João Batista de Andrade: il cineasta che ha ascoltato il Brasile invisibile
di Vilma Bieniek

João Batista de Andrade, nato il 14 dicembre 1939 a Ituiutaba (MG), è uno dei più importanti cineasti e intellettuali della cultura brasiliana. Regista, sceneggiatore, scrittore ed ex Ministro della Cultura, ha costruito una carriera segnata dalla coerenza etica, dall’ascolto delle voci silenziate e dall’impegno, per la democrazia. Autore di film emblematici come L’Uomo che divenne Succo (1980) e Migrante (1973), è un riferimento del cosiddetto “cinema della resistenza” ed ha partecipato anche all’elaborazione di politiche culturali, come il Programma di Azione Culturale (ProAC) dello Stato di San Paolo. La sua opera attraversa decenni, generazioni e linguaggi, rimanendo sempre fedele a un’idea: la cultura è territorio di ascolto, memoria e trasformazione.
L’arte può essere libera e disimpegnata?
C’è chi lo crede. Ma il percorso di João Batista de Andrade smentisce qualsiasi nozione di neutralità estetica. La sua opera dimostra chiaramente che ogni creazione è un frammento del tempo, del territorio e dei conflitti che la generano. E, ancor più: che l’arte, quando è veramente connessa alla realtà, diventa uno strumento di trasformazione sociale.
Nel filmare migranti, che vivono sotto un viadotto in Migrante (1973), João Batista non documentava solo una scena urbana. Egli rivelava una ferita brasiliana: la disuguaglianza strutturale, il pregiudizio contro i nordestini e l’omissione delle politiche pubbliche. La sua camera, lontana dall’essere neutrale, era uno strumento di denuncia, ascolto e mediazione. Un mezzo per restituire umanità a chi la città cercava di cancellare.

Questa postura etica e politica attraversa tutta la sua filmografia. João Batista comprende che creare significa, inevitabilmente, prendere posizione, per l’altro, per l’invisibile, per il silenziato. Il suo cinema è una pedagogia dell’empatia, un invito all’ascolto e alla riflessione. Non si limita a mostrare: trasforma.
Nel 2024, durante un’intervista rilasciata al Núcleo de Cinema che coordino, João Batista ha ripercorso con lucidità la genesi di Migrante. Da quel dialogo è nato questo articolo, che non è solo un omaggio, ma un tentativo di collocare con giustizia la statura di questo autore nel panorama della cultura brasiliana.
Ancora giovane, trasferitosi a San Paolo, si è coinvolto con cineclub, movimenti studenteschi e letteratura. Ha compreso fin da subito che il cinema non è solo intrattenimento: è strumento di disputa simbolica. Ed è con questa consapevolezza che ha realizzato Migrante, nato dal contatto diretto con famiglie nordestine, che vivevano in condizioni precarie. Il film registra con potenza il contrasto tra queste famiglie e un uomo di classe media che, passando di lì, ripete il discorso elitario e igienista dell’epoca: “San Paolo deve smettere di crescere.” La camera di João Batista non giudica, ma nemmeno tace. Offre spazio affinché l’altro possa parlare. E ascoltare, in questo contesto, è un gesto rivoluzionario.
L’importanza di João Batista de Andrade, per il Brasile sta proprio nella sua capacità di creare legami sociali attraverso l’arte. Ha capito che il cinema può essere un territorio di ascolto attivo, uno spazio per l’esercizio democratico della parola, un antidoto contro l’esclusione. Più che denuncia, la sua opera è costruzione di dialogo.

E questo ascolto attivo si è esteso ben oltre lo schermo. Come presentatore del Hora da Notícia, su TV Cultura, e come amministratore pubblico- in particolare durante il suo mandato al Ministero della Cultura- João Batista ha difeso con forza una cultura viva, plurale e accessibile. È stato uno degli ideatori del ProAC, uno dei più importanti programmi di finanziamento culturale del paese. In tutti i contesti in cui ha operato, la sua coerenza è stata esemplare: è rimasto fedele alla convinzione che la cultura debba essere un diritto, non un privilegio.
Oggi, di fronte a un Brasile nuovamente attraversato da migrazioni forzate, arretramenti democratici e disuguaglianze croniche, l’opera di João Batista riaffiora con ancora maggiore forza. Il suo cinema, ed il suo percorso- sono fari, per un paese che desidera ricostruirsi senza lasciare indietro nessuno. La sua importanza non risiede solo nei premi o nelle analisi accademiche, ma nell’impronta lasciata nella vita di chi, un giorno, si è visto rappresentato con dignità nelle immagini che ha prodotto.
João Batista de Andrade non è solo un cineasta della resistenza: è un architetto della memoria collettiva, un artigiano dell’ascolto sociale e un intellettuale impegnato con il Brasile profondo. La sua opera ci ricorda che fare arte, in questo paese, è anche un atto di coraggio. E d’amore.

(foto dell’archivio dell’artista)

