“Credo che nulla sia capace di spiegare il Brasile…”

Di Vilma Bieniek

Quali sentimenti possono suscitare un Paese e una cultura diversi dai nostri? Curiosità, fascino, spaesamento, rifiuto, passione, forse amore. Ma amare davvero una cultura richiede di andare oltre l’incanto iniziale: occorre impararne i codici, riconoscerne i conflitti, affrontarne le contraddizioni e permetterle di trasformare il nostro modo di comprendere il mondo.

La passione tende a idealizzare; l’amore comincia quando l’idealizzazione non basta più a spiegare ciò che proviamo. Il rapporto di Eliasz Chmiel con il Brasile sembra seguire proprio questo cammino. Il suo legame con il Paese si costruisce attraverso la convivenza, la ricerca, la letteratura e la disponibilità a lasciarsi trasformare.

Scrittore, traduttore, editor, ricercatore e produttore di contenuti culturali, Eliasz è nato in Polonia ed è diventato brasiliano per scelta. La naturalizzazione ha dato forma giuridica a un senso di appartenenza maturato nel corso di anni di viaggi, studi e affetti. Nel suo percorso, Brasile e Polonia non appaiono come sponde opposte, ma come territori uniti dalla letteratura: lo spazio in cui una cultura attraversa una lingua e trova dimora in un’altra.

Nel novembre 2025 ha conseguito presso l’Università di Breslavia il titolo di dottore in Scienze umanistiche, nell’ambito degli Studi letterari. La sua tesi, che ha ricevuto una distinzione dall’ateneo, propone un modello teorico-metodologico per analizzare la «soggettività collettiva» dei personaggi letterari, assumendo come caso di studio Mar Morto di Jorge Amado. Parte della ricerca è stata svolta presso l’Università Federale di Pernambuco e la Fundação Casa de Jorge Amado, a Salvador.

La sua attività va oltre l’ambito accademico. È stato coordinatore editoriale della casa editrice polacca Wydawnictwo GlowBook e ha tradotto in polacco Torto Arado di Itamar Vieira Junior e Sonata em Auschwitz di Luize Valente. Come scrittore, ha pubblicato in Polonia il romanzo Rozdroża 1999 — traducibile liberamente come Crocevia 1999. Nel luglio 2026 ha partecipato alla Casa Europa, nell’ambito della Festa letteraria internazionale di Paraty, all’incontro «L’Europa che non vedi: storie di paesaggi invisibili».

Prima della ricerca, delle traduzioni e dei libri, tuttavia, vi è stato l’incontro affettivo. O meglio, come lo definisce lui stesso, due incontri.

Due innamoramenti per tutta la vita

«La mia avventura con la lingua portoghese comincia con due innamoramenti potentissimi, destinati a durare tutta la vita: quello per la cultura brasiliana e quello per una grande donna brasiliana, mia moglie», racconta Eliasz.

Curiosamente, il suo primo Brasile gli si è rivelato in Portogallo, dove condivideva una casa con otto brasiliani, i suoi primi maestri della cultura del Paese che, più tardi, avrebbe chiamato anche suo.

«Mi sono innamorato del Brasile in Portogallo, dove vivevo in una casa con otto brasiliani, che sono stati ottimi maestri della cultura del nostro Paese — dico “nostro” perché di recente ho ricevuto la grazia della naturalizzazione. Poi, armi e bagagli, ho seguito questi due amori e mi sono trasferito a Belo Horizonte.»

L’espressione brasiliana de mala e cuia — partire portando tutto con sé —, usata con la naturalezza di chi non ha imparato soltanto una lingua, ma anche gli affetti che essa custodisce, riassume il suo percorso: Eliasz non ha conosciuto il Brasile soltanto attraverso i libri. Prima ha vissuto il Paese. Poi ha cercato nella letteratura un modo per comprendere ciò che l’esperienza aveva già cominciato a rivelargli.

Durante un lungo viaggio in autobus da Belo Horizonte a São Luís do Maranhão, ha attraversato parte del Nordest, passando per il Ceará e Bahia. Salvador ha rappresentato una svolta. Lì ha conosciuto «l’universo della gente di mare, degli Orixás, dell’axé, della capoeira» e ha acquistato, in una libreria dell’usato, una copia di Capitães da Areia.

