Dalle stanze del web ai palchi di tutto il mondo. Serena Pisa ci racconta la bottega artistica del duo: tra il rigore del teatro, la fluidità della lingua napoletana e la sfida imminente degli inediti.

di Xavier Mistral
C’è un momento preciso in cui un fenomeno virale si trasforma in solida realtà artistica, ed è quando il talento incontra la disciplina della bottega. Le Ebbanesis – il duo composto da Serena Pisa e Viviana Cangiano – sono nate apparentemente per gioco sui social nel 2017, ma le loro radici affondano in anni di palcoscenico, studio e amore viscerale per la parola.
Oggi, tra tour internazionali e costanti passaggi televisivi, le Ebbanesis rappresentano una delle realtà più lucide e innovative della canzone (non solo) napoletana. Abbiamo fatto una chiacchierata con Serena Pisa per esplorare il dietro le quinte del loro successo, scoprendo che la loro apparente leggerezza nasconde un rigore quasi geometrico.

L’incontro: quando il progetto non precede l’idea
Serena, facciamo un salto indietro. Siete un duo dal 2017, ma chi eravate prima di diventare le Ebbanesis? «Eravamo due attrici e due cantanti, ognuna con il proprio percorso. Viviana è figlia d’arte, suo padre è Pippo Cangiano; quindi, ha respirato l’aria del teatro sin da piccolissima. Io, invece, ho scoperto questa passione grazie alla mia famiglia: tutti grandissimi appassionati, ma autodidatti, non addetti ai lavori. Abbiamo iniziato entrambe da piccole e ci siamo incrociate spesso in contesti teatrali, musicali ed eventi privati. Lì ci siamo accorte che le nostre voci si incastravano alla perfezione. C’erano persino degli amici comuni che, vedendoci cantare singolarmente, dicevano che avremmo dovuto farlo insieme! Quando l’incontro è avvenuto, ci siamo letteralmente innamorate l’una della voce dell’altra. Nel 2017 abbiamo registrato un video per gioco sui social e la risposta è stata così forte che abbiamo capito che dovevamo aprire una pagina e costruire un vero progetto. Diciamo che l’idea del progetto non ha preceduto le Ebbanesis: è stato l’esatto contrario».

Cosa porta ciascuna di voi in questo mix? «Ci distinguiamo molto per la provenienza: Viviana viene da una tradizione più pop, io invece dalla dimensione della “posteggia”, quindi musica tradizionale e popolare suonata vicino ai tavoli. L’unione di queste due anime forma il suono delle Ebbanesis: un continuo passaggio tra il pop anni ’90/2000 e quelle voci antiche che abbiamo studiato, che amiamo e che sentiamo nostre».
Il pezzo impossibile e la lingua che “non chiude mai”
Il vostro formato Transleit ha ridefinito l’arte dell’adattamento in napoletano di pietre miliari del pop e del rock mondiale. C’è un brano che avete amato alla follia ma che si è rivelato “indomabile”? «Sì, The Sound of Silence di Simon & Garfunkel. Sarebbe bellissima con le nostre voci, anche perché l’originale lavora proprio sulla sinergia di due linee vocali; quindi, un esperimento al femminile sarebbe stato interessantissimo. Però ha un significato così pregno e una struttura sintattica tale che è praticamente impossibile far rientrare il napoletano in quel verso senza snaturarlo. Continuiamo a sentirla in lingua originale e ce la sogniamo… ma resterà un sogno, non la faremo mai».

A proposito di lingua: spesso si pensa al dialetto come a un limite per l’esportabilità all’estero. Voi avete suonato ovunque. Cosa arriva a chi non capisce le parole? «Io lo dico sempre a Viviana: il napoletano ha lo stesso potenziale dell’inglese. Poiché la parte finale della parola resta quasi sempre aperta, è come se il concetto stesso non si chiudesse mai, lasciandolo sospeso. Questo ti dà una libertà metrica enorme. L’italiano, dal punto di vista sonoro, è più limitato per scrivere canzoni (non a caso la lingua del musical è l’inglese), mentre il napoletano risolve tantissimi problemi sillabici. Se dal punto di vista semantico uno straniero non capisce la parola, a livello sensoriale quell’apertura del suono è pura bellezza. E poi il napoletano ha una forza espressiva, una passione quasi violenta che si fa capire per forza».
Avete un aneddoto memorabile legato a questo? «A Mosca. Abbiamo fatto un intero concerto, comprese le parti parlate e teatrali, esclusivamente in napoletano, senza mai usare l’italiano. Il pubblico russo rideva durante i monologhi pur non capendo la lingua, perché la risata scatta per la rottura corporea e neurologica che riesci a trasmettere. Da quel momento a Mosca, abbiamo deciso di farlo ovunque. Il napoletano, dove va, risolve i problemi. È storia».

Il rigore del teatro e la gabbia dello schermo
Quando si maneggia la canzone classica napoletana il rischio è doppio: o si fa il “pezzo da museo” intoccabile o si scade nella macchietta. Voi mantenete un rigore pazzesco pur restando ironiche. Qual è il trucco? «Questa è in assoluto la nostra più grande preoccupazione, il primo pensiero quando facciamo una scelta artistica. Tutto vorremmo tranne che superare quel confine. Il fatto di essere in due ci aiuta, ci sentiamo più forti anche quando facciamo qualcosa di azzardato. Ma alla base c’è un profondo rispetto delle regole, che ci viene dal teatro. Il teatro ti insegna la gerarchia, la severità. Magari non si vede nelle nostre vesti o nelle nostre espressioni giocose, ma quel rigore ce lo portiamo dentro, nella precisione delle voci».

Avete frequentato molto gli studi televisivi, ma i palchi dei teatri restano la vostra casa. Cosa vi dà il live che la TV non può offrire? «Preferiamo di gran lunga il live, lo spazio teatrale e la vicinanza fisica. Il nostro modo di stare sul palco abbatte costantemente la quarta parete: noi siamo con il pubblico, ci comportiamo come se potessimo camminare tra le poltrone, parliamo con le persone e aspettiamo le loro risposte. In televisione tutto questo non può accadere, non hai lo scambio immediato con chi ti segue da casa. È la cosa che più ci manca quando frequentiamo gli spazi televisivi».
Il futuro: gli inediti e le ispirazioni di AnitArt
Domanda d’obbligo per i lettori di AnitArt.org: dopo aver interpretato i classici e riscritta la storia del pop, la dimensione della scrittura pura è un cassetto che state per aprire? cosa bolle in pentola? «Sì, ci sono decisamente degli inediti in cantiere. Ci stiamo lavorando proprio ora e possiamo anticiparvi che entro la metà dell’anno prossimo uscirà un progetto composto esclusivamente da brani inediti».
Per chiudere, la nostra piattaforma esplora l’arte a tutto tondo. Al di là della musica, c’è un’altra disciplina o un’opera d’arte che ha influenzato il tuo modo di stare sul palco? «Per quanto mi riguarda, c’è un film che mi ha segnata profondamente: La Môme (La vie en rose), in cui Marion Cotillard interpreta Edith Piaf. È stata l’occasione per studiare da vicino una grandissima artista, andando oltre la pellicola. C’è un concetto nella vita della Piaf che fa male, ma che mi commuove immensamente: il suo insistere nel voler stare sul palco a tutti i costi, nonostante uno stato di salute estremamente precario. Questa totale dedizione ha influenzato profondamente il mio modo di vivere la scena: andare avanti, sempre, qualsiasi cosa accada».


