SCHEDA CRITICA – LA SETTIMA MASCHERA

Oiné Mosaics

QUANDO IL POTERE SI TRAVESTE DA RIFUGIO

Un’analisi dell’architettura del controllo nel nuovo romanzo di Vilma Bieniek

Immaginate una prigione le cui sbarre sono fatte di promesse. Dove il carceriere non impugna una frusta, ma un contratto di assistenza sanitaria. Dove la cella si affaccia sul mare e profuma di pane appena sfornato. È in questa trappola seducente che il lettore si risveglia nelle prime pagine di La Settima Maschera di Vilma Bieniek.

Molto più di un dramma familiare o di una favola gotica contemporanea, il romanzo funziona come uno specchio deformante e inquietante del nostro secolo. L’opera utilizza le rovine di un borgo europeo per dissezionare le forme più sofisticate del dominio: la colonizzazione che si veste da salvezza, l’oppressione che parla il linguaggio dei diritti umani e il potere che non ha bisogno di distruggere l’oppositore, ma soltanto di assorbirlo.

Il Borgo e la Gabbia Dorata della Cura

L’ambientazione non è un semplice sfondo; è un organismo vivo e soffocante. Le case abbandonate, la chiesa sconsacrata e, soprattutto, la Casa Solitaria, sigillata dal cemento ed emanante l’odore di memorie marce, diventano metafore di una civiltà che è marcita dall’interno ma si rifiuta di crollare.

Per salvare queste rovine, i Malek hanno bisogno di sangue nuovo. E il sangue nuovo arriva sotto forma del “Programma”: un progetto governativo di immigrazione che offre casa, assistenza sanitaria ed educazione a famiglie provenienti da paesi devastati. La genialità inquietante di Bieniek risiede proprio qui: il Programma non si presenta mai come una punizione. Si presenta come una salvezza.

La violenza contemporanea, sembra suggerirci l’autrice, non mostra più il proprio volto. Arriva confezionata in burocrazia, regolamenti e gesti di buona volontà. La dipendenza non viene imposta con la forza bruta, ma costruita lentamente, granello dopo granello, attraverso la cura.

Lo Scontro tra Due Visioni del Mondo

(e la Contesa per il Corpo e per l’Anima)

Il motore della trama accelera nello scontro tra due donne straordinarie. Da una parte Lucia Malek, la burocrata della sopravvivenza. Dall’altra Joana Damasio, la matriarca della resistenza.

Lucia non è una semplice antagonista. Crede sinceramente di proteggere la propria cultura e il proprio popolo. Il suo autoritarismo è immerso in un discorso progressista di inclusione e pianificazione sociale: una dittatura mascherata da amministrazione. Il problema è che, attraverso la lente di Lucia, integrare significa assimilare. Per appartenere, l’immigrato deve cancellare le proprie origini, abbandonare la propria lingua e accettare le maschere che il potere sceglie per lui.

Il confronto più devastante tra le due non riguarda il territorio, ma l’identità. La battaglia per il nome di Bruna (nata Bruno) rappresenta il microcosmo perfetto dell’intero romanzo. Quando Lucia insiste nel chiamarla con il nome registrato all’anagrafe, non si tratta soltanto di ostinazione: è lo Stato che riafferma il proprio diritto di definire chi sia reale e chi debba essere cancellato. La difesa appassionata di Joana del diritto della figlia a esistere nella propria verità diventa un grido di guerra contro la colonizzazione delle identità.

Il Mostro e l’Artista: la Tragedia di Arturo

Se Lucia è la mente del sistema, Arturo Malek ne è il cuore spezzato. È la figura più tragica e complessa della narrazione: un artista che scolpisce la libertà nel legno ma che, nella vita reale, ha imprigionato la donna che amava.