«Da allora non ho mai smesso di divorare tutto ciò che riguardasse il Nordest. È successo dieci anni fa.»

L’incanto si è trasformato in ricerca. Inizialmente, Eliasz intendeva studiare il romanzo sociale nordestino dell’era Vargas, riunendo Jorge Amado, José Lins do Rego, Rachel de Queiroz e Graciliano Ramos. In seguito ha concentrato l’indagine su Jorge Amado, così da approfondire la dimensione teorica del lavoro.

Nelle biblioteche polacche ha trovato pochi studi sulla letteratura del Nordest brasiliano. Grazie a una borsa di studio, ha potuto svolgere ricerche presso l’Università Federale di Pernambuco e la Casa de Jorge Amado. Sono seguiti soggiorni nello Stato della Paraíba e nell’entroterra di Minas Gerais, accompagnati dal perfezionamento del portoghese e dalla scoperta di altri Brasili dentro il Brasile.

«Ho continuato a perfezionare il mio portoghese per sondare, attraverso questa lingua, il lato brasiliano del mio essere e per scrivere il libro in cui ho raccontato la storia che avevo bisogno di condividere con altri estimatori del fascino della lingua più piacevole da parlare al mondo.»

Il portoghese ha smesso di essere soltanto un oggetto di studio. È diventato una regione della sua stessa identità.

Una letteratura anteriore alla caduta della Torre di Babele

Dopo anni di letture, ricerca e convivenza, come definirebbe la letteratura brasiliana un lettore formatosi inizialmente nelle tradizioni europee? Eliasz risponde con un’immagine di rara potenza:

«Rispetto alle letterature europee, quella brasiliana appare come una raccolta di testimonianze provenienti da un mondo anteriore alla caduta della Torre di Babele; testimonianze di una società composta da rappresentanti di tutti i continenti, che hanno trovato una lingua comune in cui mescolare le proprie culture e creare così una qualità nuova, profondamente sincretica ed endemica.»

Per lui, la forza di questa letteratura risiede nella coesistenza di origini, cosmologie ed esperienze storiche diverse, riunite in una lingua comune senza che le loro differenze scompaiano.

«È la letteratura di un popolo che, proprio perché tanto diverso, possiede un immaginario ricchissimo. Questo si traduce in un’arte più plurale, creativa e persino enigmatica per chi non conosce i molteplici strati del Brasile.»

Il suo elogio non ignora le disuguaglianze. Eliasz osserva che molti problemi sociali brasiliani esistono anche in Europa, ma qui si manifestano con maggiore intensità, rendendone più visibili le cause e i meccanismi.

«Nella sua dimensione universale, la letteratura brasiliana ritrae il nostro mondo come se lo osservasse attraverso una lente d’ingrandimento. Molti dei problemi sociali presenti in Brasile esistono anche in Europa, ma spesso in forma meno accentuata, e ciò rende più difficile coglierne l’essenza, le cause e i meccanismi. In Brasile questi problemi mi sembrano più urgenti e, proprio per questo, diventano più nitidi. È per questa, fra mille altre ragioni, che il mondo deve leggere la letteratura di questo Paese.»

Da questa prospettiva, la letteratura brasiliana non è importante soltanto perché presenta il Paese all’estero. Portando alla luce strutture di potere, esclusione, fede, resistenza e appartenenza, aiuta il mondo a comprendere sé stesso.

Jorge Amado e le voci che il Brasile si rifiutava di ascoltare

È in Mar Morto, pubblicato nel 1936, che Eliasz individua uno degli esempi più potenti di questa letteratura. Interrogato su ciò che il romanzo rivela dell’identità brasiliana, mette in discussione l’idea stessa che in quel momento esistesse un’unica identità nazionale:

«Negli anni Trenta, quando il libro fu scritto, non esisteva. Non una sola.»

