Memorie di un Pittore Immigrato

Ludovico Bieniek, arte, riforestazione e silenziosa resistenza


Di Vilma Bieniek

Ci sono esistenze che non entrano immediatamente nei libri di storia. Restano custodite nelle case, nei racconti familiari, nei documenti conservati per decenni e nei quadri che continuano a osservare il mondo dalle pareti.

La vita di Ludovico Bieniek, nato Ludwik Robert Bieniek, mio nonno, appartiene a questa storia discreta. Fu pittore, musicista, traduttore, tipografo, agrimensore e uomo della terra. Attraversò l’Europa e l’Atlantico, visse tra lingue differenti e costruì in Brasile una vita fondata sull’arte, sul lavoro e su una straordinaria capacità di attendere.

All’età di novant’anni concesse una rara intervista al professor Romão Wachowicz, pubblicata nel libro Suor em São Mateus, nel 1972. In quelle pagine raccontò, con lucidità e un’emozione sempre contenuta, alcuni momenti decisivi della propria esistenza.

Quella testimonianza non costituisce soltanto una fonte biografica. È una porta aperta sulla condizione dell’immigrato, sulla difficoltà di mettere radici lontano dal paese d’origine e sulla possibilità di trasformare lo sradicamento in creazione.

Un documento restituisce il luogo esatto della nascita

Per molto tempo, le informazioni sulla nascita di Ludwik furono trasmesse attraverso la memoria familiare e le testimonianze raccolte in Brasile. Una ricerca effettuata presso l’Archivio Diocesano di Tarnów, in Polonia, ha permesso di stabilire con maggiore precisione le sue origini.

Il documento ufficiale, registrato con il numero L.dz. 222/2025 e datato 27 agosto 2025, attesta che:

Ludwik Robert Bieniek nacque il 22 agosto 1883, nella casa numero 12 di Jodłowa, e fu battezzato il giorno successivo, 23 agosto 1883.

Il registro identifica inoltre i suoi genitori:

  • Wojciech Bieniek, figlio di Andrzej Bieniek e Małgorzata Szörtak;
  • Maria Berger, figlia di Jan Berger e Józefa Hahn.

Questa attestazione archivistica non rappresenta soltanto la conferma di una data. Restituisce a Ludwik un punto preciso sulla carta geografica e un luogo concreto nel quale ebbe inizio la sua storia.

Il nome di Jodłowa, località dell’attuale Voivodato della Precarpazia, si aggiunge così alla geografia della famiglia: una geografia fatta di territori polacchi, spostamenti interni, partenze europee e nuove radici piantate dall’altra parte dell’oceano.

Didascalia del documento

Risultato della ricerca condotta dall’Archivio Diocesano di Tarnów. Il documento certifica che Ludwik Robert Bieniek nacque il 22 agosto 1883 nella casa numero 12 di Jodłowa e fu battezzato il 23 agosto. I genitori erano Wojciech Bieniek, figlio di Andrzej e Małgorzata Szörtak, e Maria Berger, figlia di Jan Berger e Józefa Hahn. Documento rilasciato il 27 agosto 2025, protocollo L.dz. 222/2025.

Un’infanzia segnata dalla perdita

Ludwik perse il padre quando aveva soltanto cinque anni.

Secondo la testimonianza familiare, Wojciech Bieniek prestava servizio nell’esercito dell’Impero austro-ungarico. Durante un’azione militare lungo il fiume Vistola, nella regione di Cracovia, rimase esposto al gelo e contrasse una grave polmonite. Il suo corpo, profondamente provato dal freddo, non riuscì a resistere all’infezione.

La perdita del padre segnò l’infanzia di Ludwik e modificò il corso della sua educazione.

Un ruolo decisivo fu assunto dalla famiglia materna Berger e, in particolare, dallo zio Roman Berger, il più giovane dei fratelli di sua madre. Uomo colto e riservato, Roman contribuì alla crescita del nipote e lo introdusse al disegno, al carbone e ai primi colori.

Secondo la memoria tramandata dalla famiglia, Roman era stato allievo del grande pittore polacco Jan Matejko, maestro della pittura storica e della rappresentazione della memoria nazionale polacca.

