Riportare la parola al corpo
Di Vilma Bieniek
Nata a Napoli nel 1994, Carmela De Falco vive e lavora nella città partenopea, mantenendo una pratica artistica aperta al confronto internazionale. Si è formata all’Accademia di Belle Arti di Napoli e ha proseguito i propri studi all’ENSA di Digione, all’Akademie der Bildenden Künste di Monaco e all’EnsAD di Parigi. La sua produzione comprende video, fotografia, performance, scultura e installazioni ambientali e sonore. Tra le esposizioni personali figurano Memomirabilia, presentata nel 2024 al Museo Civico Gaetano Filangieri di Napoli, Abitando il Tempo a Faenza e It’s Funny to Play Alone a Lecce. Ha partecipato a mostre presso la Fondazione Morra Greco, la Fondazione Made in Cloister, la Galleria Alfonso Artiaco e la DES BAINS Gallery di Londra. Dopo le residenze presso Hangar a Lisbona e la Fondation Fiminco a Parigi, è stata selezionata per il programma dell’Institut français e della Cité internationale des arts, che riunisce a Parigi artisti provenienti da diversi Paesi.

La ricerca di De Falco nasce nel territorio in cui la parola smette di essere l’unico strumento possibile della comunicazione. Il suo interesse, tuttavia, non è rivolto all’incomprensione come assenza di significato, ma a ciò che continua a comunicare quando il linguaggio verbale viene sospeso: il respiro, i vocalizzi, i tic, le posture e i gesti involontari.
«Quello da cui sono attratta non è l’incomprensione, quanto piuttosto il linguaggio e la comunicazione al di là delle parole», precisa l’artista. In un tempo in cui il linguaggio e i rapporti intersoggettivi appaiono sempre più smaterializzati, De Falco avverte la necessità di compiere un movimento inverso: «Quello che mi interessa è riportare la parola al corpo».
In A Conversation, questa intenzione assume una forma radicale. L’artista registra dialoghi e soliloqui tra lei e alcune persone vicine. Durante la postproduzione elimina tutto ciò che appartiene al linguaggio immediatamente comprensibile. Restano vocalizzi, respiri, suoni labiodentali e salivazioni. La conversazione non scompare, ma viene ricondotta alla propria dimensione fisica. Prima di diventare concetto, la parola è emissione, vibrazione, movimento dell’aria e attività del corpo. Privato della sicurezza del significato, chi ascolta è costretto a prestare attenzione a ciò che normalmente viene considerato marginale.
Anche la ripetizione occupa un posto centrale nella sua pratica. I gesti quotidiani, proprio perché abituali, tendono a diventare invisibili. Eppure, secondo De Falco, è attraverso la loro reiterazione che impariamo a conoscere il mondo e a stabilire una relazione con esso. «Mi affascinano molto i comportamenti ripetuti, perché nella ripetizione impariamo ad abitare un oggetto, un gesto, una parola».


L’artista ricorda che, da bambina, dopo un lungo viaggio in automobile, riusciva a capire di essere vicina a casa anche tenendo gli occhi chiusi. Riconosceva le curve della strada, il tremolio della macchina e le variazioni dell’asfalto. Il corpo registrava una geografia che non aveva bisogno di essere vista né nominata. «L’abitudine è legata all’abitare, e abitare per me significa intessere un legame con qualcosa, un rapporto forte fatto di conoscenza e riconoscenza». L’esperienza dello spazio non è dunque affidata esclusivamente alla vista: il corpo ascolta, ricorda e costruisce le proprie mappe.

Napoli entra inevitabilmente in questa ricerca. Non è soltanto uno sfondo biografico, ma un archivio di voci e un organismo costruito dalla prossimità dei corpi. «Io vivo a Napoli e, volente o nolente, è la mia città, che entra sempre a far parte delle mie opere. Rivendico di essere del Sud e ne sono fiera». De Falco descrive Napoli attraverso il suo «caos controllato», la vicinanza tra le persone e una comunicazione che sembra non interrompersi mai. «È difficile sentirsi soli in questa città».
Cartografia delle voci nasce durante la pandemia, quando l’artista viveva nel centro storico, in una stanza piccolissima e priva di finestre. Da quello spazio quasi asfissiante percorreva ogni giorno lo stesso tragitto, dalla propria abitazione a Piazza del Gesù. Le strade erano vuote, ma sui muri continuavano a esistere frasi, graffiti, dichiarazioni e proteste.
«Quello che mi colpì furono proprio le voci silenziose scritte sulle mura della città». De Falco iniziò a raccogliere quelle tracce, costruendo una mappa intima dello spazio urbano. Napoli, temporaneamente privata del rumore dei suoi abitanti, si trasformava in «un grande diario corale, scritto dal suo popolo». Molte delle frasi raccolte possedevano un contenuto politico che difficilmente avrebbe trovato spazio nella narrazione ufficiale della Storia. «Per me dare voce a quelle frasi è un modo di riscrivere quello che viene detto e quello che non viene detto».
Quando il linguaggio viene sospeso, resta dunque il corpo. In Gesture Repetition, i tic, la frammentazione e i movimenti involontari diventano materia artistica. De Falco richiama il verso di Noël Arnaud, «Je suis l’espace où je suis», io sono lo spazio dove sono. «Il nostro corpo si dispiega per diventare luogo, è un’eterotopia per eccellenza, come direbbe Foucault».
In quest’opera, inoltre, un gesto, per quanto ripetuto, non è mai perfettamente uguale a sé stesso, perché accade ogni volta in un tempo diverso. La ripetizione contiene sempre una variazione, anche minima. Il corpo apparentemente disciplinato continua così a produrre scarti, imprecisioni e resistenze. Proprio nella micro-deviazione può emergere una possibilità di trasformazione.

