Letícia Wouk Almino

La città che si perde dentro di noi

Di Vilma Bieniek

Il 15 settembre New York accoglie The City Will Always Pursue You, la prima mostra personale di pittura di Letícia Wouk Almino, curata da Carla Abraão presso TenBerke. Visitabile fino al 10 dicembre 2026, la mostra riunisce opere su carta e sculture in ceramica che approfondiscono una ricerca costruita nell’arco di oltre un decennio: il rapporto tra memoria, rito, architettura ed esperienza vissuta della città.

16_2021_Leticia Wouk Almino & Beom Jun Kim_Polis (No. 16)

Il titolo della mostra, ispirato alla poesia “The City” di Constantine Cavafy, propone un’idea che attraversa tutta l’opera dell’artista: non si lascia mai una città completamente alle spalle. Essa rimane come uno strato interiore, fatto di immagini, colori, percorsi, perdite e associazioni che continuano a riorganizzarsi dentro di noi.

Architetta, artista, scrittrice e docente brasiliana residente a Brooklyn, Letícia Wouk Almino trasforma le città vissute in cartografie affettive. I suoi dipinti non cercano di rappresentare fedelmente Brasília, Lisbona, Londra o New York. Partono da frammenti di questi luoghi — una strada, una facciata, un piano di calpestio, un colore, un ricordo — per costruire città impossibili e, al tempo stesso, stranamente familiari.

È a partire dalle sue risposte ad ANITART che questo articolo si avvicina alla sua ricerca: non soltanto all’architettura visibile, ma anche ai vuoti, ai confini imprecisi, alle strade che non esistono più e all’esperienza decisiva di perdersi per scoprire una relazione più profonda con un luogo.

Nel suo lavoro, l’architettura non è soltanto costruzione: è suolo, colore, percorso, assenza e memoria di aver attraversato il mondo per la prima volta.

Nata a Curitiba nel 1986, Letícia vive e lavora a Brooklyn, New York. Laureata in Architettura presso l’Università di Yale e in Arti al Barnard College, ha costruito un percorso che intreccia pratica artistica, progettazione, insegnamento e scrittura. Ha insegnato disegno e progettazione architettonica al Pratt Institute e al Barnard College; ha pubblicato su testate quali The Architect’s Newspaper, PLAT Journal, New York Review of Architecture e Hyperallergic; e ha presentato il proprio lavoro in spazi come Kentler International Drawing Space, 411 Gallery, Pratt School of Architecture Gallery e Center for Architecture. Art Dialogues

Questa formazione architettonica è presente nella sua opera, ma non come metodo rigido di rappresentazione. Griglie, piante, linee parallele, elevazioni e modelli urbani emergono come una sorta di vocabolario iniziale, che la pittura modifica e sposta. L’artista stessa afferma di provenire “dalla tradizione dell’architetto, che progetta con matita e righello”, ma di concedersi la possibilità di evolvere e cambiare durante il lavoro.

La mostra di New York rende visibile questa tensione. Organizzata in quattro gruppi di sedici dipinti dedicati a Lisbona, Londra, Brasília e New York, la mostra può essere letta come una cartografia in espansione. Ogni gruppo possiede una propria autonomia, ma appartiene anche a una sorta di mappa più ampia. Le opere custodiscono riferimenti concreti: le passeggiate dell’infanzia lungo Rua das Amoreiras, a Lisbona; la scoperta dei parchi londinesi nell’adolescenza; l’orizzontalità di Brasília; e i primi anni di formazione e indipendenza a New York.

Ma, nell’opera di Letícia, la città non giunge mai intera sulla tela. Le composizioni ricordano frammenti di piante, mappe o facciate, ma rifiutano di trasformarsi in mappe pienamente leggibili. Lo spettatore è invitato ad attraversarle lentamente, come chi cammina in una città sconosciuta cercando un orientamento, senza raggiungere una certezza definitiva.

Il suolo come architettura

Una delle questioni centrali dell’intervista ad ANITART riguarda proprio ciò che accade quando l’architettura sembra scomparire: un terreno vuoto, un margine, un paesaggio aperto, uno spazio privo di un disegno urbano evidente.

La risposta di Letícia sposta la domanda. Per lei, l’architettura non si trova soltanto negli edifici. È nel modo in cui gli spazi vengono delimitati, nei vuoti scolpiti all’interno della massa costruita, nei bordi che danno carattere a una piazza o a uno slargo. Cita Piazza Navona come esempio di un luogo definito dalla forza dei suoi confini.

