SERGIO STEFANO CALCAGNO. Biografia minima. Una microstoria.

di Romolo Calcagno

Siamo memori della labilità della memoria, eppure convinti che le tracce stampate possano in qualche modo sfidare l’inesorabilità del tempo. Forse a qualcuno, altro dai cari che esauriranno con la loro esistenza i ricordi, importerà un giorno di una microstoria come quella tratteggiata da Sergio Stefano Calcagno. 

Nato nel 1945 nel quartiere operaio di Sestri Ponente un mese prima dalla liberazione di Genova (unico caso in Italia di resa dell’esercito tedesco formalizzata ad un’organizzazione partigiana: il CLN Liguria) – Sergio Stefano perde il padre (Romolo) che non è ancora pronto per le elementari. Augusta -la madre- insegna all’asilo e fa quello che può. 

Sergio ha cugini e parenti benestanti che vivono in Albaro – il quartiere dei De André per intenderci, ma i genovesi si sa, si fanno i fatti propri, e – mentre il cugino Lorenzo diventerà uno dei più grandi glottologi in Italia – lui studia e vive in collegio. Ormai adolescente, come molti all’epoca, è costretto a scegliere l’avviamento professionale. Il liceo era destinato a quelli di Albaro e la scuola gentiliana verrà davvero riformata solo nel 1962. 

Come “ragazzo con la maglietta a strisce” nel 1960 manifesta contro il governo Tambroni e il congresso provocatorio del MSI a Genova (medaglia d’oro alla resistenza). Si diploma a pieni voti nell’Istituto Professionale di Voltri e, siccome era già mezzo artista e mezzo matto, si iscrive tra mille difficoltà all’Accademia di Belle Arti di Genova.

Ma parte militare, senza santi in paradiso. Bersagliere a Perdasdefogu in Sardegna con Tullio de Piscopo… è storico il suo rammarico per l’esclusione dal corpo di rappresentanza militare in un viaggio a Edimburgo per motivi politici.  

Finisce la leva e le necessità incombono. È costretto a lavorare all’Ansaldo Motori Navi. Qui diventa comunista per scelta – quando comprende che gli operai del consiglio di fabbrica leggono Moravia e Pasolini e pretendono, in assemblea, la biblioteca nello stabilimento industriale. Militante sindacale del consiglio di fabbrica e della sezione del PCI di Voltri, alla prima occasione utile all’azienda, viene licenziato perché senza moglie e senza figli.

La madre si risposa con un capitano di lungo corso di Torre del Greco e, quando vince il concorso all’ENEL, la scelta di una sede meridionale arriva facile.

ENEL di Sessa Aurunca. Dorme da “Nicola” con l’amico di una vita Ametrano, e conosce Natalia che fa la commessa nei Magazzini Riccio.

La CGIL, la militanza nel PCI e l’arte caratterizzeranno un’intera esistenza. Va detto che, per indolenza e voglia di tempo libero mal sopportava gli impegni e il presenzialismo fuori dalle mura cittadine. Per questo non avrebbe mai raggiunto cariche altisonanti. Ma è stato segretario di sezione, militante attivissimo e ha continuato a fare teatro, a scrivere poesie e a dipingere. In barba a chi lo considerava un estremista si è sempre considerato berlingueriano: “sono loro che si sono spostati al centro…io sono rimasto al mio posto. A SINISTRA” – diceva spesso.

Due cose vanno ricordate del suo impegno politico; il “libro bianco sulla fine della Morteo Soprefin”: un’attenta disamina degli atti e della cronologia sulla morte di una fabbrica a partecipazione pubblica e, da segretario della locale sezione del PCI, il suo impegno per la costruzione della lista “Rinascita Aurunca” come tentativo di inaugurare, in anticipo sui tempi, una stagione di sana democrazia negoziale a Sessa Aurunca. L’ultimo agire politico concreto è stato quello di far diventare suo figlio Assessore nell’ultima giunta Meschinelli.

I suoi quadri, che pure hanno vinto numerosi concorsi provinciali e nazionali, sono ancora apprezzati e il suo pensiero, tanto ironico quanto malinconico, è riassunto nella sua unica opera edita- “Sergio Catilina Yes” – Storia di uno sconfitto a cui è sempre piaciuto vivere. 

È questa, dunque, una biografia minore, ma non per questo meno interrelata con la storia dei grandi eventi noti ai più.

