di Vilma Bieniek
Belém do Pará, nel cuore dell’Amazzonia, è una terra di incanti, rituali cattolici e molteplici forme di misticismo. È lì che è nato e cresciuto il fotografo Guy Veloso, segnato fin da bambino dall’esperienza di assistere al Círio de Nazaré, la più grande processione religiosa del mondo. Questa esperienza lo avrebbe accompagnato per tutta la vita e, anni dopo, avrebbe definito la sua traiettoria artistica.

In questa intervista concessa all’autrice per la Rivista Anitart, Guy condivide le sue memorie, scelte e percorsi, rivelando come la fotografia sia diventata non solo una professione, ma anche una ricerca spirituale.
Origini e vocazione
“Sono entrato alla facoltà di Giurisprudenza a 17 anni. Già al primo anno ho frequentato un corso libero di fotografia, che è diventato una valvola di sfogo rispetto al formalismo giuridico. La passione è stata immediata: ho scoperto nella fotografia una dimensione possibile per la mia vita.”
Prima di dedicarsi integralmente all’immagine, Guy si è cimentato anche in altri ambiti. È stato redattore in una grande agenzia pubblicitaria di Belém per due anni e ha lavorato nel settore giuridico. Ma la fotografia si imponeva sempre di più, fino a quando, nel 2010, arrivò la svolta:
“Dal 2010, quando fui invitato dai curatori Moacir dos Anjos e Agnaldo Marias alla 29ª Biennale di San Paolo, ho abbandonato tutte le altre strade e ho deciso di dedicarmi solo alla fotografia — che fosse nei musei, nelle gallerie o insegnando.”

Religiosità e cultura popolare
L’opera di Guy Veloso è attraversata da due assi principali: la religiosità e la cultura popolare.
“Sono temi che mi accompagneranno per tutta la vita. In particolare la religiosità, che è una ricerca mia fin dall’adolescenza. La fotografia è, in fondo, una ricerca personale.”
All’inizio Guy adottava un approccio classico: immagini in bianco e nero, tutto a fuoco. A partire dagli anni 2000, rompe con la rigidità tecnica per sperimentare nuovi linguaggi.
“Quando ho iniziato a documentare i culti afro-amerindi, mi sono accorto che quelle persone sembravano trasformarsi in spiriti. Ho capito che un modo per tradurre questa esperienza era fotografare in movimento. Lo stesso è avvenuto con il progetto Penitenti, in cui queste comunità guardano alle anime che credono perdute o intrappolate nel purgatorio. Nel rappresentare le anime, ho scelto di suggerire presenza e sospensione.”

I Penitenti e l’urgenza della memoria
Il progetto Penitenti è diventato un punto di riferimento. Per quasi vent’anni, Guy ha registrato gruppi segreti di fede popolare in diverse regioni del Brasile, preservando una tradizione che resiste nel silenzio.
“Fotografare i penitenti è stato trasformativo. Non ho registrato solo persone, ma presenze. È stata una ricerca spirituale tanto quanto artistica.”
Oltre alla fotografia, Guy ha iniziato a raccogliere testimonianze in video.
“Ho già raccolto più di 150 ore di interviste con i penitenti. Quando fotografo, mostro un po’ di me; quando registro queste voci, voglio conservare storie. Molte di esse credo si stiano trasformando o stiano scomparendo. Nel caso dei penitenti, sento l’urgenza di preservare una tradizione che potrebbe essere vicina alla fine.”

Fede e spiritualità
Pur avendo la sua religione, Guy si definisce kardecista.
“Tutte le altre religioni che documento mi aggiungono qualcosa alla mia formazione, alla mia umanità e alla mia spiritualità.”
Questa apertura al dialogo spirituale alimenta la sua opera e gli permette di transitare tra manifestazioni differenti, senza perdere la sensibilità di chi si consegna al momento rituale.
Estetica e posterità
Con umiltà, evita di parlare di lascito.
“‘Lascito’ forse è una parola un po’ pretenziosa, ma spero di lasciare una testimonianza del mio tempo — congelare informazioni per la posterità e, allo stesso tempo, offrire anche un’estetica.”

Nuovi orizzonti
Guy non limita la sua ricerca al Brasile. Sogna esperienze che amplino il dialogo tra culture.
“Ricevere un invito a fotografare le processioni in Italia sarebbe qualcosa di eccezionale. Immagino che questa esperienza permetterebbe confronti ricchi con i rituali del Brasile e del Messico, dove ho già lavorato. Questo potrebbe sfociare in una mostra o in un libro, ampliando ulteriormente i dialoghi tra culture. Credo che sarebbe eccellente per il mio lavoro.”
Epilogo
Fotografo delle anime, Guy Veloso ci mostra che la sua opera va oltre la mera documentazione. Nel registrare la fede, cattura presenze, rivela l’invisibile e congela per la posterità un tempo in cui spiritualità, tradizione e umanità si incontrano nelle immagini.

Articolo scritto da Vilma Bieniek, sulla base di un’intervista concessa da Guy Veloso alla Rivista Anitart.

