La spirale del tempo nella materia
Di Vilma Bieniek
Tra il silenzio di vent’anni dedicati all’insegnamento e uno studio costruito sopra le rovine di un antico teatro romano, il percorso della scultrice italiana rivela una delle ricerche più coerenti, e al tempo stesso più discrete, dell’arte contemporanea italiana.
Scendere nel Maghzen è come penetrare negli strati geologici dell’arte stessa. Sotto le volte in pietra del quartiere storico di Castellone, a Formia, sulla costa laziale, il soffitto poggia sui resti di un teatro romano edificato duemila anni fa. In questo spazio sotterraneo, dove il passato non è un ricordo ma una presenza fisica e tangibile, la scultrice italiana Maria Villano ha costruito molto più di uno studio: ha creato un archivio vivente, una fortezza contro la dissoluzione del tempo.
Biografia: una vocazione forgiata nel rigore
Maria Villano è nata, vive e lavora a Formia, dove, già durante gli anni del Liceo Classico, seguì le lezioni di Silvana Sinisi. Tra il 1974 e il 1997 visse a Roma, frequentando dapprima l’università, poi la Scuola Libera del Nudo con Lorenzo Guerrini e Lorenza Trucchi, e infine l’Accademia di Belle Arti con Antonio Scordia, Guido Strazza e Maurizio Fagiolo dell’Arco. Fu lungo questo percorso, tra il disegno del corpo umano e il rigore della formazione accademica, che si consolidò la sua vocazione: la scultura come linguaggio principale, affiancata dal disegno, dal rilievo e dal collage.
Tra il 1984 e il 1996 divise la propria attività tra Torino, Roma e la Sicilia, dove, su invito del mecenate Antonio Presti, approfondì la tecnica della ceramica e realizzò opere permanenti per la Fiumara d’Arte. Nel 1997 la nascita del figlio segnò una svolta radicale: la Villano tornò a Formia e sostituì il circuito espositivo con la forma di creazione più immediata che conoscesse — la propria famiglia. Per quasi vent’anni si dedicò principalmente all’insegnamento, allontanandosi dalle esposizioni e dal sistema dell’arte contemporanea.
Il ritorno avvenne nel 2016, quando riprese con intensità il lavoro di scultrice — non come un nuovo inizio, ma come la riapertura di una vena che non si era mai prosciugata. Nel 2020 questo ritorno trovò una sede concreta: la Villano fondò il Maghzen, ospitato sotto le antiche volte di Castellone, riconciliando a suo modo la vita personale e quella artistica, che per due decenni avevano seguito percorsi separati..

Insieme di piccole sculture in terracotta nello studio Maghzen, Formia. Foto: Flavio Bruno, 2024.
Riflessione: il silenzio come metodo
Qui, quasi quarant’anni di produzione — sculture, rilievi, disegni, quadri e collage — condividono lo stesso silenzio delle rovine che sostengono il soffitto dello studio. Il Maghzen non è un semplice deposito di opere, ma la traduzione architettonica di un pensiero: la convinzione che l’arte, per sopravvivere, abbia bisogno di tempo e che il tempo, a sua volta, necessiti del silenzio per essere percepito.
È proprio questa equazione — una coerenza materiale che attraversa una biografia apparentemente interrotta — a rendere il percorso di Maria Villano uno dei più enigmatici della scultura italiana contemporanea.
L’artista come medium e l’alchimia della materia povera
Osservando il suo lavoro, emerge una rottura fondamentale rispetto al modo in cui molta arte contemporanea si rapporta ai materiali. Per la Villano, la carta, la terra, il gesso, il cemento e il metallo non sono elementi inerti. Nel suo processo creativo esiste una fisica quasi mistica: la materia viene concepita come un campo energetico latente.
«La mia ricerca parte sempre da un centro, da un nucleo di forza, di energia vitale, contenuta nella materia stessa», afferma.
Questa visione eleva il suo lavoro a una dimensione quasi sciamanica. Maria Villano non si considera creatrice nel senso romantico o personalistico del termine, ma piuttosto un medium. L’artista diventa il canale attraverso cui un’energia cosmica viene intercettata e trasferita all’opera. Una volta conclusa, la scultura recide il cordone ombelicale con il suo autore, acquisisce autonomia e continua a esistere in quello che lei definisce uno «spazio-tempo universale».
Sul piano formale, questa trascendenza si traduce in una sintesi radicale. Non vi sono eccessi narrativi, confessioni psicologiche o ornamenti descrittivi: tutto ciò che è accidentale viene eliminato affinché rimanga soltanto l’essenza vitale. L’impiego di materiali poveri, elevati attraverso una lavorazione raffinata e forme essenziali, rivela una personale alchimia: trasformare il quotidiano in eterno.
«L’arte non può morire, è una necessità dell’essere.»

