare Ludwik è anche ricordare tanti artisti immigrati — o brasiliani anonimi — che hanno lasciato al paese un patrimonio sensibile, spesso ignorato.
Portare alla luce la sua voce significa riaffermare l’impegno della Anitart per la valorizzazione della memoria culturale, e per un’arte vissuta come etica, lavoro e trascendenza.
Una scoperta recente: l’eredità artistica rivelata
In questo mese di giugno 2025, una scoperta significativa ha illuminato ancora di più il percorso di Ludovico Bieniek: attraverso il legame con Roman Berger, suo zio e mentore, è stata rivelata una connessione ereditaria tra Ludovico e alcune delle figure più straordinarie dell’arte europea.
Questa scoperta è emersa dallo studio dell’articolo accademico sulla pièce Wielopole, Wielopole di Tadeusz Kantor, scritto dalla professoressa e ricercatrice Karolina Czerska, dottore e docente presso la Jagiellonian University di Cracovia. Karolina, profonda conoscitrice dell’opera di Kantor, si è commossa nel constatare il legame familiare che unisce Ludovico Bieniek a Tadeusz Kantor e, parallelamente, al compositore Krzysztof Penderecki.
Entrambi — Kantor e Penderecki — sono figure centrali e imprescindibili dell’arte e della cultura mondiale. Kantor ha rivoluzionato il teatro contemporaneo con la sua “trappola della memoria” e l’estetica dell’assenza, influenzando generazioni di artisti in tutto il mondo. Penderecki, invece, con le sue composizioni dense e innovative, ha lasciato un’impronta profonda nella musica del XX secolo, ed è considerato uno dei più grandi compositori contemporanei della storia.
Il fatto che Ludovico Bieniek abbia legami familiari con queste due personalità conferisce al suo percorso artistico un carattere ancora più simbolico, rilevante e profondamente radicato nel patrimonio culturale europeo e brasiliano..

Riassunto:
Nato nel 1883 nella regione di Podkarpacie, in Polonia.
Studiò a Cracovia, dove si diplomò come contabile e sviluppò talenti artistici e musicali (suonava il violino).
Emigrò in Brasile nel 1908, stabilendosi nello stato del Paraná.
Si sposò con Jadwiga Swoińska, con la quale ebbe quattro figli (2 maschi e 2 femmine).
Visse in diverse città brasiliane: Santa Cândida, Porto de Cima, Rio do Pinhal, Campina Grande, Três Barras, Avencal da Estrela, poi Mafra e infine São Mateus do Sul.
Trascorse 40 anni a Mafra, prima di trasferirsi a São Mateus do Sul.
Fu un lettore assiduo del giornale LUDU.
Il funerale si è svolto nel cimitero locale, alla presenza di numerosi parenti e amici.