Che questa formazione sia avvenuta direttamente nello studio di Matejko o in ambienti artistici legati alla sua scuola, ciò che emerge con chiarezza è l’importanza attribuita all’arte nella famiglia Berger. Roman non trasmise a Ludwik soltanto alcune conoscenze tecniche. Gli insegnò a osservare il mondo e a conservare ciò che il tempo rischiava di cancellare.

La famiglia Berger: una genealogia attraversata dall’arte

Una fotografia familiare realizzata probabilmente tra il 1875 e il 1880 conserva il volto della generazione dalla quale proveniva Maria Berger, madre di Ludwik.

Al centro dell’immagine sono seduti Józefa Hahn, insegnante, e suo marito Johan, o Jan, Berger, amministratore forestale. Intorno a loro compaiono i figli Edward, Antoni, Karolina Maria, Marianna Josefa, Josef, Roman e Robert.

La fotografia assume oggi un valore che va oltre la documentazione familiare. In essa si trovano riuniti gli antenati e i parenti dai quali avrebbero avuto origine tre differenti traiettorie artistiche del Novecento.

Marianna Josefa Berger, indicata nel documento archivistico anche come Maria Berger, divenne la madre di Ludwik Robert Bieniek.

Josef Berger sarebbe diventato il nonno dell’artista e regista teatrale polacco Tadeusz Kantor.

Robert Berger, padrino di Ludwik, sarebbe diventato il nonno del compositore Krzysztof Penderecki.

Roman Berger, il più giovane dei fratelli, partecipò invece direttamente alla crescita e all’educazione artistica di Ludwik.

La fotografia non ritrae ancora artisti celebri. Mostra la generazione precedente: quella che custodì e trasmise un ambiente culturale dal quale, in tempi e luoghi differenti, sarebbero emerse la pittura di Ludovico Bieniek, la rivoluzione teatrale di Tadeusz Kantor e la musica di Krzysztof Penderecki.

Identificazione delle persone nella fotografia

  1. Józefa Hahn — insegnante, moglie di Johan Berger e trisavola di Vilma Bieniek.
  2. Johan, o Jan, Berger — amministratore forestale, marito di Józefa Hahn e trisavolo di Vilma Bieniek.
  3. Edward Berger — figlio di Józefa Hahn e Jan Berger.
  4. Antoni Berger — figlio di Józefa Hahn e Jan Berger.
  5. Karolina Maria Berger — figlia di Józefa Hahn e Jan Berger.
  6. Marianna Josefa Berger — figlia di Józefa Hahn e Jan Berger, madre di Ludwik Robert Bieniek e bisnonna di Vilma Bieniek.
  7. Josef Berger — figlio di Józefa Hahn e Jan Berger e nonno di Tadeusz Kantor.
  8. Roman Berger — figlio minore della coppia; contribuì alla crescita e all’educazione di Ludwik Robert Bieniek.
  9. Robert Berger — figlio di Józefa Hahn e Jan Berger, padrino di Ludwik Robert Bieniek e nonno di Krzysztof Penderecki.

Didascalia della fotografia

La famiglia Berger, intorno al 1875–1880. Al centro, seduti, l’insegnante Józefa Hahn e il marito Johan, o Jan, Berger, amministratore forestale e trisavoli di Vilma Bieniek. Attorno alla coppia sono ritratti i figli Edward, Antoni, Karolina Maria, Marianna Josefa, Josef, Roman e Robert Berger. Marianna Josefa divenne la madre di Ludwik Robert Bieniek e bisnonna di Vilma Bieniek; Josef fu il nonno di Tadeusz Kantor; Robert fu padrino di Ludwik e nonno di Krzysztof Penderecki; Roman ebbe un ruolo importante nella crescita e nell’educazione del nipote Ludwik.

Berlino, tra numeri e pennelli

Da giovane, Ludwik si trasferì a Berlino, dove studiò contabilità per assicurarsi una professione concreta.

La scelta di una formazione pratica non cancellò la sua vocazione artistica. Durante il giorno lavorava per mantenersi; la sera studiava pittura e frequentava atelier liberi. Talvolta vendeva i propri quadri, altre volte li scambiava con alimenti e beni di prima necessità.

La Berlino nella quale visse era una città culturalmente intensa, ma attraversata da profonde tensioni politiche e sociali. Ludwik ebbe la percezione che l’Europa stesse avanzando verso un periodo di instabilità.

Nel 1908, all’età di ventisei anni, decise di partire per il Brasile.