A Brasília, tuttavia, il suo sguardo incontra un’altra condizione: grandi estensioni aperte in tutte le direzioni, delimitate soprattutto dal piano del suolo, da lievi cambiamenti di quota e dai percorsi informali tracciati sull’erba. I sentieri di terra rossa, aperti dal passaggio umano, diventano per lei tracce di un’occupazione non interamente prevista dal progetto.

In questa percezione risiede una chiave importante della sua pittura. Letícia parla di una “porosità” dei confini e osserva che gli spazi senza limiti chiari possono apparire meno invitanti per il corpo. Per questo, si interessa sempre più al suolo come elemento determinante: cambiamenti di materiale, percorsi, transizioni e zone di permanenza.

Nell’acquerello trova la materia adatta a tradurre questa idea in linguaggio visivo. Le trasparenze consentono di lavorare il piano del suolo “come se fosse una pianta”, attraverso strati di sedimentazione e tempo accumulato. Il pastello a olio, introdotto più di recente nella sua pratica, rafforza questo pensiero: gli strati precedenti non scompaiono, ma lasciano residui e tracce attraverso le superfici successive.

La città, dunque, non è un’immagine fissa. È un suolo che conserva segni.

Quando il piano incontra la vita

A City Built For Later (Brasilia)

Brasília riappare nel suo discorso come una città iperprogettata, concepita da Lúcio Costa e Oscar Niemeyer secondo una logica apparentemente totale. Eppure è proprio ciò che sfugge a questa logica ad attrarre l’artista: gli adattamenti imprevisti delle superquadras, le occupazioni spontanee, i nuovi usi e le storie create dagli abitanti.

“Una città non dovrebbe essere qualcosa di statico”, afferma. Per Letícia, il patrimonio può rischiare di congelare artificialmente un luogo e di impedire la trasformazione che ne sostiene la vitalità. Un parcheggio può diventare una piazza; un capannone industriale può trasformarsi in un museo. Sono queste reinterpretazioni a produrre contesti urbani più ricchi.

La sua pittura opera in modo simile. Esiste una progettazione iniziale: schizzi, fotografie, memorie e strutture che funzionano come punti di riferimento di una città personale. Ma esiste anche il caso. Le scale cambiano, i colori si spostano, gli oggetti smettono di obbedire alle proporzioni reali. Dopotutto, come osserva l’artista, la memoria non conserva scale fedeli.

Nei dipinti di formato più grande, ogni quadrato si relaziona agli altri come le tavole di un atlante. Nei pastelli, invece, abbandona lo schizzo preliminare e sceglie frammenti di lavori precedenti per accostarli, quasi come se osservasse la città attraverso una lente più intima. Il risultato non è un paesaggio descrittivo, ma una composizione in cui rigore e improvvisazione si confrontano.

Questa posizione si avvicina anche alla sua riflessione critica sull’architettura. In una conversazione pubblicata da Architecture Writing Workshop, Letícia mette in discussione l’idea di un canone unico e sostiene che l’architettura non possa essere valutata soltanto attraverso la forma. È necessario considerare gli usi, le persone, le circostanze e i modi di abitare che producono significato. Architecture Writing Workshop

Too Fast to Hold (New York)

La sua pittura sembra portare questa questione nel campo visivo. Non celebra la città come un insieme di opere autonome. Si domanda che cosa accada quando gli edifici vengono attraversati dalla memoria, dall’uso, dall’improvvisazione, dal tempo e dal caso.

Rovina, assenza e sovrapposizione

Per Letícia, una rovina non rappresenta semplicemente la fine di un’architettura. Ciò che la interessa è la trasformazione: una facciata che resta mentre l’interno si riorganizza, una struttura costruita sopra tracce antiche, un edificio che acquisisce un’altra funzione.

Cita il Museo Nazionale d’Arte Romana di Rafael Moneo, a Mérida, come riferimento per pensare a queste storie stratificate, nelle quali le rovine romane esistono all’interno di una costruzione contemporanea. L’immagine è molto vicina al suo procedimento pittorico: le forme persistono mentre il tessuto attorno a esse si modifica.

Eppure, i suoi dipinti non intendono essere archeologie. Sono “istantanee” di una relazione personale con ogni città. La serie dedicata a New York, per esempio, nasce dagli anni universitari trascorsi a Morningside Heights, quando scopriva la città in modo indipendente. Ma l’artista immagina già un’altra serie, rivolta al periodo successivo al master, quando viveva a Brooklyn e lavorava nel centro di Manhattan.

