Scrittore, ricercatore e acquerellista, Renato Marchese costruisce un universo visivo nel quale la memoria, la letteratura, la musica, la storia e la figura umana si incontrano. Nella sua pittura, il colore diventa un altro modo di raccontare.
Di Vilma Bieniek
Osservare la pittura di Renato Marchese significa entrare in un territorio nel quale l’immagine non è mai completamente separata dalla parola, dalla memoria e dalla ricerca. Nato a Formia, Marchese ha dedicato una parte importante del proprio percorso intellettuale alla storia e all’iconografia della sua città. Scrittura e ricerca precedono e accompagnano la sua esperienza pittorica, creando un patrimonio di riferimenti che riaffiora nei suoi acquerelli. Nelle opere qui presentate convivono musica, memoria, figura umana, movimento e riferimenti culturali differenti. Non si tratta di un ciclo chiuso, ma di esempi di un linguaggio nel quale il dato figurativo viene continuamente attraversato e trasformato dal colore. Formia: la memoria come punto di partenza Il rapporto con Formia costituisce una delle chiavi per comprendere Marchese. La sua attività di scrittore, iniziata nel 1987, si è sviluppata nel corso di diversi decenni attraverso pubblicazioni, articoli e ricerche dedicate soprattutto alla storia e all’iconografia del territorio. Per oltre dieci anni ha collaborato con la rivista E venne tra i suoi, occupandosi di argomenti storici e divulgativi. Ha inoltre partecipato alla realizzazione di Storia di Formia Illustrata, pubblicata da Sellino nel 2003, continuando negli anni la propria attività editoriale e culturale. Allievo del maestro Giuseppe Supino, dal quale ha appreso la tecnica dell’acquerello, Marchese utilizza la fluidità del colore per costruire immagini nelle quali la realtà riconoscibile tende a trasformarsi. La figura umana rimane spesso il punto di partenza, ma intorno ad essa il colore acquista autonomia: diventa luce, vento, acqua, fuoco e movimento. È qui che l’esperienza dello scrittore incontra quella del pittore: la narrazione non scompare, cambia materia.
Quando la pittura incontra la musica

Il dialogo tra linguaggi differenti emerge con particolare evidenza nell’opera ispirata a La canzone di Marinella di Fabrizio De André. La figura femminile sembra progressivamente perdere peso: il corpo è sospeso tra acqua e cielo, mentre una grande presenza luminosa domina la composizione. Marchese non illustra letteralmente la vicenda raccontata dalla canzone; sembra piuttosto raccoglierne la dimensione emotiva e trasferirla in un’altra lingua. La tragedia di Marinella rimane nella memoria dello spettatore, ma nell’immagine sembra trasformarsi in sospensione, luce e passaggio. La canzone non viene semplicemente illustrata: viene ricordata, interiorizzata e restituita attraverso il colore.
La figura femminile e il paesaggio interiore

In questa composizione la figura femminile appare quasi trascinata, o forse sostenuta, da grandi correnti cromatiche. I capelli luminosi e le fasce ondulate che attraversano lo spazio rendono difficile separare nettamente il corpo dall’ambiente. È un’immagine nella quale il paesaggio sembra diventare interiore. Il movimento non descrive soltanto vento o materia: può essere percepito come stato emotivo, forza invisibile, memoria che attraversa la figura. Marchese conserva il corpo come presenza riconoscibile, ma lascia che il colore ne allarghi il significato. È proprio in questa zona di passaggio tra figurazione e dimensione poetica che il suo linguaggio acquista maggiore libertà.
L’uomo e ciò che non possiamo vedere

In un’altra opera, un uomo solleva il volto verso l’alto. Non sappiamo cosa stia guardando, ed è precisamente questa assenza a rendere interessante l’immagine. Il volto, modellato da tonalità verdi e azzurre, possiede quasi una consistenza scultorea. Intorno, invece, il colore si muove in grandi correnti ondulate. Potrebbe esserci una domanda, una supplica, una scoperta o semplicemente stupore. Marchese non fornisce una risposta. Lo spettatore percepisce che qualcosa sta accadendo, ma deve immaginarne il significato. La tensione nasce così tra la solidità della figura e l’instabilità dello spazio che la circonda.

Il movimento: il ciclista
Con il ciclista il registro cambia. Il corpo è piegato sulla bicicletta e proiettato in avanti; atleta e macchina sembrano partecipare allo stesso impulso. La geometria della bicicletta incontra una materia cromatica mobile. Le grandi fasce che attraversano lo sfondo amplificano la sensazione di velocità e sembrano prolungare lo sforzo dell’atleta oltre i confini della figura. Il ciclismo porta nell’opera anche un elemento profondamente radicato nell’immaginario italiano: le strade, i paesaggi, le competizioni e una memoria sportiva condivisa. Ma ciò che rimane soprattutto è la percezione fisica di concentrazione, equilibrio, movimento e volontà di avanzare.
Angelo di fuoco: materia, memoria ed energia

In Angelo di fuoco, indicato come omaggio a Dora Ohlfsen-Bagge, una figura femminile di aspetto scultoreo emerge da uno spazio scuro e protende le braccia verso una massa incandescente. Il contrasto tra la solidità quasi marmorea del corpo e la mobilità del fuoco organizza l’intera composizione. La figura non appare semplicemente minacciata dalle fiamme: sembra entrare in relazione con esse. Il fuoco può allora suggerire energia, trasformazione, conoscenza o memoria. La forza dell’immagine risiede anche nella possibilità di non ridurlo a un unico significato. Il riferimento dichiarato a Dora Ohlfsen-Bagge diventa così una chiave importante per avvicinarsi all’opera senza esaurirne l’interpretazione.
Tra realtà e dimensione poetica
Definire rigidamente la pittura di Renato Marchese attraverso una corrente artistica sarebbe riduttivo. Nelle sue opere emergono suggestioni simboliche, atmosfere sospese e una libertà compositiva che allontana progressivamente la figura dalla semplice rappresentazione naturalistica. Ciò che sembra unire maggiormente il suo lavoro non è l’appartenenza a una scuola, ma il modo di guardare. Marchese porta nella pittura qualcosa della sua esperienza di scrittore e ricercatore: raccoglie riferimenti, conserva immagini e ricompone linguaggi differenti secondo una sensibilità personale. Una canzone può trasformarsi in colore. Un gesto può diventare narrazione. Un corpo può emergere dalla realtà e immediatamente entrare in uno spazio simbolico. In questo senso, scrivere, ricercare e dipingere sembrano appartenere allo stesso processo: sono modi differenti di interrogare ciò che rimane.
Renato Marchese
Renato Marchese è scrittore, ricercatore e acquerellista nato a Formia. Allievo del maestro Giuseppe Supino, ha sviluppato una produzione pittorica nella quale la figura umana dialoga con il colore, il movimento e una forte componente narrativa. Parallelamente alla pittura, ha dedicato studi e pubblicazioni alla storia e all’iconografia di Formia, collaborando con riviste e giornali del territorio. La sua attività comprende inoltre illustrazioni e copertine editoriali. Forse è proprio nella relazione tra queste diverse esperienze che si trova la chiave più interessante per avvicinarsi al suo lavoro. Renato Marchese non abbandona la scrittura quando prende in mano il pennello. Semplicemente, cambia linguaggio.