In quel periodo convivevano modi diversi di interpretare la nazione, la cultura, la cittadinanza e la moralità. La visione delle élite si presentava come oggettiva, ma era profondamente segnata dall’eredità coloniale, dall’eurocentrismo e dalle teorie razziali pseudoscientifiche.

«All’interno dell’“oggettività” egemonica delle élite di quella repubblica che di repubblica non aveva nulla, la cultura afrobrasiliana non rientrava neppure nel concetto di identità brasiliana. Gli afrobrasiliani non erano considerati cittadini, componenti legittimi del popolo brasiliano, titolari di diritti, perché quell’“oggettività” era plasmata dall’eredità coloniale, dal conservatorismo, dalle teorie razziali pseudoscientifiche e dall’eurocentrismo.»

Secondo Eliasz, Jorge Amado smaschera questa falsa neutralità e permette di percepire il Brasile attraverso lo sguardo di coloro che erano stati esclusi dalla sua definizione ufficiale.

«Il libro mostra che questa presunta “oggettività” era costruita a partire da una determinata prospettiva sociale e storica; era soltanto un’altra forma di soggettività. Il romanzo descrive, in modo innovativo per l’epoca, come gli afrobrasiliani comprendevano diversi aspetti della realtà sociale, quali lo Stato, le élite, la moralità e la stessa cultura afrobrasiliana: le religioni di matrice africana, la musica, la capoeira e le importanti figure nere della storia.»

La sua tesi dimostra come Mar Morto incorpori la cosmogonia degli uomini e delle donne legati al porto di Salvador. La forza del romanzo non risiede soltanto nei temi affrontati, ma anche nelle strategie narrative impiegate per far coesistere realismo e miracolo.

«Il narratore di Mar Morto fa proprie fino in fondo le credenze e la cosmogonia dei devoti della Regina del Mare del porto di Salvador e riesce a oscillare tra realismo e miracolo, entrambi veri nello stesso momento. Il culmine dell’opera, in cui i pescatori riescono a vedere Iemanjá, risulta convincente persino per uno scettico, proprio grazie alle tecniche impiegate da Amado.»

Eliasz contesta così le critiche relative alla presunta assenza, nelle opere di Jorge Amado, di una sperimentazione formale attraverso le tecniche narrative. A sostegno della sua tesi, richiama il giudizio del premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, che definì il punto di vista narrativo de Il regno di questo mondo, di Alejo Carpentier, «un’incredibile impresa tecnica». Secondo Eliasz, tuttavia, Jorge Amado aveva già raggiunto, in Mar Morto, un risultato analogo — tredici anni prima del classico cubano che inaugurò l’estetica del real maravilloso — e in modo ancora più coerente.

«Per questo ritengo che il contributo di Jorge Amado all’evoluzione della letteratura mondiale, pur essendo già riconosciuto, continui a essere sottovalutato.»

A ogni angolo, qualcuno da cui potrebbe nascere un libro

Sebbene l’oralità, la natura, la religiosità e le disuguaglianze sociali occupino un posto fondamentale nella letteratura brasiliana, Eliasz considera i personaggi il punto d’incontro di tutte queste forze.

«Le disuguaglianze fanno parte del vissuto dei personaggi e dei loro drammi, proprio come la natura, la religiosità e l’oralità. In Brasile ci sono molte persone da cui potrebbe nascere un libro o, almeno, un personaggio. A ogni angolo incontro qualcuno che sembra uscito direttamente dalla narrativa.»

Egli riconosce in Jorge Amado la capacità di scorgere, nelle persone incontrate nei mercati, nei porti, nelle strade e nei bar, non figure pittoresche destinate ad adornare una narrazione, ma esistenze complete, fatte di dolore, desideri, umorismo e dignità.

Fra tutti questi elementi, la spiritualità è ciò che lo ha toccato più profondamente. Per comprendere l’opera di Amado, ha studiato il candomblé e ha cercato di avvicinarsi, «per quanto possibile», all’esperienza religiosa e culturale del popolo dell’axé.

