di Carla Patrone
APOTROPAICAMENTE
Miti, lettere e altri amuleti per il presente
Inauguriamo su AnitArt la nuova rubrica firmata da Carla Patrone, docente di lettere al Liceo Classico "A. Nifo" di Sessa Aurunca. Tra frammenti di mitologia, letteratura e spaccati di vita quotidiana, i suoi interventi - nati sulla piazza virtuale di Facebook ed alcuni qui riorganizzati per AnitArt - dimostrano con brillante irriverenza come i grandi del pensiero antico e moderno non abbiano mai smesso di interpretare il nostro presente.
In occasione della scomparsa di Francesco Guccini, riprendiamo una riflessione di Carla Patrone che ne traccia un ritratto colto, sagace e fuori dagli schemi.
Se Friedrich Nietzsche si fosse svegliato a Bologna nel 1967, tra i fumi di sigarette e i fiaschi di vino di via Paolo Fabbri, avrebbe probabilmente chiesto un’aspirina, denunciando Francesco Guccini per plagio edulcorato.
Con Dio è morto, il Maestrone di Pavana compie un miracolo sociologico quasi da moltiplicazione dei pani e dei pesci: riesce a prendere l'annuncio della fine della metafisica occidentale e a trasformarlo in un perfetto saggio, da esame di maturità, sui mali del mondo moderno.
Il catalogo delle nefandezze umane, snocciolato nel testo, è un trionfo di didascalismo d'accatto. C'è tutto il kit del perfetto giovane impegnato dell'epoca:
- I miti della razza: liquidati in un verso, così i totalitarismi del Novecento vengono archiviati.
- L’idolo del denaro: una critica al boom economico, così originale che persino un banchiere svizzero avrebbe sbadigliato.
- Le auto da corsa: il definitivo siluramento del Futurismo di Marinetti, ma anche delle attuali targhe polacche, sulle auto di lusso.
Ma il vero capolavoro della vicenda non sta nelle rime, bensì nella reazione delle Istituzioni.
La RAI dell'epoca, mossa dal solito intuito geopolitico da lumaca (in effetti anche quella attuale ottunde di cronaca nera, per tacere correa sulle sabbie mobili della politica) censura il brano per blasfemia, dimostrando la consueta capacità di leggere i testi letterari come un contadino analfabeta del Medioevo (pullulanti, ovunque, ancora).
A salvare la situazione ci pensa Radio Vaticana con un colpo di genio gesuitico da manuale.
Mentre la censura di Stato trema, i teologi d'oltre Tevere si accendono una sigaretta, ascoltano il brano e dicono:
«Ma questo non è nichilismo, questo è Jürgen Moltmann spiegato ai boy scout!».
E infatti lo trasmettono a ripetizione.

I preti progressisti avevano capito tutto: il "Dio" che Guccini dichiarava morto non era l'Assoluto, ma il vecchio parroco di campagna che rompeva le scatole sulle gonne corte. Morto quel Dio borghese, la canzone spalancava le porte a un Cristianesimo sociale, comunitario e vagamente pre-sessantottino.
Guccini voleva fare il provocatore esistenzialista, a colpi di fumo e cinismo, ed è finito a fare la colonna dei Cristiani, disgustati dallo strapotere cattolico dell'IOR.
E il finale?
Quel "Dio è risorto", gridato con enfasi, non è un colpo di scena nietzschiano. È il trionfo del lieto fine escatologico democristiano.
Friedrich si è rivoltato nella tomba, ha ordinato un altro giro di pignoletto e ha saggiamente deciso di rimanere morto.
L'anima poetica è il Prozac alla "fatica di vivere".
Apotropaicamente.