Nella mostra Listening with Eyes, Watching with Ears, campane silenziose, nodi, palpebre chiuse e frammenti musicali rimangono riconoscibili, ma perdono la certezza della loro funzione originaria. «Credo che attraverso l’arte bisogna reinventare il mondo e, per farlo, bisogna risignificarlo». La sua pratica utilizza oggetti, parole e comportamenti quotidiani, intervenendo attraverso piccoli movimenti e slittamenti di significato.
Nel video Song for the Square, una frase della canzone I Me Mine dei Beatles viene ripetuta fino a trasformarsi in un mantra ossessivo, sospeso tra una chiamata all’azione e un atto solitario. In Signal, campanelle vuote si sovrappongono formando una colonna. Gli oggetti restano visibili, ma non possono più svolgere la funzione per la quale sono stati costruiti. De Falco considera queste trasformazioni «piccole azioni di dissenso»: sottratto alla propria normalità, un oggetto consueto può riconfigurarsi e raccontare qualcosa di completamente nuovo.
Anche Looking nasce da un elemento profondamente intimo. Circa dieci anni fa, l’artista aveva realizzato i calchi dei volti della madre e del padre, senza mai utilizzarli. Quei modelli sono riemersi successivamente nell’opera costruita sulle palpebre chiuse della madre. Partendo dalla fase dello specchio teorizzata da Lacan, De Falco riflette sul modo in cui, durante l’infanzia, imitiamo comportamenti, gesti e linguaggio materni, assorbendo tacitamente le regole della società nella quale nasciamo.
«Ho deciso di chiudere le palpebre della madre, un modo per bloccare questo processo e dissentire contro quelle regole che assorbiamo tacitamente». Chiudere gli occhi non significa semplicemente interrompere la visione. È un tentativo di sospendere una trasmissione automatica e di creare una frattura nell’ordine dell’imitazione.
La varietà dei linguaggi impiegati da De Falco non nasce dalla volontà di sperimentare tecniche differenti come esercizio formale. È sempre l’idea a determinare il mezzo. «A volte immagino intuitivamente che un’idea possa trasformarsi in una scultura, in un video o in un suono. Quell’immagine si presenta direttamente a me, come un lampo». Seguono un disegno rapido e alcune annotazioni. Solo in un secondo momento l’artista individua il materiale capace di esprimere con maggiore precisione il significato dell’opera.

Le esperienze vissute tra Napoli, Monaco, Digione, Londra e Parigi hanno modificato il suo modo di intendere lo spazio, il linguaggio e l’appartenenza. Monaco, in particolare, le ha permesso di comprendere «realmente come lavorare da artista». Il ritorno a Napoli è stato inizialmente traumatico, ma le ha restituito una comunità di artisti e curatori con i quali condividere il lavoro e la quotidianità. La città continua a essere il punto di ritorno: «C’è sempre un filo diretto che mi ricollega a lei. Il suo sole, per me, è diventato un’unità di misura dello spazio, di cui non posso fare a meno».
Attualmente, durante la residenza alla Cité internationale des arts di Parigi, De Falco riflette sull’aggregazione dei corpi e sulla possibilità che essi collaborino per creare nuove modalità di esistenza. Ha aperto il proprio spazio ad altri artisti, invitandoli a intervenire attraverso musica, performance, installazioni e video. Tra i progetti figura I Want My Line to Drift, realizzato con Augusto Fabio Cerqua, Ludovica Sorrentino ed Eraclio Pagliuca. A settembre presenterà a Parigi anche As Far as It Can Reach, una performance già realizzata in diverse città del mondo e che desidera condurre oltre i confini europei, guardando in particolare a Cuba.
«Mi interessa sempre di più il rapporto con il corpo e come, attraverso micro-deviazioni, si possano sovvertire le regole e reinventare la realtà».
È in questa frase che si concentra la ricerca di Carmela De Falco: riportare la parola al corpo, il corpo allo spazio e lo spazio alla possibilità politica di essere trasformato.