«Ho creato un legame affettivo con gli Orixás e con la cultura del popolo dell’axé. All’inizio mi sono innamorato dell’estetica: della bellezza dei canti nella lingua melodiosa degli yoruba, delle danze, del ritmo cadenzato degli atabaques, del suono sacro degli agogôs, dei colori degli abiti e degli ornamenti. Poi, con il tempo, mi sono innamorato della filosofia, dell’etica, delle usanze, della cosmogonia, del modo singolare in cui gli itãs, i miti, dipanano il tessuto della nostra realtà e, soprattutto, dell’axé che fluisce nelle feste tra il profumo delle foglie.»

In questo passaggio, il ricercatore non si nasconde dietro il linguaggio accademico. La conoscenza appare come un’esperienza sensoriale e affettiva: suono, movimento, colore, profumo e presenza.

Un puzzle di radici ancestrali

Anche dopo dieci anni di letture, viaggi ed esperienze, Eliasz continua a incontrare microcosmi capaci di modificare la sua comprensione del Paese.

«Sinceramente, credo che questo Paese non smetterà mai di sorprendermi e di trasformare l’immagine che ne ho. A volte una piccola scoperta cambia completamente la mia percezione del Brasile.»

È ciò che è accaduto quando ha compreso che san Giorgio, per molti brasiliani, può essere anche Ogum — o, in determinate tradizioni, Oxóssi. Questa scoperta ha cambiato il suo modo di ascoltare innumerevoli canzoni e ha aperto una porta sulla storia del sincretismo, delle persecuzioni religiose e delle strategie culturali di resistenza.

«Una piccola scoperta come questa ti conduce a conoscere il fenomeno del sincretismo religioso, il contesto e le ingiustizie che lo hanno generato, oltre alle sue conseguenze sociali. In questo modo cambia il tuo modo di guardare il Brasile e ti permette di comprendere il vero significato di canzoni, manifestazioni religiose o libri come O compadre de Ogum di Jorge Amado.»

Da questa prospettiva, il Brasile assomiglia a un testo infinito: ogni immagine conduce a una storia; ogni festa custodisce una cosmogonia; ogni parola può racchiudere migrazioni, violenze, reinvenzioni e sopravvivenze.

«È così per ogni elemento di questo sorprendente puzzle: ogni frutto di questa cultura ci mette in contatto con un intrico ancestrale di radici.»

«Credo che nulla sia capace di spiegare il Brasile»

Quando gli abbiamo chiesto se la letteratura fosse ancora capace di spiegare il Brasile contemporaneo, Eliasz ha risposto anzitutto con umorismo: «Credo che nulla sia capace di spiegare il Brasile, sai».

La frase contiene anche una dichiarazione di rispetto. Il Paese non può essere racchiuso completamente in una teoria, in un’unica identità o in una narrazione ufficiale. Nessuna opera spiega il Brasile intero, ma ciascuna può illuminarne uno strato e impedire che determinate esperienze scompaiano.

«La letteratura è un valido strumento per sistematizzare le idee, una piattaforma per discuterle e, in un certo senso, renderle eterne. A volte persino per legittimarle.»

Eliasz trova speranza in manifestazioni come la Festa letteraria internazionale di Paraty, dove percepisce idee «in fermento, che circolano in ogni direzione» e lettori desiderosi di accoglierle. Non ignora che questi spazi costituiscano ancora una piccola bolla dinanzi alle dimensioni continentali del Brasile e alle disuguaglianze nell’accesso alla lettura. Ne riconosce, tuttavia, la capacità di mettere in dialogo il centro e i margini.

In un’epoca dominata dalla rapida circolazione di frammenti, continua a confidare nella permanenza del libro.

«Sui social network raramente condividiamo idee intere; condividiamo frammenti, piccoli assaggi, una sorta di anticipazione. Un’idea è qualcosa di complesso, sfaccettato e dipendente dal contesto, che ha bisogno di spazio per svilupparsi e rivelare le proprie diverse dimensioni. Il libro, invece, permette di sviluppare un’idea nella sua interezza, con tutte le sue sfumature, contraddizioni e stratificazioni.»

