Testo e foto di Gianni Cianci
La mia navigazione sul Mekong inizia da Chau Doc, Vietnam.
Il destino, il karma od il caso si intrecciano a volte in esperienze sconosciute, niente di sovraumano o trascendentale condiviso chissà da quanti ma forte emotivamente qualcosa buono per pensare, per ricordare, per conoscere e forse un giorno riconoscere.
Una della Triplice (destino, karma, caso) ha fatto sì che venissi relegato nella parte all’aperto di un piccolo bus del mare, e tra rumore assordante dei motori ed esalazioni sono partito per andare a Phnom Penh (Cambodia).



In questo lungofiume trovano spazio attività industriali, quasi spettri tra il rigoglioso verde intorno. Una vita stabile che colpisce per la sua precarietà ma si ammira per la sua persistenza. La quotidianità vissuta sul fiume è costretta da esso. Dai trasbordi al commercio, dalla sussistenza allo spostarsi è tutto in movimento, perché il fiume conosce andamenti alterni che il tempo atmosferico stimola e rende questa vita drammaticamente affascinante e precariamente dolce. Questi sono i pensieri che vorticano nella mia mente da spettatore, con la fotografia cerco di fermare in un tempo brevissimo un grande spazio, cerco di dare un senso a quello che non capisco ma che sento.



Una umanità operosa contrasta ogni momento le onde, la cosa più iconica di questa parte del mondo. Nel proseguire gli argini sono più bassi lasciano vedere e pensare alla vita rurale oltre, con campi estesi in colture diverse e quello che chiamiamo moderno necessario. Sempre comunque l’attività umana è pulsante e questo non ci abbandona mai. La Cambodia si riconosce solamente dal confine politico, il fiume incessante è uguale, la vita si assomiglia con il suo brulicare di attività che man mano ci si inoltra in territorio cambogiano sembra, ai miei occhi sempre più precaria soprattutto perché sembra consistere sempre di meno cose, non riesco più ad intravedere quelle colture apprezzate più a sud ma solo attività momentanee. La differenza ulteriormente più marcata è quella di vedere man mano che ci si avvicina alla capitale sempre più bagliori dorati che si innalzano dai pinnacoli dei templi buddisti. Poi la frugalità delle sponde lascia il posto a industrializzazioni che sembrano fuori luogo soprattutto perché sembrano prepotenti, e così arriva anche la città, Phnom Penh, ma questa è un’altra storia.

