Il rapporto tra corpo, spazio e paesaggio nella creazione coreografica contemporanea.
Intervista a Motus
di Vilma Bieniek
Fondato nel 1991 nella città di Siena, in Toscana, MOTUS Danza è uno dei gruppi più solidi nella ricerca contemporanea tra corpo, movimento e linguaggio scenico in Italia. Attualmente con sede nel Lazio, il gruppo sviluppa da decenni un lavoro che attraversa danza, teatro fisico e sperimentazione performativa, costruendo un’identità artistica capace di dialogare sia con il territorio sia con i circuiti internazionali. Sotto la direzione artistica di Simona Cieri, MOTUS Danza si distingue per un approccio sensibile e rigoroso alla creazione coreografica, unendo formazione, produzione e diffusione delle opere, oltre a impegnarsi nella formazione di giovani artisti e nel rinnovamento delle pratiche contemporanee. L’intervista pubblicata da ANITART è stata gentilmente concessa dal team del gruppo, in particolare da Micol Viti, supporto organizzativo, con la collaborazione dell’intero staff: direzione artistica di Simona Cieri, organizzazione di Rosanna Cieri, supporto organizzativo di Micol Viti, responsabilità amministrativa di Claudia Piano, ufficio stampa di Greta Sartarelli e tecnico Paolo Loddo.
L’Italia è un Paese stratificato, in cui convivono rovine antiche, architetture restaurate e interventi contemporanei. In che modo questa complessità diventa materia viva per il vostro lavoro coreografico?
Il corpo non è un elemento isolato, ma materia che abita i luoghi ed entra inevitabilmente in relazione con essi. Il lavoro coreografico, in questo senso, è anche una condizione percettiva. L’architettura e la struttura del luogo influenzano dinamica, direzione, respiro del movimento. Il corpo misura lo spazio, lo percorre, lo interrompe, lo ascolta. Così scale, colonne, navate, cortili o rovine non sono solo un fatto architettonico, ma diventano strutture ritmiche. E il ritmo cambia e si trasfigura a seconda che si tratti di un contesto storico o un elemento urbano contemporaneo. Il lavoro coreografico non interpreta questi luoghi, ma li attraversa e il movimento altro non è che un gesto che si deposita nello spazio insieme agli altri segni che lo caratterizzano, come una pietra, un affresco o un architrave in cemento.

Quando vi confrontate con uno spazio non convenzionale — una rovina, una piazza storica, un edificio riqualificato — cosa cambia nella costruzione del movimento e nella relazione con il pubblico?
Quando ci si muove all’interno di un luogo non convenzionale che possiede già una forma e una sua memoria, è lo spazio a suggerire il movimento. Il corpo deve ascoltare il luogo e trovare una scrittura che nasca dalla sua geometria e dalla sua storia, in modo che la coreografia si sviluppi in relazione con il contesto. Contesto di cui fa parte anche il pubblico, perché lo spettatore diventa parte del paesaggio della performance grazie alla vicinanza fisica con la scena. Questo modifica radicalmente la relazione artista-audience perché la coreografia non è più solo osservata da lontano, ma condivisa nello stesso spazio e nello stesso tempo. MOTUS, ad esempio, effettua performance site-specific al Castello di Montarrenti, un borgo medievale nel Comune di Sovicille, costituito da una piazzetta e due torri che emergono dal culmine di un piccolo rilievo della montagnola senese, che domina le due grandi valli dell’Elsa e dell’alto Merse. In questo luogo “magico”, aperto al pubblico solo in occasioni speciali, la coreografia non può prescindere dalla stretta vicinanza con il pubblico che solitamente condivide la piazzetta-spazio scenico, ne’ tantomeno ignorare la storia millenaria del borgo che si eleva sui percorsi viari che univano le colline metallifere con la città di Siena.

Il tempo sedimentato nei luoghi influenza la qualità del gesto? Esiste una differenza tra danzare in uno spazio neutro e danzare in un luogo che porta tracce visibili del passato?
Gli spazi storici suggeriscono spesso una temporalità diversa. Architetture antiche, superfici consumate, tracce di vite passate introducono una percezione del tempo più lenta e profonda. La risonanza tra gesto e storia del luogo influenza il peso e la durata del movimento coreografico riflettendosi inevitabilmente nella qualità energetica del movimento. Il corpo entra in relazione con una densità simbolica e percettiva che modifica il modo di muoversi, di respirare, di abitare il tempo. “Movimenti Geniali” è un tipico esempio di costruzione coreografica scaturita dal tempo e dalla risonanza di un luogo storico: il Museo Civico Archeologico e d’Arte Sacra Palazzo Corboli, nel Comune di Asciano. Qui MOTUS ha realizzato una performance itinerante con musica dal vivo, totalmente ispirata alla storia dell’edificio e al territorio ascianese, in continuo dialogo con le opere dei massimi artisti senesi dal XIII al XVII secolo, da Ambrogio Lorenzetti a Taddeo di Bartolo, da Matteo di Giovanni a Rutilio Manetti, da Francesco di Valdambrino a Giovanni Pisano. Questo evento ha anche permesso di far conoscere ad un pubblico più vasto un gioiello museale solitamente escluso dagli itinerari turistici.

Come evitare che lo spazio storico diventi semplice scenografia? In che modo lo trasformate in elemento attivo della drammaturgia?
Come detto prima, il corpo non è un elemento isolato, ma è parte del contesto in cui abita. Il processo spesso inizia con una fase di osservazione, studio e permanenza nello spazio: attraversarlo, sostarvi, osservare come cambia la luce, come risuona il suono, come il corpo reagisce alle sue superfici. Questo permette di cogliere qualità invisibili — ampiezza, verticalità, fragilità, vuoti, risonanze — che possono dare vita al materiale coreografico. Così le caratteristiche fisiche dello spazio diventano principi compositivi e non semplice scenografia.