Un ponte ancora in costruzione

Il dialogo di Eliasz con la letteratura brasiliana resta aperto. Fra i suoi progetti vi è la ricerca di una casa editrice brasiliana disposta a pubblicare il romanzo che ha scritto direttamente in portoghese: un gesto particolarmente significativo per chi ha scelto di creare letteratura in una lingua diversa dalla propria lingua madre.

Desidera inoltre tradurre in polacco Os imortais di Paulliny Tort e sta lavorando alla traduzione di altri due libri non ancora annunciati. Custodisce, soprattutto, un desiderio antico: trovare una casa editrice disposta a pubblicare in Polonia una nuova traduzione di Capitães da Areia, il libro acquistato in una libreria dell’usato di Salvador che segnò l’inizio del suo viaggio nell’opera di Jorge Amado.

Vi è una delicata circolarità in questo progetto. Il romanzo che gli ha aperto le porte dell’universo di Amado potrà, attraverso la sua traduzione, aprire lo stesso varco ad altri lettori polacchi.

Eliasz Chmiel guarda al Brasile con l’incanto di chi sa ancora sorprendersi e con l’attenzione di chi ha imparato che amare una cultura non significa idealizzarla. Il suo elogio del Paese non ne cancella le ingiustizie, i silenzi o le contraddizioni. Al contrario, riconosce che la bellezza brasiliana nasce anche dalla capacità dei suoi popoli di creare linguaggio, fede, musica, letteratura e comunità nel mezzo delle fratture della storia.

Forse nulla è davvero capace di spiegare il Brasile. Eliasz non tenta di imprigionarlo in una definizione. Il suo gesto più profondo di ammirazione consiste proprio nel riconoscerlo come inesauribile: un mondo di voci che condividono una lingua senza rinunciare alle proprie differenze; una letteratura anteriore alla caduta della Torre di Babele; un puzzle in cui ogni scoperta conduce a nuove radici.

Ed è per questo che, come dice lui, «fra mille altre ragioni, il mondo deve leggere la letteratura di questo Paese».

Fonti biografiche e accademiche consultate dalla redazione

“Entrevista completa em Português– Eliasz Chmiel

Jorge Amado, literatura brasileira e o Brasil como escolha

1. Para começar, apresente-se aos leitores da Anitart. Como nasceu seu interesse pela língua portuguesa e pela literatura brasileira? Em que momento Jorge Amado tornou-se o centro de sua pesquisa e da sua relação com o Brasil?

Sou escritor e tradutor da Polônia. Minha aventura com a língua portuguesa começa com dois apaixonamentos poderosíssimos, para o resto da vida: pela cultura brasileira e por uma grande mulher brasileira, minha esposa. Curiosamente, me apaixonei pelo Brasil em Portugal, onde morei numa casa com oito brasileiros, que foram ótimos professores da cultura do nosso país (digo “nosso” porque recentemente obtive a graça da naturalização). Depois, fui de mala e cuia atrás desses dois amores e me mudei a Belo Horizonte. Um dia, fui visitar a família da minha sogra, que é maranhense, em Maranhão. Já que não podia viajar de avião (o meu visto já tinha vencido havia meses), tive que ir, desde BH até São Luís do Maranhão, de ônibus. Atravessei uma boa parte do Nordeste, com paradas de uns dias na Bahia e Ceará. Foi em Salvador que conheci tanto a obra, quanto aquele universo baiano de Jorge Amado, universo do povo do mar, dos Orixás, do axé, da capoeira… Comprei num sebo os Capitães da Areia e desde então nunca deixei de devorar tudo que fosse relacionado com Nordeste. Isso foi há dez anos. Nesse meio tempo, comecei na Polônia meu doutorado em literatura (brasileira, apesar de eu ter feito letras em espanhol). Inicialmente, eu ia analisar o romance social do Nordeste, da Era Vargas (1930-1945), ou seja: além de Jorge Amado, José Lins do Rego, Rachel de Queiroz e Graciliano Ramos. Depois, porém, decidi limitar a minha pesquisa a Jorge Amado, para priorizar o lado teórico da minha tese. Nas bibliotecas da Polônia não se acha quase nada sobre a literatura nordestina, mas consegui uma bolsa e pude pesquisar na Universidade Federal de Pernambuco e na Casa de Jorge Amado em Salvador. Para me amigar ainda mais com as belezas desse oceano sem fundo que é a cultura brasileira, acabei ficando: morei na Paraíba, no interior de Minas, sempre aprimorando meu português, para sondar através desse idioma o lado brasileiro do meu ser e para escrever o livro em que contei a história que precisava compartilhar com outros apreciadores dos encantos da língua mais gostosa de falar do mundo. Hoje, sigo tentando encontrar uma editora para publicarmos uma tradução dos Capitães da Areia, mas já consegui aproximar um pouco desse universo baiano ao leitor polonês com a minha tradução de Torto Arado de Itamar Vieira Júnior.