Arturo porta sulle spalle il peso dei fantasmi dei Malek: le donne perseguitate, le identità sepolte, i crimini nascosti sotto i tappeti del Borgo. Il suo rapporto con i Damasio, e soprattutto con i figli di Joana, rivela una disperata fame di redenzione. Insegna loro a scolpire, trasmettendo il lascito della propria famiglia come se l’arte potesse purificare il sangue che grava sulle mani dei suoi antenati. Ma anche il suo amore conserva qualcosa del possesso, e la sua bontà appare come un tentativo di acquistare un perdono che il passato continua a negargli.

La Settima Maschera: l’Assimilazione Cannibale

Il nucleo filosofico del romanzo risiede nelle maschere scolpite dai Malek. Non sono semplici oggetti decorativi: sono contratti di fedeltà firmati nell’inconscio. Rappresentano i peccati e i ruoli che ogni generazione è costretta a indossare per mantenere in piedi la struttura del potere.

Ma l’orrore più profondo de La Settima Maschera non si trova in chi viene distrutto dal sistema, bensì in chi viene divorato da esso. La parabola di Marcelo, il giovane anarchico, costituisce la grande tragedia del romanzo. Arriva promettendo di incendiare il mondo, ma il sistema non lo elimina: lo digerisce. Attraverso l’università, il conforto garantito dagli studi sostenuti da Lucia e la familiarità della grande casa dei Malek, Marcelo viene progressivamente cooptato. Non si accorge che, mentre crede di utilizzare il sistema, è il sistema che gli sta facendo indossare una delle sue maschere: la maschera dell’Invidia, quella di chi desidera occupare il posto di coloro che lo opprimono.

Un Romanzo che ci Smaschera

Se Orwell ci ha avvertiti dell’immagine di uno stivale che schiaccia per sempre il volto umano, e Huxley ci ha mostrato l’intrattenimento come forma di catena, Bieniek propone una visione ancora più sottile e inquietante: il potere come un abbraccio caldo in una notte gelida.

La Settima Maschera appartiene a quella rara categoria di opere che modificano il modo in cui guardiamo il mondo una volta chiuso il libro. La scrittura privilegia dialoghi affilati come lame, nei quali le idee feriscono con la stessa profondità delle emozioni. La malattia di André, il lutto di Joana, la solitudine di Arturo, la paura di Bruna: tutto contribuisce a fare del romanzo non un semplice trattato sociologico, ma una ferita aperta e pulsante.

L’autrice lascia sospesa una domanda che riguarda tanto il destino dei suoi personaggi quanto il nostro: quali maschere abbiamo ereditato senza rendercene conto? Quali scegliamo di indossare in cambio del comfort? E, soprattutto, saremmo davvero capaci di distinguere chi ci protegge da chi ci domina quando l’oppressore ci tende la mano e chiama quella mano “salvezza”?

Un romanzo scomodo, necessario e costruito con straordinaria intelligenza. Un’opera che rifiuta le risposte semplici e che, proprio per questo, continua a riecheggiare nella coscienza del lettore molto tempo dopo l’ultima pagina.

Nel 2019 nacque l’idea onirica che attraversa questa storia, una sorta di intuizione da cui ha preso forma l’intero universo simbolico dell’opera, segnato dalle maschere intagliate nel legno. Il video promozionale realizzato in quel momento non fu solo un esercizio creativo, ma un modo per dare forma a ciò che interiormente già scintillava nell’autrice, un primo tentativo di far emergere qualcosa che avrebbe poi trovato la sua piena espressione come opera letteraria.

Questo processo è stato possibile grazie alla generosa collaborazione di Mino Sferra e Marina Fastoso, che hanno partecipato con sensibilità e visione.

A loro va questa dedica.

A Mino Sferra, attore, regista e maestro di teatro, capace di trasformare l’arte in un percorso umano e profondo, e a Marina Fastoso, per la sua presenza creativa e generosa: entrambi hanno donato all’autrice la forza iniziale di un cammino che oggi si compie in questo libro, con la sua pubblicazione prevista per ottobre.

Due grandi talenti che hanno lasciato un segno vivo e duraturo in questa creazione.