La sua non fu la fuga da una guerra già iniziata e non sembra essere stata determinata esclusivamente dalla povertà. Non apparteneva a un gruppo organizzato di coloni. La sua fu una decisione personale, consapevole e insolita: il gesto di un uomo che intuiva i pericoli del proprio tempo e cercava altrove la possibilità di costruire una vita.

Curitiba e l’incontro con Alfredo Andersen

Arrivato in Brasile, Ludwik si stabilì a Curitiba, città nella quale esisteva una numerosa comunità di immigrati provenienti dall’Europa centrale e orientale.

Entrò nella scuola di pittura di Alfredo Andersen, artista di origine norvegese considerato uno dei grandi maestri della pittura paranaense. Le lezioni si svolgevano tre volte alla settimana.

Nell’intervista concessa a Romão Wachowicz, Ludwik ricordò alcuni compagni di studio: Lange, Schröder, Ansueto, Kop e Amélia de Barros.

Per sostenersi economicamente lavorò presso un giornale polacco di Curitiba, traducendo testi dal tedesco per la pubblicazione A Bússola. Fu anche tipografo e correttore di bozze, attività che spesso lo costringeva a lavorare durante la notte.

Il Brasile dei primi decenni del Novecento offriva poche possibilità a chi desiderava vivere esclusivamente della propria produzione artistica. Ludwik, tuttavia, non rinunciò mai all’arte.

Suonava il violino nell’ensemble Czarniecki, legato alla Società Kościuszko, e cantava come basso solista nella Cattedrale di Curitiba.

Pittura, musica e traduzione divennero i tre pilastri della sua esistenza. La sua produzione non nacque nell’isolamento di uno studio protetto, ma tra il rumore delle macchine tipografiche, il lavoro quotidiano, le prove musicali e la necessità di sopravvivere.

La Strada della Graciosa: misurare la terra con gli occhi del pittore

Poiché vivere soltanto di pittura era estremamente difficile, Ludwik accettò un incarico governativo come agrimensore durante i lavori lungo la Strada della Graciosa, lo storico percorso che collega l’altopiano di Curitiba alla costa del Paraná.

Lavorò sotto la direzione dell’ingegnere Albino Watroba, effettuando misurazioni e rilievi in mezzo alla foresta.

Il lavoro era faticoso e i pagamenti pubblici arrivavano spesso in ritardo. Ludwik, tuttavia, continuava a osservare il paesaggio con lo sguardo dell’artista. Per lui, misurare il territorio significava anche conoscerne le forme, i corsi d’acqua, la vegetazione e le trasformazioni.

Fu durante questo periodo che conobbe Anastácia Slominski, con la quale si sposò.

Insieme aprirono un piccolo negozio a Porto de Cima, località circondata dalla foresta atlantica e attraversata dalle acque del fiume Nhundiaquara.

Ricordando quel luogo, Ludwik disse:

«Lì avevo temi sufficienti per dipingere…»

La frase, apparentemente semplice, rivela il suo modo di abitare il mondo. Per Ludwik, il paesaggio non era uno sfondo. Era una presenza viva, una fonte di memoria e una possibilità inesauribile di creazione.

L’arte dell’attesa: piantare una foresta

Negli anni successivi, Ludwik acquistò terreni a Santa Cândida, poi a Campina Grande e infine ad Avencal, nel territorio di Antônio Olinto.

Ad Avencal comprò circa venti alqueires di terra considerata sterile. Dove altri avrebbero visto soltanto un terreno improduttivo, egli immaginò una foresta.

Con le proprie mani piantò circa duemila pini.

La sua decisione era pratica e visionaria al tempo stesso. Se la pittura non fosse più riuscita ad assicurargli il sostentamento, gli alberi, una volta cresciuti, avrebbero potuto garantirgli una vecchiaia dignitosa.

Ludwik attese quasi quarant’anni.

Nel 1971, vendette la proprietà e il rimboschimento all’impresa TOPEL per ottantamila cruzeiros. Con parte del denaro acquistò una piccola casa a São Mateus e investì la somma restante per vivere con maggiore sicurezza gli ultimi anni.

In seguito venne a sapere che il terreno era stato rivenduto per centoventimila cruzeiros. Non reagì con risentimento. Aveva ottenuto ciò di cui aveva bisogno e sembrava più interessato al valore del lavoro compiuto che al possibile guadagno perduto.