Il territorio ospitante influisce sull’identità dell’opera? Vi è mai capitato di modificare o ripensare un lavoro in relazione al contesto urbano o paesaggistico?
Quando una creazione coreografica entra in relazione con un contesto urbano o paesaggistico specifico, non può essere semplicemente “trasferita” perché ogni luogo porta con sé una storia, un immaginario, una scansione ritmica. Il contesto urbano o naturale modifica le distanze, le prospettive e i punti di vista.
La luce, il vento, i suoni, il contatto con il pubblico, possono entrare a far parte della composizione come veri e propri elementi performativi, pur lasciando intatti l’identità e il messaggio dell’opera. In questo modo, la coreografia diviene un processo vivo che continua a ridefinirsi nel tempo e nello spazio.

Subito dopo la guerra dei Balcani, MOTUS ha lavorato per molti anni in Bosnia, dove ha realizzato progetti mirati all’attenuazione dei conflitti e performance sito-specifiche anche in luoghi bombardati come le biblioteche. Prima della creazione delle performance, attraversavamo quei luoghi per ore, in ascolto della loro storia di cultura e di dolore, e solo dopo potevamo iniziare il lavoro. Quando il restauro della Vijećnica, la biblioteca nazionale di Sarajevo, è stato ultimato, l’Ambasciata d’Italia a Sarajevo ci ha chiesto di realizzare una performance per la cerimonia di riapertura. Abbiamo ripensato al 1992, quando, in segno di protesta per la distruzione del meraviglioso edificio, Vedran Smailović suonò il violoncello sulle rovine della Biblioteca Nazionale in una maratona artistica che chiamò a raccolta artisti da tutto il mondo. Ispirandoci a quell’episodio e a quello che avevamo vissuto in quei luoghi, abbiamo coinvolto il violoncellista compositore Andrea Rellini e realizzato “DIS-CRIMINE”. La performance, pensata e costruita in Italia, è stata completamente riadattata al nostro arrivo a Sarajevo, nonostante conoscessimo bene i meravigliosi spazi della biblioteca e li avessimo attraversati molte volte negli anni seguendo passo passo la loro rinascita. L’emozione di vedere i lavori ultimati e l’edificio tornare agli antichi splendori, ci ha indotto a molte modifiche. Abbiamo collocato Andrea Rellini al centro della scena su una struttura nera che lo faceva sembrare sospeso in aria mentre i danzatori si muovevano nello spazio ottagonale intorno a lui a stretto contatto con il pubblico sistemato in circolo sotto il loggiato.

Qual è il ruolo della produzione e dell’organizzazione nell’adattare una creazione contemporanea a luoghi complessi, dove convivono tutela del patrimonio e libertà artistica?
Ogni spazio storico presenta limiti e possibilità e queste condizioni devono trovare soluzioni tecniche sostenibili in grado di rispettare normative di tutela spesso molto precise. In questi casi è di fondamentale importanza comprendere il valore del sito, rispettarne la storia e favorire un dialogo tra progetto artistico e contesto. In questo delicato equilibrio, produzione e organizzazione diventano parte integrante del processo creativo perché contribuiscono a rendere possibile la performance trovando soluzioni creative che rispettano la natura del contesto.
Durante la pandemia, quando i musei erano chiusi al pubblico e gli artisti erano stati costretti ad interrompere le attività in presenza, soluzioni creative hanno permesso una fruizione alternativa e di contatto con il pubblico anche in luoghi tutelati come i musei nazionali. “Capolavori in ballo” è un’opera di video-danza realizzata da MOTUS nella Pinacoteca Nazionale di Siena, nella quale i capolavori del museo entrano in dialogo con il movimento dei danzatori, in quadri e allestimenti particolarmente suggestivi, in rapporto dinamico con l’attraversamento degli spazi, catturato da una macchina da presa. In questo caso, oltre alla relazione tra corpo dei performer, opere e spazio, la produzione ha dovuto tener conto dei movimenti articolati, zoom, carrellate, della macchina da presa. Una impresa non facile, tenuto conto del fatto che tutta la narrazione coreografica procede per analogie e associazioni che vengono realizzate, non solo attraverso gesti e posture, ma anche attraverso oggetti e dettagli particolareggiati.


La danza contemporanea può contribuire a generare nuove percezioni del paesaggio italiano, andando oltre la visione turistica o museale? Se sì, in che modo?
Certamente sì.
La visione turistica o museale tende a trasformare i luoghi in immagini da osservare superficialmente. La danza contemporanea, invece, introduce il corpo come tramite di percezione. Attraverso il movimento, il paesaggio non è più soltanto qualcosa da guardare, ma diventa uno spazio da attraversare, misurare, respirare

Guardando al futuro, immaginate la danza come uno strumento capace di riattivare territori marginali o borghi meno centrali, trasformando lo spazio in esperienza condivisa?
Sì, la danza contemporanea non agisce solo come pratica artistica, ma anche come dispositivo di riattivazione sensibile del territorio: capace di rendere visibili luoghi dimenticati e di creare nuove forme di relazione tra arte, paesaggio e comunità. Esistono molti esempi in Italia e all’estero, nei quali la danza contemporanea l’ha già fatto e speriamo che continui in questa direzione.