È un progetto senza punto finale. Letícia continua a fotografare, ad accumulare immagini e a tradurre le esperienze nei suoi taccuini. Persino la griglia ordinata di Manhattan, osservata dall’alto o in prospettiva obliqua, può perdere il proprio ordine e trasformarsi in una concentrazione vertiginosa di edifici sopra edifici.

L’assenza possiede, in questo universo, una forza equivalente alla presenza. Una strada demolita, una casa scomparsa o una città trasformata continuano a esistere nella persona che le ha conosciute. Letícia paragona il cambiamento di una città alla morte di qualcuno: la forma fisica muta o svanisce, ma il ricordo di quel luogo resta vivo.

Quando è tornata nelle città della propria infanzia, dopo molti anni, ha incontrato una distanza sconcertante tra il ricordo e il reale. La città che custodiva nella mente sembrava un plastico, un modello in miniatura; le scale, i colori e le adiacenze erano ormai diversi. Ma questa immagine interiore non perde valore solo perché non corrisponde esattamente alla città fisica. Continua a esistere con la medesima potenza affettiva.

Il colore come memoria

È per questo che il colore occupa un posto decisivo nella sua opera. Per Letícia, esso è più emotivo e immediato che analitico. La palette di una città non nasce da un unico elemento. Londra, per esempio, è più dei mattoni rossi e dei tetti d’ardesia: comprende motivi tessili, colori dei dipinti visti nei musei e persino l’uniforme scolastica. Tutto si mescola.

New York, allo stesso modo, non è soltanto asfalto grigio. È il verde-azzurro dei tetti di rame della Columbia, i fiori del giardino botanico, gli anni della scoperta e la sensazione che il mondo iniziasse ad aprirsi.

Nella pittura, questo accumulo di riferimenti non è ordinato come un archivio. Si trasforma. A volte, come osserva l’artista stessa, non è più possibile identificare la fonte esatta di un colore o di un’immagine. È in questa instabilità che la sua opera acquista forza: la memoria non riproduce, ricrea.

La mostra rivela inoltre come la ceramica partecipi a questo processo. La serie Polis, sviluppata con WAK Studio durante la residenza Further On AIR ad Amagansett, trasforma ricerche bidimensionali in piccoli oggetti-città che si combinano e ricombinano. La pittura alimenta la ceramica; la ceramica restituisce alla pittura nuove domande sulla forma, sulla struttura e sulla scala.

Perdersi per ritrovarsi

Se fosse possibile eliminare completamente dalla sua opera gli edifici, le geometrie e i riferimenti urbani, che cosa resterebbe?

Per Letícia resterebbe “una ricerca dell’io, di un senso”. Le città sono fondamentali perché è in esse che impariamo a costruire una narrazione su chi siamo al di fuori delle quattro pareti della nostra stanza. Questa esperienza assume una particolare intensità negli anni della formazione, quando iniziamo a muoverci da soli e a costruire una mappa mentale personale.

Ricorda i percorsi a piedi verso la lezione di danza a dieci anni, la metropolitana e gli autobus di Londra, le camminate per incontrare le amiche e, più tardi, l’università a New York. Le città offrono un prezioso anonimato: la possibilità di muoversi essendo semplicemente se stessi, in un’esperienza al tempo stesso collettiva e profondamente intima.

Prima dei telefoni e delle mappe digitali, Letícia disegnava gli itinerari sul dorso della mano o su pezzi di carta. Quando si perdeva oltre il percorso improvvisato, c’era qualcosa di importante in quello smarrimento. Oggi, crede che sia necessario scegliere deliberatamente una strada meno efficiente: la via ombreggiata, il percorso panoramico, la deviazione più bella.

È in questa “coreografia di deviazioni e ritorni, di scorciatoie e giri inutili” che si costruisce il rapporto più autentico con un luogo.

L’opera di Letícia Wouk Almino non ricostruisce le città affinché possiamo riconoscerle immediatamente. Le smonta e le ricombina fino a quando rivelano qualcosa di nuovo sullo spazio e su chi lo ha abitato. Tra la disciplina del disegno architettonico e la libertà della macchia, tra l’edificio e il vuoto, tra la mappa e il ricordo, la sua pittura propone un’idea più profonda dell’abitare: creare un luogo dentro di sé e accettare che quel luogo non sarà mai definitivamente compiuto.

Letícia Wouk Almino porta avanti dal 2011 una pratica continua di acquerelli e disegni, avviata durante la sua formazione a Yale e in seguito ampliata a dipinti di scala e astrazione maggiori. A Drawing A Day