Domenico Purificato e l´epica tragica di um risorgimento in maschera
Di Renato Marchese
In un’imponente tela del 1975, il maestro di Fondi trasfigura la caduta della roccaforte borbonica in un carnevale allegorico, dialogando con il revisionismo storiografico di Alianello e chiamando lo spettatore a una responsabilità di memoria.
A dispetto di un titolo che sembrerebbero evocare le trame di un romanzo storico o le scene drammaturgiche di un teatro di ricerca, “La morte di Pulcinella all’assedio di Gaeta” si impone all’occhio dell’osservatore per la sua fisicità materiale: è un dipinto a olio su tela di imponenti dimensioni, circa 3 metri per 2,20, realizzato dal maestro Domenico Purificato nel 1975. L’opera, tuttavia, non è solo un esercizio di stile o una ricostruzione filologica; è un atto d’accusa, una farsa teatrale in cui la storia si fa spettacolo grottesco.
Nato a Fondi nel 1915, Domenico Purificato è stato uno dei poliedrici e più autorevoli protagonisti del Novecento artistico italiano. La sua figura non va isolata nel perimetro della bottega, ma inserita nel contesto più ampio di una generazione straordinaria di intellettuali che, condividendo le origini geografiche, intrecciava un profondo legame umano e culturale con la terra d’origine. Purificato fu voce critica e amica fraterna di giganti della cultura come il regista Giuseppe De Santis, lo scrittore Libero De Libero e il giornalista Pietro Ingrao. Un’altra di voce di un coro che, pur con diverse sensibilità, era unito da un filo conduttore di impegno civile e di riflessione sulla condizione umana.

È proprio questa sensibilità storica e sociale che spinge Purificato a cimentarsi con la tela dedicata all’assedio di Gaeta. L’opera, vibrante di un cromatismo acceso e deliberatamente quasi provocatorio, narra in chiave grottesca la drammatica caduta della roccaforte borbonica nel 1861, una delle pagine più cruente e controverse del Risorgimento italiano.
L’artista sembra recepire e trasfigurare in pittura la lezione di Carlo Alianello (1901 – 1981), il caposcuola del revisionismo storiografico meridionale. Nel saggio “La caduta del Sud”, Alianello descriveva l’unificazione non come l’epopea liberatoria della retorica ufficiale, ma come una tragica invasione perpetrata da una potenza straniera. Fedele a questa visione, Purificato orchestra un “carnevale allegorico” in cui i protagonisti della resa di Gaeta non sono ritratti nelle loro uniformi militari, ma appaiono mascherati.
Al centro della scena, ove la composizione si fa più densa e drammatica, emerge la figura di una donna dal seno scoperto. Essa non è un semplice personaggio, ma il simbolo della città morente, della Madrepatria violata e indifesa, che crolla tra le braccia di due figure. A dominare la scena è tuttavia Pulcinella: la maschera napoletana per eccellenza, qui trasformata nel simbolo di Francesco II di Borbone. È il re mascherato, spogliato del suo regno e della sua gloria, che partecipa in prima persona al lutto collettivo.