Ludovico Bieniek potrebbe essere stato uno dei primi artisti attivi in Brasile ad aver realizzato autonomamente un’opera di rimboschimento di tali dimensioni, senza incentivi statali e molto prima che l’ecologia diventasse un tema centrale del dibattito pubblico.

Il suo gesto nacque certamente da una necessità economica, ma rivelava anche un’etica personale: restituire fertilità a una terra giudicata inutile, preparare il futuro e affidare la propria sicurezza al tempo lento degli alberi.

Dipingere era vivere

A novant’anni, Ludwik dipingeva ancora ogni giorno.

Quando Romão Wachowicz andò a incontrarlo per l’intervista, lo trovò davanti a una tela, assorto, con il pennello in mano.

Ludwik gli disse:

«Sono stato due giorni indisposto, a perdere tempo. Mi mancava il pennello, perché quando dipingo sento la gioia di vivere.»

In questa frase è contenuto il significato più profondo della sua esistenza.

Per lui dipingere non era un passatempo e neppure soltanto una professione. Era la forma attraverso la quale confermava ogni giorno la propria presenza nel mondo.

Gli sono attribuiti più di cinquecento ritratti a olio e almeno sessantadue paesaggi brasiliani. Nelle sue tele comparivano foreste vergini, carri trainati da buoi, raccolti di erba mate, case rurali, strade sterrate e territori ancora non trasformati dalla modernizzazione.

Ludwik dipingeva ciò che il Brasile stava per dimenticare.

Non cercava soltanto la bellezza del paesaggio. Registrava i cambiamenti sociali e ambientali che molti suoi contemporanei non erano ancora in grado di percepire. I suoi quadri divennero così documenti sensibili di un mondo destinato a scomparire.

I pini come autoritratto

Nei dipinti di Ludwik, i pini non erano semplici elementi naturali. Erano alberi-simbolo.

Rappresentavano la resistenza, il radicamento, la solitudine, la continuità e la capacità di sopravvivere in un territorio nuovo. Erano, in un certo senso, il suo autoritratto.

Come gli alberi che aveva piantato ad Avencal, anche Ludwik era stato trapiantato da un continente all’altro. Aveva dovuto adattarsi a un clima differente, imparare nuove lingue e ricostruire la propria esistenza lontano dalla terra nella quale era nato.

Osservava inoltre con preoccupazione la distruzione delle foreste originarie e la loro sostituzione con coltivazioni uniformi. La sua pittura conteneva quindi una forma discreta di denuncia ambientale.

Non era una denuncia urlata. Era affidata alla composizione, alla bellezza, alla memoria e alla persistenza delle immagini.

La poesia delle sue tele non diminuiva la forza della critica. La rendeva più profonda.

La domanda rimasta aperta

Negli ultimi anni della sua vita, la maggiore preoccupazione di Ludwik non riguardava il denaro o il riconoscimento pubblico.

Domandava:

«Che cosa accadrà ai miei quadri dopo la mia morte?»

Questa domanda continua a risuonare.

Riguarda Ludovico Bieniek, ma anche molti artisti immigrati, artigiani e creatori rimasti ai margini delle narrazioni ufficiali. Persone che contribuirono alla formazione culturale del Brasile senza entrare pienamente nei musei, nei manuali di storia dell’arte o nelle collezioni istituzionali.

Le loro opere sopravvivono spesso nelle case delle famiglie, in fotografie ingiallite, in archivi privati, in documenti dispersi o nei ricordi trasmessi oralmente.

Recuperare la voce di Ludwik significa anche riaffermare l’impegno di Anitart nella valorizzazione della memoria culturale e di un’arte intesa non soltanto come produzione estetica, ma come lavoro, responsabilità, testimonianza e trascendenza.

Una scoperta recente: Ludovico Bieniek, Tadeusz Kantor e Krzysztof Penderecki

Nel giugno del 2025, una ricerca dedicata alla famiglia Berger ha permesso di comprendere più chiaramente l’ambiente culturale dal quale Ludovico Bieniek proveniva.

La scoperta emerse durante lo studio di un articolo accademico dedicato allo spettacolo Wielopole, Wielopole, capolavoro di Tadeusz Kantor, scritto dalla professoressa e ricercatrice Karolina Czerska, docente presso l’Università Jagellonica di Cracovia e profonda conoscitrice dell’opera kantoriana.

