Tra la disciplina del design e l’imprevedibilità della pittura, l’artista brasiliana Fran Oliv ha trasformato antichi tentativi di correzione in un linguaggio visivo tutto suo.
Di Vilma Bieniek
Fran Oliv ha tenuto una tela bianca chiusa in casa per quasi due anni. Non per mancanza di tecnica, veniva già da più di un decennio di lavoro nel design di superficie, nel design grafico, nel branding e nella direzione artistica, con una laurea in Moda e uno sguardo allenato al colore e alla composizione. Il problema era un altro: non sapeva iniziare senza un brief.
“Avevo perso la fiducia nella mia capacità di creare senza un punto di partenza”, racconta. Nel design, ogni decisione rispondeva a qualcosa, una scadenza, un cliente, un obiettivo. Davanti alla tela vuota, senza nessuno che le chiedesse nulla, le mancava il terreno sotto i piedi.
È stato l’artista catarinense Jayro Schmidt a tirarla fuori da quell’impasse. La incoraggiò semplicemente a posare il pennello sulla carta prima ancora di avere una risposta pronta. Quando Fran gli portò finalmente il suo primo dipinto, non sapeva spiegare perché avesse scelto proprio quei colori, quelle forme. Jayro guardò il quadro e descrisse tratti di lei che lei stessa non aveva mai raccontato a nessuno. “È stato lì che ho iniziato, davvero, a riconoscermi come artista”, dice.



L’errore diventato linguaggio
Per molto tempo, alcune forme grafiche comparivano nelle tele di Fran come rattoppi, modi per mascherare parti del dipinto che considerava mal risolte. Erano gesti di correzione, quasi una scusa visiva.
Solo che quelle forme tornavano. Sempre. Ed è stato nelle conversazioni con l’artista e curatrice Meg Roussenq, che ha iniziato a seguirla dopo la morte di Jayro, che Fran ha capito che non si trattava affatto di un difetto, era una firma. “Il mio linguaggio non è nato quando ho iniziato a dipingere”, riassume. “È nato quando ho smesso di cercare di cambiarlo.”
È una frase semplice, ma racchiude un’idea che molti artisti impiegano anni ad ammettere: lo stile raramente si sceglie. Si impone nelle ripetizioni che si cerca di cancellare.

Una palette, mai un progetto chiuso
Prima di iniziare un lavoro, Fran è solita immaginare una palette e alcune forme. È praticamente tutto ciò che porta sulla tela, il resto si decide durante il processo. “A ogni nuovo strato, osservo la tela, sperimento possibilità, faccio aggiustamenti e costruisco l’opera mentre accade”, spiega.
In pratica, gli sfondi nascono spesso da gesti liberi: macchie, trasparenze, pennellate senza una meta precisa. Poi, quasi per istinto, arrivano le forme più grafiche e controllate, che convivono con quei primi strati invece di cancellarli. Il risultato è una superficie con memoria, guardando da vicino, si percepisce che lì sono passati tempi diversi dello stesso dipinto.
Questa tensione tra lasciar andare e contenere non è solo un espediente formale. Fran si è sempre descritta come una persona curiosa e spontanea, ma è stato dipingendo che ha scoperto la portata del proprio perfezionismo. “Ho capito quanto queste due parti dialoghino continuamente”, dice. “Non competono tra loro, si completano.”


Un colore fuori posto
Il colore è il punto di partenza di quasi tutto il suo lavoro. A Fran piacciono le combinazioni delicate e accoglienti, di quelle che fanno venir voglia di continuare a guardare, ma quasi sempre inserisce un elemento che rompe questo comfort: un tono più intenso, una combinazione inaspettata, una piccola provocazione cromatica. “Questo invita lo sguardo a soffermarsi più a lungo”, dice, “rivelando nuove relazioni tra i colori, le forme e gli strati.”
È una scelta deliberata contro la prevedibilità. Fran vuole che i suoi dipinti siano piacevoli da vivere quotidianamente, che portino presenza a un ambiente senza perdere leggerezza, ma vuole anche che vengano visti come arte prima di ogni altra cosa, e non come un semplice oggetto decorativo in più sulla parete.

Limone di Sicilia, pomodoro, una fioriera al sole
Il rapporto di Fran con l’Italia non passa da un movimento artistico specifico. Ha vissuto tre mesi in una piccola città del nord Italia, con un ritmo molto diverso dalla sua quotidianità: passeggiate, bicicletta, tempo libero per osservare semplicemente come le persone occupavano le strade.
Di quel periodo ricorda soprattutto colori: “il verde acido di un limone siciliano, il rosso intenso di un grappolo di pomodori, il lilla luminoso di una fioriera al sole”. Sono esattamente questo tipo di dettagli, una palette tenue che improvvisamente si accende con un colore concentrato, ad attraversare le sue tele. Non è l’Italia come scenario riconoscibile, ma come un modo di notare piccole intensità.
Nuova scala, nuovo atelier
Fran vive e lavora a Florianópolis ed è in una fase di espansione. Ha realizzato di recente un pannello largo quasi quattro metri e ha scoperto che alcune idee richiedono semplicemente più spazio, non per stupire, ma perché a una certa scala il dipinto smette di essere un’immagine di fronte allo spettatore e comincia ad avvolgerlo.
Sta costruendo un nuovo atelier, che dovrebbe risolvere i limiti di dimensione che oggi pesano sul suo lavoro. E vuole sperimentare materiali oltre l’acrilico: pastelli a olio, penna a sfera, elementi naturali. La domanda che la guida ora, secondo le sue stesse parole, è fino a dove questo linguaggio può allungarsi senza smettere di essere riconoscibile.


Prima il luogo, poi il mondo
Fran sogna una mostra personale, una residenza artistica, una galleria, la circolazione internazionale. Ma oggi, dice, ciò che conta di più è costruire un percorso solido ed essere riconosciuta prima di tutto dove tutto è cominciato a Santa Catarina.
Ha senso, venendo da chi ha passato anni a imparare a fidarsi di un processo senza scorciatoie. “Tutto quello che verrà dopo”, scommette, “sarà conseguenza di questa costruzione.”

FRAN OLIV Artista visiva laureata in Moda, con un percorso professionale nel design di superficie, nel design grafico, nel branding e nella direzione artistica. La sua ricerca pittorica indaga le relazioni tra controllo e libertà, trasparenza e densità, armonia cromatica e tensione. Vive e lavora a Florianópolis, Santa Catarina, in Brasile.