Purificato attinge con maestria alla tradizione della commedia dell’arte, ma la stravolge in un’operazione di alta provocazione visiva. I colori sono squillanti, festosi, quasi gioiosi, e creano un contrasto stridente, un cortocircuito semantico con la tragicità dell’evento rappresentato. Si realizza così un mescolarsi inquietante di dolore e gioia, di realtà e finzione, come se su un immenso palcoscenico teatrale si stesse recitando il destino ineluttabile di un popolo. Le figure si accavallano, si sovrappongono in un turbinio di corpi e maschere, dando l’impressione che ognuno di essi stia cercando disperatamente di partecipare, o forse di fuggire, dalla tragedia che si sta consumando sotto gli occhi di chi osserva.
L’analisi iconografica rivela un dispositivo scenico di grande sofisticazione. Guardando il dipinto, si resta catturati non solo dall’immensità della tela, ma dalla molteplicità di sguardi che, come raggi concentrici, si rivolgono verso l’esterno, verso chi guarda. Questo sguardo collettivo non è un semplice espediente formale o compositivo; esso trasforma l’osservatore in un nodo vivo del racconto, chiamandolo in causa e costringendolo a partecipare emotivamente alla scena. La visione proposta da Purificato si pone quindi su un doppio registro: cronaca documentaria di un avvenimento che si consuma nel sangue, e potente metafora di una caduta che riguarda dimensioni storiche e umane più ampie.
L’intento dell’artista, in quest’opera, trascende la volontà di suscitare shock fine a se stesso. Egli ricerca piuttosto una narrazione condivisa, una forma di memoria attiva e partecipata. Purificato vuole che lo spettatore non si limiti a contemplare esteticamente l’opera, ma diventi testimone; e in quanto testimone, si faccia carico del peso e della responsabilità della storia rappresentata: la dissoluzione dell’ultima roccaforte borbonica. In questa scelta stilistica si avverte chiaramente un’etica dello sguardo: il quadro non nasconde né abbellisce la caduta; la espone nella sua crudezza, la coinvolge, la consegna allo sguardo collettivo come un episodio che reclama il diritto di non essere dimenticato.
Per comprendere appieno la cifra umana e artistica di Purificato, autore che ha saputo dare voce profonda alla sua terra, è utile accostare a questo colosso storico un’opera di ben diverso taglio e intimità. Risale al 1938, infatti, l’olio su tela intitolato “I due amici”. In quest’opera, lontana dai clamori di battaglia, Purificato ritrae se stesso accanto all’amico Pietro Ingrao. È un gesto di affettuosa e duratura amicizia, un documento umano prezioso che ci riporta alla concretezza dei legami personali che hanno caratterizzato la vita e l’ispirazione di questo grande pittore, ponte tra l’impegno civile e la poesia del colore.
Renato Marchese

Renato si presenta come autentico custode e appassionato interprete di tutto quanto racconta la storia e l’anima di Formia. Nato in questa città, ha visto il proprio destino plasmato da una profonda devozione per l’arte in tutte le sue forme, unita a un amore incondizionato per la storia e l’iconografia locale. La sua carriera di scrittore prende avvio nel 1987; da allora, ha dato alle stampe una dozzina di volumi, giungendo nel 2024 alla sua ultima fatica editoriale: “Re Migio – Storie e Miracoli di un Impresario Teatrale”. La sua attività divulgativa lo ha visto impegnato stabilmente nel mondo del giornalismo culturale: per oltre un decennio ha firmato articoli di carattere storico per la rivista “E venne tra i suoi”, curando inoltre la realizzazione della “Storia di Formia Illustrata” (Sellino, 2003). Attualmente, la sua penna è presente sulle pagine della *“Nuova Gazzetta di Gaeta”, edita da Ali Ribelli e del giornale “Golfo e dintorni”. Ma l’espressione di Marchese non si limita alla parola scritta. Allievo del Maestro Giuseppe Supino, ha appreso l’arte dell’acquerello sviluppando una ricerca pittorica originale, che manifesta un linguaggio creativo del tutto personale. Come illustratore, ha realizzato diverse copertine per vari editori, mentre le sue opere figurano in collezioni private in Italia, Brasile e Regno Unito. Il suo percorso artistico è costellato di prestigiosi riconoscimenti. Già nel 2014 si aggiudica il primo premio al concorso “Scrivere la città” del Laboratorio di scrittura creativa, “NaviGate Premio di letteratura interattiva” con l’opera “Il Grand Tour nel Golfo di Gaeta”. Successivamente, nel 2022, conquista la vetta del concorso “Dragut” con il dipinto in acquerello “Donna di Formia in posa da Grand Tour”. Un legame particolare lo lega al concorso “Aletrium, Un borgo a portata di Cuore”, che lo vede trionfare per due edizioni consecutive: nel 2024 con gli acquerelli: “Raccolta della frutta nel borgo di Mola” e nel 2025 con; “Bagno di tenuta delle botti nel borgo di Mola, prima della vendemmia”. Infine, sempre nel 2025, ottiene il primo posto al concorso “XMAS VIBES” con l’opera “Sognando un Natale felice”. I suoi lavori sono visibili anche sulla sua pagina Instagram.