La ricostruzione genealogica mostrò che Ludwik Robert Bieniek era legato, attraverso la famiglia materna Berger, a due figure fondamentali dell’arte europea del Novecento: Tadeusz Kantor e il compositore Krzysztof Penderecki.

Non si tratta di una parentela vaga, ma di una linea familiare precisa.

La madre di Ludwik, Maria o Marianna Josefa Berger, era sorella di Josef, Roman e Robert Berger.

Josef Berger fu il nonno di Tadeusz Kantor.

Robert Berger, padrino di Ludwik, fu il nonno di Krzysztof Penderecki.

Roman Berger contribuì direttamente alla crescita e alla formazione artistica di Ludwik.

Da una stessa generazione familiare nacquero così tre percorsi differenti:

  • Ludovico Bieniek portò la pittura europea nel paesaggio brasiliano;
  • Tadeusz Kantor trasformò la memoria familiare in una delle più radicali esperienze del teatro contemporaneo;
  • Krzysztof Penderecki rinnovò profondamente il linguaggio musicale del Novecento.

Kantor fece della memoria una scena abitata dai morti, dagli oggetti e dalle presenze dell’infanzia. Penderecki trasformò il suono in tensione, materia e interrogazione spirituale. Ludwik dipinse foreste, strade, lavoratori e paesaggi minacciati dalla scomparsa.

I tre non svilupparono un linguaggio comune e non ebbero la medesima notorietà. Tuttavia, nelle loro opere sembra emergere una stessa necessità: impedire che ciò che è destinato a scomparire venga cancellato senza lasciare traccia.

Un’eredità che non appartiene soltanto alla famiglia

La scoperta della parentela con Kantor e Penderecki non rende Ludovico Bieniek importante perché accostato a nomi celebri.

La sua importanza esiste indipendentemente da loro.

Il valore della connessione consiste piuttosto nel rivelare l’esistenza di un terreno culturale condiviso: una famiglia nella quale educazione, musica, pittura, memoria e osservazione del mondo continuarono a manifestarsi attraverso generazioni differenti.

La genealogia non determina il talento e non sostituisce il lavoro individuale. Può però mostrare la persistenza di sensibilità, linguaggi, gesti e domande che attraversano il tempo.

In questo senso, Ludwik non appare più come una figura completamente isolata. La sua vocazione artistica appartiene a una rete familiare più ampia, ma trovò in Brasile una forma propria e irripetibile.

La sua opera nacque dalla realtà dell’immigrazione, dalla necessità di lavorare, dal rapporto con la foresta, dalla fatica della terra e dalla consapevolezza che ogni paesaggio può scomparire.

Piantare alberi, dipingere quadri, conservare il tempo

Ludovico Bieniek lasciò la Polonia, ma non cancellò ciò che aveva ricevuto.

Portò con sé il disegno insegnato dalla famiglia Berger, la disciplina del lavoro, la musica, le lingue e la capacità di guardare la natura come qualcosa di vivo.

In Brasile, trasformò questa eredità.

Dipingere e piantare alberi furono, per lui, due gesti molto simili. Entrambi richiedevano pazienza. Entrambi producevano qualcosa destinato a sopravvivere al proprio autore. Entrambi rappresentavano una forma di fiducia nel futuro.

I pini di Avencal impiegarono quarant’anni per raggiungere il loro valore.

Anche la memoria di Ludwik ha dovuto attendere.

Oggi, il documento dell’Archivio Diocesano di Tarnów restituisce il luogo esatto della sua nascita. La fotografia dei Berger ricompone i legami della famiglia. L’intervista di Romão Wachowicz conserva la sua voce. I quadri continuano a custodire i paesaggi che egli vide e amò.

Forse questa è la risposta possibile alla domanda che lo inquietava negli ultimi anni.

Che cosa accadrà ai miei quadri dopo la mia morte?

Continueranno a parlare, finché qualcuno sarà disposto a guardarli.

E Ludovico Bieniek continuerà a vivere ogni volta che una delle sue tele, una fotografia, un documento o un ricordo familiare verranno sottratti all’oblio.

