Dipingere restando esposta. Tra materia, immaginario e coraggio quotidiano

Di Vilma Bieniek

Non si inizia a dipingere sempre per diventare artisti. A volte si comincia perché non farlo è impossibile. Il gesto viene prima della scelta, prima dell’intenzione, prima ancora dell’idea di un’identità. Nel lavoro di Palma Aceto, questo impulso originario non si è mai trasformato in progetto di affermazione, ma è rimasto una necessità concreta, quotidiana.

Fin dall’infanzia, lo sguardo si posa su ciò che è vicino: volti familiari, oggetti domestici, posture. Disegnare non significa decorare, ma trattenere. Fermare una presenza prima che si dissolva. Questa attitudine attraversa tutta la sua ricerca e resta riconoscibile anche oggi, nella pittura più stratificata, dove l’esigenza principale non è mostrare, ma ascoltare.

Con la formazione artistica arriva una consapevolezza nuova: l’immagine mentale può prendere corpo, può diventare materia. Tuttavia, non nasce un’idea di arrivo. La pittura resta un luogo instabile, aperto, dove rifugiarsi e allo stesso tempo esporsi. Un territorio di rischio, non di controllo.

Il lavoro pittorico di Palma Aceto si sviluppa come pratica di sperimentazione continua. I materiali non vengono dominati, ma messi alla prova. Acrilici, carte, plastiche, foglie metalliche, sabbie e piccoli elementi si accumulano, si sovrappongono, si feriscono. La superficie non cerca pulizia, ma verità. Questo procedere per stratificazioni non è sempre equilibrato, e non vuole esserlo. In alcuni punti la materia prende il sopravvento e opacizza l’immagine. In altri, la figura resiste e riemerge, fragile, incompleta.

Il corpo femminile è una presenza ricorrente, ma mai idealizzata. Non è icona, non è simbolo rassicurante. È un corpo esposto, spesso frammentato, colto di profilo o di spalle, in atteggiamenti di protezione, di attesa, di raccoglimento. Temi come la maternità, l’infanzia e la metamorfosi attraversano molte opere senza costruire una narrazione lineare. Le immagini non raccontano una storia: restano sospese.

Il linguaggio visivo oscilla costantemente tra figurazione e perdita di controllo. Questa tensione è uno dei nuclei più autentici della ricerca. Le opere non si chiudono mai del tutto. Alcune sembrano volutamente lasciate in uno stato di instabilità, quasi di incompiutezza. Non per mancanza di capacità tecnica, ma per una scelta precisa: non pacificare l’immagine, non renderla comoda.

Anche il colore risponde a questa logica. Da un lato, palette intense e vibranti, legate a un immaginario fiabesco e onirico: blu profondi, violetti, verdi acquatici, improvvise accensioni di giallo. Dall’altro, superfici terrose, grigie, spente, dove la materia assorbe la luce e la figura si ritrae. L’armonia non è un obiettivo costante. Il conflitto visivo viene accettato come parte del processo.

Il ricorso a materiali dorati o brillanti non ha funzione decorativa. Il dorato non sublima, ma disturba. Introduce una frizione tra sacro e fragile, tra desiderio di protezione ed esposizione del corpo. Non risolve l’immagine: la rende più ambigua.

Negli sviluppi più recenti, la ricerca si apre anche a contaminazioni contemporanee, come il dialogo tra pittura e intelligenza artificiale. Non come delega, ma come ulteriore spazio di trasformazione. Anche qui, non c’è volontà di controllo totale. L’opera continua a mutare, a sfuggire.

Essere una donna che dipinge in Italia significa spesso lavorare in una condizione di precarietà silenziosa. L’arte non è sempre riconosciuta come lavoro, e questo comporta una dispersione di energie che incide sulla profondità della ricerca. Creare un mondo pittorico richiede invece una presenza totale, un coinvolgimento che attraversa il corpo prima ancora della mente.

Il rischio di una pratica così coerente è la ripetizione. Alcuni simboli ritornano, e non sempre con la stessa forza. Ma è proprio quando questa ripetizione si rompe, quando la materia interferisce in modo meno controllato, che il lavoro di Palma Aceto raggiunge i suoi momenti più autentici.

Nel complesso, non si costruisce uno stile nel senso commerciale del termine, ma un campo di prova. Un luogo dove dipingere significa tentare, fallire, ricominciare. Il valore di questa ricerca non sta nella promessa di una grandezza futura, ma nella scelta quotidiana di restare esposta, di non irrigidirsi, di continuare a cercare.

Non vengono affermate certezze. Vengono sostenute domande. Con una forma di coraggio silenzioso, privo di proclamazioni. Restare fedeli al proprio immaginario, accettando l’instabilità come condizione, è già una presa di posizione.

In questo senso, dipingere non significa rappresentare la vita, ma attraversarla. Con i suoi strappi, le sue contraddizioni e quella fragile meraviglia che, a volte, riesce ancora a emergere dalla materia.