2. Sua pesquisa sobre Mar Morto propõe uma leitura muito particular da obra de Jorge Amado. O que esse romance revela sobre a identidade brasileira que talvez passe despercebido em uma primeira leitura?

Que ela não existia nos anos 30 do século XX, quando o livro foi escrito. Não uma só. Mar Morto foipublicado em 1936. Foi somente a partir de 1937 que Getúlio Vargas empreendeu esforços mais sistemáticos para construir uma identidade brasileira “universal”, dando-lhe uma forma mais próxima da que conhecemos hoje. No Brasil, coexistiam várias subjetividades coletivas, compreensões da realidade social muito diferentes, que davam origem a discursos distintos que negociavam entre si o significado de tais conceitos como brasilidade, nação brasileira, cultura brasileira, moralidade… Um discurso bem distante do outro, bem alheio ao outro, sem pontos de convergência. Dentro da “objetividade” hegemônica, das elites daquela república que de república não tinha nada, a cultura afro-brasileira nem fazia parte do conceito de brasilidade, os afrobrasileiros não eram considerados cidadãos, componentes legítimos do povo brasileiro, com seus direitos, porque aquela “objetividade” era moldada pelo legado colonial, pelo conservadorismo, por teorias raciais pseudocientíficas, pelo eurocentrismo etc. O livro de Jorge Amado desmascara essa suposta “objetividade”, mostrando que ela não era objetiva de fato, mas construída a partir de uma determinada perspectiva social e histórica, que ela era apenas mais uma subjetividade, e retrata de maneira muito precisa uma compreensão contra-hegemônica da realidade social; retrata, de maneira inovadora para a época, como os afro-brasileiros entendiam vários componentes da realidade social brasileira, tais como o Estado, elites, moralidade, cultura afro-brasileira (com seus numerosos componentes: religiões de matriz africana, música afro-brasileira, capoeira, importantes figuras históricas negras, etc.).

3. Em sua tese, você trabalha com o conceito de “subjetividade coletiva”. Como essa ideia nos ajuda a compreender não apenas os personagens de Jorge Amado, mas também a sociedade brasileira retratada em sua literatura?

A aplicabilidade do conceito é universal, estendendo-se não apenas para além deste romance específico, mas também para além da obra de Jorge Amado e, de maneira mais ampla, da literatura brasileira. Primeiramente, o conceito ajuda a entender, do ponto de vista técnico, como o narrador de Mar Morto adota plenamente as crenças e cosmogonia dos devotos da Rainha do Mar do cais de Salvador e como consegue balançar entre o realista e o milagre, os dois sendo verdadeiros ao mesmo tempo. O clímax da obra, em que os pescadores conseguem ver Iemanjá, é convincente até para um cético justamente graças às técnicas que Amado empregou, alternando entre diferentes convenções narrativas e diferentes técnicas de representação da fala e da consciência dos personagens. Além disso, usar o conceito da subjetividade coletiva como uma ferramenta de análise me permitiu descrever de maneira precisa e sistemática (o que é importante no mundo acadêmico) as particularidades do perfil ideológico da coletividade dos homens do mar (bem como os aspectos não ideológicos dessas “mentes ficcionais”). Me permitiu também analisar, de modo sistemático, esse perfil em relação à “objetividade” hegemônica daquela época, assim como em relação às estratégias narrativas que moldaram a tonalidade ideológica do romance. É com base nos resultados dessa análise que posso discordar de muitos intelectuais da época (entre eles Graciliano Ramos) que perceberam Mar Morto como portador de uma mensagem contrária à sua intenção, beirando uma literatura conservadora. Além disso, meu estudo contesta as críticas sobre a suposta ausência de experimentação formal com técnicas narrativas nas obras de Jorge Amado. Por exemplo, enquanto o Nobel de literatura Mario Vargas Llosa considerou o ponto de vista narrativo em O reino deste mundo uma “incrível realização técnica”, Jorge Amado já havia alcançado feito comparável, em Mar Morto, treze anos antes do clássico cubano que inaugurou a estética do real maravilhoso e, a meu ver, de maneira mais consistente. Por isso, acho que a contribuição do Amado Jorge para a evolução da literatura mundial, apesar de já reconhecida, ainda é subestimada.

