Dirigere la scuola come una comunità culturale
Articolo a cura dell’equipe Anitart, basato su un’intervista a Giovanni Battista Abbate.
Esiste una domanda che, se posta con onestà a qualsiasi insegnante, a qualsiasi genitore, a chiunque abbia attraversato gli anni della formazione, rivela qualcosa di essenziale sulla natura stessa dell’educazione: cosa rimane davvero di ciò che si impara a scuola? Non i programmi. Non i voti. Rimane, se l’esperienza educativa è stata autentica, una certa qualità dello sguardo. La capacità di fermarsi, di ascoltare, di sentire che il mondo è attraversabile, interpretabile, degno di essere compreso. È forse questo che Giovanni Battista Abbate, dirigente del liceo Agostino Nifo di Sessa Aurunca, cerca di costruire ogni giorno nella sua scuola: non soltanto un luogo di istruzione, ma una comunità culturale, capace di mettere in relazione saperi diversi, linguaggi diversi e soprattutto persone diverse. Il suo percorso personale racconta già molto di questa visione. Da giovane il padre lo immaginava avvocato e lo iscrisse a giurisprudenza a Torino. Ma mentre frequentava quei corsi sentiva crescere dentro di sé un’altra vocazione: quella per la cultura umanistica. Accanto agli studi di diritto iniziò a frequentare anche lettere. Non fu una scelta facile. Lavorava di sera, studiava di notte e seguiva le lezioni quando poteva, soprattutto di latino e greco. Ma quella tensione tra aspettativa familiare e vocazione personale segnò il suo destino.
A venticinque anni era già docente. E proprio attraverso l’insegnamento scoprì che la cultura non è un privilegio di pochi, ma una responsabilità verso tutti.
La scuola dove si impara davvero a insegnare
Abbate racconta spesso che il luogo in cui ha davvero imparato a fare l’insegnante non è stato il liceo, ma l’istituto professionale. Lì incontrò studenti che vivevano una realtà molto diversa da quella accademica: ragazzi che lavoravano nei campi, che facevano assenze per aiutare le famiglie, che portavano a scuola una vita concreta e spesso difficile. Fu in quel contesto che comprese una verità semplice e radicale: insegnare non significa parlare dall’alto di una cattedra, ma portare la cultura dove rischia di non arrivare. Spiegava Dante, li portava a visitare la Cappella Sistina, ma nello stesso tempo imparava da loro il dialetto dei paesi, le inflessioni delle comunità locali, il linguaggio quotidiano della vita.
La cultura, per Abbate, nasce esattamente lì: nell’incontro tra mondi diversi.
Una scuola senza muri



Quando diventò dirigente scolastico, questa esperienza continuò a orientare la sua visione. Il ruolo amministrativo, ammette, può essere solitario e burocratico. Ma proprio per questo sentì la necessità di ripensarlo. «La scuola non deve avere muri», dice spesso. «Deve avere muri di vetro.»
È una metafora potente. Significa che la scuola deve lasciarsi vedere e, allo stesso tempo, guardare fuori. Non può essere una torre d’avorio. Deve dialogare con il territorio, con le università, con le istituzioni culturali, con gli artisti e con tutte le realtà che possono arricchire l’esperienza educativa.
Solo così l’istruzione smette di essere erudizione e diventa cultura viva.
Rompere le divisioni
Dirigere un istituto che comprende liceo classico, scientifico, artistico e musicale significa confrontarsi con identità molto diverse. Per Abbate la sfida principale è stata superare le divisioni interne. Per troppo tempo, racconta, le discipline si sono chiuse in piccoli territori: il greco da una parte, il latino dall’altra, la scienza separata dall’arte. Ma l’educazione non può funzionare come un sistema di caste. «Se credo solo nella mia materia», dice, «non sto facendo educazione.»
Per questo ha lavorato per creare una scuola più trasversale, dove i docenti collaborano, i laboratori diventano spazi comuni e gli studenti imparano a incontrarsi al di là degli indirizzi.
Il laboratorio come metodo
Una delle intuizioni più interessanti della sua pedagogia nasce dall’osservazione del liceo artistico.
Nel laboratorio la relazione tra docente e studente cambia. Non c’è solo la lezione frontale. C’è un fare insieme, un processo condiviso in cui l’errore diventa parte dell’apprendimento.
Abbate ha cercato di portare questo metodo anche negli altri indirizzi.
Matematica, filosofia, latino, italiano: tutte le discipline possono diventare laboratori di pensiero.
La cultura, in questa prospettiva, non è un insieme di compartimenti separati. È un sistema di relazioni.



L’arte come linguaggio universale
È qui che entra in gioco il ruolo dell’arte. Per Abbate l’arte non è una disciplina tra le altre. È il linguaggio più trasversale che esista. Contiene storia, scienza, filosofia, emozione e pensiero critico nello stesso gesto. «Non è l’uomo che semplicemente fa arte», dice. «È l’arte che contiene l’uomo.»
Attraverso la musica, il teatro, il disegno o la performance, gli studenti imparano qualcosa che nessun manuale può insegnare: l’ascolto dell’altro. Quando si suona in un’orchestra o si recita su un palco, non si può ignorare chi è accanto. Bisogna accordarsi, adattarsi, rispondere.
L’arte diventa così un esercizio sociale.
I talenti invisibili
Quando gli si chiede quali studenti potranno davvero dire qualcosa di significativo nel mondo dell’arte, Abbate sorprende. Non indica i più bravi. Non indica i più disciplinati. Parla dei ragazzi più difficili. Quelli che stanno in fondo alla classe, che reagiscono agli schemi, che spesso vengono definiti problematici. Per lui sono spesso i più sensibili. Quando riescono a liberarsi dalle etichette imposte dalla famiglia, dalla società o dalla scuola, scoprono di avere dentro un’immensità.
Ed è proprio qui che l’arte svolge una funzione decisiva: aiuta a trasformare rabbia, timidezza e dolore in espressione.
Tradizione e movimento
Il liceo che dirige porta il nome di Agostino Nifo, filosofo del Rinascimento. Ma per Abbate la tradizione non può diventare immobilità. «La tradizione», dice, «si arricchisce camminando.» Custodire il passato non significa trasformarlo in reliquia. Significa farlo dialogare con il presente.
Grazie a questo lavoro di apertura culturale, il liceo è diventato parte della Società Filosofica Italiana accanto a università internazionali. Un segno che anche una piccola città può partecipare al dibattito culturale globale.
Educare significa dare voce
Alla fine del nostro incontro rimane una convinzione semplice ma profonda. Educare non significa riempire le menti di nozioni. Significa accompagnare una persona dalla condizione di chi non sa ancora parlare — l’infanzia — fino a quella di chi ha trovato la propria voce nel mondo. È questo il compito più alto della scuola. E forse anche il più difficile. Perché richiede qualcosa che nessun programma ministeriale può prescrivere: una comunità capace di ascoltare.

