Tra Sessa e Los Angeles: l’amore, la colpa e la migrazione nell’universo di Pasquale Stanziale

Di Vilma Bieniek

Il privilegio di conoscere Pasquale Stanziale l’ho sentito fin dal primo momento in cui ci siamo incontrati. Da allora ammiro la sua scrittura, il suo sguardo e il modo in cui ha iniziato a collaborare con la piattaforma Anitart, con testi dedicati al teatro e ai monologhi teatrali che rivelano una voce profonda e singolare. Oggi, ricevendo in dono il suo libro — “Vivere e morire a Sessa Aurunca… o forse… a Los Angeles” — ho letto il racconto che dà il titolo all’opera: un testo che richiede silenzio, attenzione e una lettura lenta.

Fin dalle prime pagine, ciò che mi ha maggiormente colpita è stata la descrizione dei luoghi. Non conosco Los Angeles personalmente, ma la città che emerge dal racconto è perfettamente riconoscibile: una Los Angeles mentale, costruita con la stessa logica onirica e inquietante dei film di David Lynch, dove ogni luce al neon nasconde un abisso. È la città del sogno e della disillusione, il luogo in cui le speranze dei migranti si trasformano in riflessi, dove chi parte per vivere rischia di dissolversi nell’anonimato.

Sessa Aurunca, invece, la conosco bene, e il modo in cui Stanziale la ritrae è sorprendente. I dettagli — il vecchio alla finestra, le persiane chiuse — creano una realtà quasi tattile, una poesia della permanenza. Sessa diventa un corpo vivo, un simbolo dell’Italia che resta mentre i suoi figli partono. È una geografia della memoria e dell’identità, in contrasto con la geografia illusoria di Los Angeles — la città del sogno americano e dell’oblio.

Il racconto si muove esattamente all’interno di questa tensione: partire o restare, vivere o morire, scegliere o sottomettersi al destino. Il narratore racconta l’assassinio di Anna Loprejato, avvenuto il 15 novembre 1988 — un episodio che potrebbe essere accaduto a Los Angeles, con un altro nome, oppure a Sessa, nel silenzio delle pietre antiche. Forse Anna è davvero fuggita e, come tante altre donne, è diventata un volto senza nome — una delle Jane Doe delle cronache di Los Angeles. O forse è rimasta, vittima di un amore e di una libertà che non ha potuto esercitare. In entrambi i casi, la morte e la partenza si confondono. A poco a poco comprendiamo il narratore, prigioniero di Los Angeles e della propria colpa, diviso tra memoria e delirio.

Questa ambiguità è il nucleo più affascinante del racconto: scegliere di morire perché forse non si può scegliere di vivere. È un pensiero crudele, ma reale, che attraversa la storia dei migranti e delle donne dimenticate. Nella prospettiva di Stanziale, morire a Sessa significa appartenere ancora a un luogo, essere ricordati; morire a Los Angeles significa dissolversi nel rumore del mondo. Il contrasto tra queste due possibilità diventa una meditazione sulla dignità della memoria e sull’indifferenza del sogno moderno.

In un’epoca di interpretazioni rapide e giudizi semplificati, questo testo invita a essere letto con cautela. Non giustifica né condanna: osserva — e proprio in questa osservazione risiede la sua forza. Stanziale costruisce una narrazione che alterna Sessa e Los Angeles come due dimensioni della stessa mente: la prima rappresenta la permanenza e la memoria; la seconda, la dispersione e l’oblio. La migrazione, in questo senso, diventa anche una metafora del movimento interiore — il tentativo di fuggire da se stessi per, inevitabilmente, ritornare allo stesso punto della colpa.

La figura di Anna non è soltanto la vittima di un amore malato, ma il simbolo della memoria che insiste a tornare. Ritorna non per vendicarsi, ma per chiudere un cerchio, per restituire al protagonista la coscienza di ciò che ha fatto e ha tentato di dimenticare. Il suo ritorno è la forma poetica della giustizia — una giustizia che non appartiene ai tribunali, ma alla coscienza. Come in David Lynch, la realtà si piega su se stessa e il sogno si trasforma in confessione. Tutto il racconto sembra ambientarsi in uno spazio interiore, dove la colpa assume la forma della città e l’amore diventa ombra.

L’opera di Stanziale non estetizza la violenza: la decifra, come parte inseparabile della mente umana. Il racconto non parla solo di un delitto, ma della percezione del delitto, del confine fragile tra l’amore e la distruzione, tra la nostalgia e l’impossibilità del ritorno. La domanda finale — “Dove finisce il mondo?” — e la risposta — “Dove decidono le mani” — condensano il senso ultimo del testo: il gesto e la responsabilità, la scelta e la condanna, la libertà e la sua perdita.

In ultima analisi, “Vivere e morire a Sessa Aurunca… o forse… a Los Angeles” è una riflessione sulla condizione umana del migrante e dell’amante, sulla colpa come spazio interiore e sulla memoria come unica forma di sopravvivenza. È un racconto che non offre redenzione, ma consapevolezza: tra il sogno americano e la pietra di Sessa, tra il silenzio delle persiane chiuse e il rumore dei boulevard, Stanziale disegna il destino di chi vive tra due mondi, dove vivere e morire finiscono per diventare lo stesso verbo.