Giovanna, 1993. Terracotta ingobbiata.
La geometria della spirale
La coerenza dell’opera di Maria Villano è sorprendente. Nella sua produzione, tuttavia, il tempo non si comporta come una linea retta, ma come una spirale. Temi ricorrenti — teste, figure femminili, angeli, totem — scompaiono e riemergono anni dopo, trasformati.
L’interruzione di vent’anni non rappresentò un vuoto, ma una gestazione sotterranea. Quando Villano riprese il proprio lavoro nel 2016, non vi fu alcun vero ricominciamento: soltanto la riapertura di una vena creativa che non aveva mai cessato di scorrere.

Apollo, 1986.
La Cariatide di cemento: l’arte nello spazio comune
Se il Maghzen rappresenta l’intimità dell’archivio, l’esperienza siciliana rappresenta invece la sua apertura allo spazio collettivo. Nelle estati del 1992 e del 1993, invitata da Antonio Presti, la Villano partecipò all’avventura della Fiumara d’Arte. In un laboratorio di ceramica ispirato alla tradizione locale, lavorò accanto ad artisti provenienti da diverse realtà e lasciò un segno monumentale nello spazio pubblico.
Di quel periodo restano due testimonianze fondamentali: una sezione del Muro della Vita, lungo la strada tra Mistretta e Castel di Lucio, realizzata insieme ad altri quaranta ceramisti; e soprattutto la Cariatide alta cinque metri, in cemento armato, collocata all’ingresso dell’hotel-museo Atelier sul Mare.
In un’epoca precedente all’affermazione della street art come fenomeno globale, la Villano sperimentò la forza della partecipazione collettiva: operai, passanti e ospiti seguirono l’evolversi dell’opera. Per lei, quell’esperienza dimostrò che la scultura non deve necessariamente trasformarsi in spettacolo per entrare in relazione con la comunità: è sufficiente che rimanga profondamente ancorata alla vita.

Cinque Donne, 1995. Gesso armato.
Un manifesto contro l’obsolescenza
Da questo radicamento nasce anche la sua critica più incisiva alla contemporaneità. In una società caratterizzata, come lei stessa osserva, da una «accelerazione estrema e da una omologazione delle informazioni», la Villano erige la propria opera come un argine.
La sua riflessione sulla tecnologia digitale è netta: la produzione guidata dagli algoritmi sarebbe inevitabilmente destinata a una forma di obsolescenza intrinseca. Al contrario, difende linguaggi tradizionali come il disegno, la pittura, la scultura e l’architettura non per conservatorismo, ma per consapevolezza storica e temporale. «Essendo le più antiche, sono state le prime e resteranno sempre attuali.» La scultura, grazie alla sua immobilità fisica, possiede la capacità di integrarsi nel paesaggio e di reinventarlo in un eterno presente. Questa fisicità si contrappone frontalmente a ciò che la Villano definisce senza esitazione la «spettacolarizzazione dell’arte», ridotta, a suo avviso, a teatro, intrattenimento, festa e costume. Per lei, la vera arte deve funzionare come un punto fermo, immutabile nel tempo, uno strumento di resistenza contro la mercificazione diffusa dell’esperienza estetica.
L’eredità sotterranea
Al termine della conversazione nel suo studio sotto le rovine, ciò che emerge non è l’immagine di un’artista nostalgica, bensì quella di una stratega dell’eternità. Il Maghzen è stato concepito con la precisione di chi progetta la propria cattedrale: un archivio organizzato, accessibile e duraturo, destinato a sopravvivere molto tempo dopo che le sue mani avranno smesso di modellare l’argilla. «Il passato non è un peso: è il pilastro fondamentale che sostiene il presente e una rampa di lancio verso il futuro», riflette.
Nella sua visione, lo sviluppo dell’arte non procede in linea retta, ma si diffonde come una rete sotterranea, invisibile, pulsante attraverso il magnetismo stesso della Terra.
«I resti di un antico teatro, un luogo sospeso nel tempo, la visione di un possibile altro: questa è la mia eredità.»

Iride.
Tra la durezza del cemento e la fluidità dell’energia cosmica, Maria Villano lascia al mondo un’opera che non reclama attenzione nei flussi incessanti dei social network. Chiede invece silenzio. E nel profondo di una volta romana a Formia, è proprio quel silenzio a garantire che l’arte, come lei stessa afferma, non possa morire: perché è, semplicemente, una necessità dell’essere.