4. Depois de tantos anos estudando autores brasileiros, como você definiria a literatura brasileira? O que a distingue de outras tradições literárias, especialmente da literatura europeia?

Comparada com as literaturas europeias, a literatura brasileira parece um acervo de relatórios de um mundo anterior à queda da Torre de Babel; relatórios de uma sociedade composta por representantes de todos os continentes, que encontraram o mesmo idioma para misturar as suas culturas e criar assim uma qualidade nova, bem sincrética e endêmica. É literatura de um povo que, por ser tão diverso, possui um imaginário riquíssimo e isso se traduz em arte mais diversa, criativa e até enigmática pra quem não conhece as múltiplas camadas que Brasil tem. A literatura brasileira, na sua dimensão universal, retrata o nosso mundo como se fosse através de uma lente de aumento: muitos dos problemas sociais que existem no Brasil também estão presentes na Europa, mas muitas vezes de forma menos acentuada, o que torna mais difícil perceber sua essência, suas causas e seus mecanismos. No Brasil, esses problemas sociais me parecem mais prementes e, por isso, acabam sendo mais nítidos. É por isso, entre mil outras causas, que o mundo deve ler a literatura daqui. Felizmente, porém, existem no Brasil muitos autores que escapam essas minhas generalizações.

5. Os personagens, a oralidade, a religiosidade, a natureza e as desigualdades sociais ocupam um lugar central na literatura brasileira. Qual desses elementos mais o impressionou como pesquisador e como leitor estrangeiro? E por quê?

Os personagens, porque são pontos de convergência dos elementos restantes, todos esses elementos se entrecruzam nos personagens. As desigualdades fazem parte da vivência dos personagens, dos seus dramas, da mesma forma que a natureza, a religiosidade e oralidade. No Brasil, tem muita gente que daria um livro ou pelo menos um personagem. A cada esquina eu encontro alguém que parece ter saído direto da ficção literária. E Jorge Amado tinha uma ótica semelhante. Era muito sensibilizado para as dores e alegrias das pessoas que encontrava na rua, via o pitoresco em qualquer um que não fosse muito careta. Tanto é que vários personagens seus são cópias diretas das pessoas encontradas num boteco, num mercado… Porém, um dos elementos enumerados por você é particularmente importante pra mim: o da espiritualidade. Para entender bem a obra do Amado, tive que estudar bastante sobre o candomblé. E vivê-lo, na medida do possível. Assim criei um laço de afeto com os Orixás e com a cultura do povo de axé. Me apaixonei primeiro pela estética, pela beleza das cantigas na língua melodiosa dos iorubás, pelas danças e pelo rufar cadenciado dos atabaques, pelo toque sagrado dos agogôs, pelo colorido do vestuário e paramentos…  e depois, com tempo, me apaixonei pela filosofia, ética, costumes, cosmogonia, pela maneira singular em que os itãs, os mitos, destrincham o tecido da nossa realidade e, principalmente, pelo axé fluindo nas festas em meio ao perfume das folhas.

6. Antes de viver no Brasil, você conheceu o país por meio da literatura. O Brasil que encontrou confirmou o Brasil imaginado por Jorge Amado e por outros escritores, ou a experiência transformou essa imagem?