Un po’ come quella, raccontata da Carlo Ginzburg, di Domenico Scandella.  Meglio conosciuto come il mugnaio Menocchio che, davanti all’egemonia ecclesiastica del XVI secolo si era reso colpevole di avere una teoria tutta sua, anche su temi enormi come la Genesi e la creazione. Menocchio pensava con la propria testa, era un lavoratore considerato, un uomo fatto per il quieto vivere e un padre premuroso nel suo paesello friulano. Eppure, Menocchio morì da eretico; non riconoscendo, per popolare buonsenso, la verginità della madre di Cristo che: “era homo come nui altri, ma di maggior dignità”.

Il parallelo può essere azzardato ma serve per inferire – non di una morte – ma di una vita spontaneamente avversa all’ortodossia.

E spontaneamente avverso al sistema, senza disdegnare la tranquillità e l’ozio creativo, era Sergio Stefano Calcagno.

Nella sua arte non troverete modelli pretenziosi o definitivi, ma una raccolta, densa di ironica consapevolezza, di desideri e di una visione altra del mondo… di un uomo come tanti altri.

Ma qual era la visione di quest’operaio che aveva vissuto il Novecento e testato il suo, apparente, disfacimento nelle prime decadi del duemila? A differenza di Menocchio e della generazione attuale, nascere a metà del secolo scorso significava avere a disposizione due paradigmi politici, economici e sociali contrapposti di riferimento: e lui, come molti ricorderanno, scelse come linea di orientamento generale quella socialista. Che, a dispetto di quanto oggi vorrebbero far credere, era eresia per milioni di uomini e donne.

Nella vita di Sergio Stefano Calcagno il “socialismo” e il “comunismo” sono stati declinati in un unico concetto cardine: quello della “possibilità”. Possibilità per tutti, e per sé stessi, di poter attraversare dignitosamente l’arte, il teatro, la poesia, la vita. Ecco, il socialismo che regge l’impalcatura di questa microstoria. La possibilità, anche per chi è popolo, di non accettare il già dato, ma di concedersi – senza gli inutili affanni delle futili conquiste borghesi e senza mai apparire troppo seriosi – la propria adesione alla ricerca del bello che c’è.

Sergio, infatti, aveva – come direbbe il suo amato Paolo Conte: l’intelligenza degli elettricisti e sapeva ridere. Guardare il tramonto delle sue isole, emozionarsi e godere delle cose buone della vita – senza mai spendere troppo, com’era nella sua natura.

Ligure e sessano oltremodo. Uomo di quel nord che ha il mare e seguace spasmodico del contraddittorio fascino meridionale; amava anche la pioggia scrosciante che batteva sulle tegole popolari del centro storico, e le sere di tregenda che lo giustificavano a imbacuccarsi in casa, nella sua strana – e mai spocchiosa – misantropia.

Uomo eclettico, quasi rinascimentale: rilegava libri antichi, ballava il tango, scolpiva il legno reso morbido dal sole di Baia Domizia Nord, scriveva poemi e drammi teatrali in piena continuità con la meglio gioventù di Via Scanzati, aveva un tratto grafico e pittorico invidiabile. Lui, però, giocava con l’arte; sublimava senza interessi, senza profitto…senza cazzimma!

Dell’esistenza, ne percepiva le vette. Quelle che non avrebbe mai raggiunto. Per destino, o per innata pigrizia.

Animato da infantile e inguaribile curiosità, era mosso dall’Erotismo della vita. La vita che non avrebbe mai saputo insegnare. Perché gli uomini che rifiutano ogni autorità – come lui – non insegnano niente; al massimo, suggeriscono con imbarazzo o con le geniali isterie degli incompresi.

Un compagno che amava soprattutto la mitologia del comunismo, le folle organizzate delle manifestazioni, le gesta e i canti del quinto reggimento nella guerra civile di Spagna, l’epica dei partigiani del tuo nord, e la resistenza degli scugnizzi, la forza popolare!

La teoria e l’analisi, però, erano roba faticosa! Per quelle, c’erano gli intellettuali di professione. Sergio non comprendeva, o avevi compreso benissimo, la vacuità della modernità e non era e contemporaneamente era avanguardia; senza amare le cene al ristorante, il consumismo, gli animatori d’estate, gli aperitivi degli hidalgos annoiati e la falsa scena mondana. Per avarizia o, molto più semplicemente, per sana intuizione di classe.