“Lì avevo temi sufficienti per dipingere…

L’immagine mostra un necrologio in polacco di Ludwik Robert Bieniek, morto l’11 maggio 1975 a São Mateus do Sul, in Brasile, all’età di 92 anni.
Riassunto:
Nato nel 1883 nella regione di Podkarpacie, in Polonia.
Studiò a Cracovia, dove si diplomò come contabile e sviluppò talenti artistici e musicali (suonava il violino).
Emigrò in Brasile nel 1908, stabilendosi nello stato del Paraná.
Si sposò con Jadwiga Swoińska, con la quale ebbe quattro figli (2 maschi e 2 femmine).
Visse in diverse città brasiliane: Santa Cândida, Porto de Cima, Rio do Pinhal, Campina Grande, Três Barras, Avencal da Estrela, poi Mafra e infine São Mateus do Sul.
Trascorse 40 anni a Mafra, prima di trasferirsi a São Mateus do Sul.
Fu un lettore assiduo del giornale LUDU.
Il funerale si è svolto nel cimitero locale, alla presenza di numerosi parenti e amici.

Un’eredità che attraversa le generazioni

Tra le molte attività svolte da Ludwik Bieniek nel corso della sua vita, ve n’è una particolarmente simbolica: negli anni Venti lavorò come operatore di proiezione in un cinema di Curitiba. In un’epoca in cui il cinema si stava ancora affermando come nuova forma di linguaggio artistico, Ludwik partecipò, dietro le quinte, a quell’esperienza collettiva fatta di luce, immagini e movimento.

Decenni più tardi, questa stessa passione per il cinema sarebbe riemersa nel percorso di sua nipote Vilma Bieniek, autrice di questo articolo, scrittrice, sceneggiatrice e cineasta. Ciò che per Ludwik fu il compito di proiettare immagini su uno schermo divenne, nella vita di Vilma, il desiderio di creare narrazioni, preservare la memoria familiare e trasformare le esperienze umane in letteratura e cinema.

Anche la musica occupava un posto importante nella vita di Ludwik, che suonava il violino. Questa sensibilità ha trovato una continuità particolarmente significativa nel suo pronipote Gabriel Hermes Bieniek, figlio dell’autrice di questo articolo.

Direttore d’orchestra, compositore, fondatore e direttore artistico dell’Orquestra Novva di Curitiba, Gabriel ha costruito il proprio percorso attraverso un profondo impegno nella creazione musicale, nella formazione di giovani strumentisti e nel rinnovamento dell’esperienza orchestrale. Il suo lavoro non si limita alla direzione: comprende l’ideazione di progetti, la composizione di un repertorio originale, l’organizzazione di stagioni concertistiche e la creazione di nuove opportunità per i giovani musicisti.

Come compositore, Gabriel sviluppa un’opera originale rivolta alla musica sinfonica contemporanea, cercando di dialogare con i grandi temi dell’esistenza umana. Come direttore d’orchestra, trasforma questa creazione in un’esperienza collettiva, riunendo musicisti, pubblico e spazio scenico attorno alla forza espressiva dell’orchestra.

Vi è qualcosa di profondamente simbolico in questa continuità. Ludwik suonava il violino e lavorò proiettando immagini in un cinema; sua nipote Vilma scelse la letteratura e l’audiovisivo; Gabriel, figlio di Vilma e pronipote di Ludwik, trovò invece nella composizione e nella direzione d’orchestra la propria strada artistica. Cinema, parola e musica entrano così a far parte di una stessa memoria familiare, manifestandosi in forme diverse in ogni generazione.

Anche la pittura, presente nella vita di Ludwik, ha raggiunto numerosi membri della famiglia. Sua figlia Sofia Bieniek si dedicò alla pittura, così come diversi nipoti e pronipoti, che hanno trovato nelle arti visive una forma di espressione, memoria e appartenenza.

Ludwik lasciò numerosi discendenti in Brasile. Molti di loro hanno seguito percorsi legati alla pittura, alla musica, alla letteratura e al cinema. La sua eredità non vive soltanto negli alberi che contribuì a piantare o nelle storie che raccontò, ma anche in questa sensibilità artistica trasmessa di generazione in generazione: il bisogno di creare, coltivare e restituire bellezza al mondo.

La storia di Ludwik Bieniek, dunque, non si conclude con la sua scomparsa. Continua nelle pagine scritte da sua nipote, nelle immagini che lei trasforma in cinema, nei dipinti realizzati dai suoi discendenti e nella musica composta e diretta dal suo pronipote Gabriel Hermes Bieniek, come una foresta che continua a crescere ben oltre le mani di colui che ne piantò i primi semi.

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