Na verdade, primeiro morei no Brasil e depois conheci a sua literatura (com a exceção do de Paulo Coelho, claro). Depois de dez anos de leituras, vivências e viagens,  ainda estou descobrindo micro-universos novos que compõem esse mundão diverso que é o Brasil e, sinceramente, acho que esse país nunca deixará de me surpreender, de transformar a imagem que tenho dele. Às vezes, uma pequena descoberta muda a minha percepção desse país completamente. Por exemplo, quando descobri que São Jorge, para muitos é o mesmo que o Orixá Ogum (ou Oxóssi), na minha cabeça, o Brasil foi totalmente ressignificado: incontáveis músicas mudaram seu significado, da mesma forma que vários espaços decorados com a imagem do santo. E uma pequena descoberta dessas, por exemplo, já te encaminha a conhecer o fenômeno do sincretismo religioso, te leva a aprender sobre o contexto e injustiças que o originaram, consequências sociais dessas injustiças e assim, vai mudando a sua maneira de enxergar o Brasil; te permite entender o verdadeiro significado das músicas, manifestações religiosas ou de livros, como “Compadre de Ogum” de Jorge Amado. E é assim com cada elemento desse quebra-cabeça surpreendente: cada fruto dessa cultura nos conecta com um emaranhado ancestral de suas raízes.

7. Hoje, sendo brasileiro por escolha, como você enxerga o papel da literatura na construção da identidade de um povo? A literatura ainda é capaz de explicar o Brasil contemporâneo?

Acho que nada é capaz de explicar o Brasil, viu. Brincadeiras à parte, a literatura é uma boa ferramenta para sistematizar ideias, uma plataforma para discuti-las e, de certa forma, eternizá-las. Às vezes, até para legitimá-las. Me enchem de esperança eventos como a Festa Literária Internacional de Paraty, onde você vê esse fermento, as ideias fervilhando, circulando para todos os lados, e as pessoas ávidas por elas. Mas não quero me iludir com essa imagem: é preciso lembrar que se trata de uma bolha pequena, se considerarmos o tamanho continental do país. Ainda assim, é um espaço onde o mainstream pode dialogar com o marginal e onde muita gente com ideias inovadoras encontra espaço para divulgá-las. Hoje podemos ter a sensação de que é principalmente no Instagram que as ideias circulam. Mas, na verdade, ali raramente compartilhamos ideias inteiras; compartilhamos fragmentos, pequenas amostras, uma espécie de préviasde uma ideia. Uma ideia é algo complexo, multifacetado, dependente do contexto, que precisa de espaço para se desenvolver e revelar suas diferentes dimensões. O formato das redes sociais não favorece isso: elas funcionam bem apenas para despertar a curiosidade. O livro, por outro lado, permite desenvolver uma ideia por inteiro, com todas as suas nuances, contradições e camadas. Lendo um livro, passamos com uma ideia mais tempo e, assim, temos a oportunidade de refletir criticamente sobre seus diferentes aspectos.

8. Para concluir, gostaria de olhar para o futuro. Quais são seus próximos projetos relacionados à literatura brasileira? Há novos autores que pretende pesquisar ou traduzir? E como imagina continuar fortalecendo o diálogo cultural entre Brasil e Polônia?

Estou procurando uma editora brasileira para o romance que escrevi em português, apesar dele não ser minha língua materna. Assim, quero contribuir preenchendo uma lacuna no debate público e enriquecendo esse imaginário diverso dos brasileiros com peças inéditas na literatura daqui. Além disso, adoraria traduzir o romance “Os imortais” da Paulliny Tort, sobre um clã de neandertais, ambientado na pré-história, para deixar bem claro na Polônia que a literatura brasileira é também boa literatura universal e não precisa falar só do colorido regional. Também estou trabalhando na tradução de dois livros, cujo título, por enquanto não posso revelar e publicando conteúdo literário e cultural no meu perfil no Instagram (@eliasz.chmiel). E ainda alimento a esperança de um dia encontrar uma editora para publicarmos na Polônia os Capitães da Areia.