La tradizione in movimento: il viaggio sonoro di Vincenzo Danise

L’equilibrio tra linguaggio jazz, memoria partenopea e responsabilità didattica

di Xavier Mistral

Nelle geografie della musica d’autore contemporanea, il pianismo di Vincenzo Danise si muove lungo un asse limpido: quello in cui la matrice partenopea e la libertà del jazz convivono come un’unica urgenza comunicativa. Pianista e compositore, Danise affianca alla ricerca artistica un’intensa attività didattica come docente e coordinatore del Dipartimento Jazz e Pop del Conservatorio “G. Martucci” di Salerno. La sua visione abbraccia la formazione dei giovani, la produzione dal vivo e un’apertura verso scambi internazionali tra Polonia e Turchia. Lo abbiamo incontrato per AnitArt per affrontare i temi chiave del suo percorso.

X.M.: Nel tuo percorso hai sempre cercato di coniugare il linguaggio del jazz con la tradizione musicale napoletana. Come nasce questo equilibrio e quali sono state le principali sfide nel trovare una tua identità?

V.D.: Il rapporto tra jazz e tradizione musicale napoletana, per me, non è mai stato qualcosa di costruito a tavolino. È nato in maniera naturale, perché Napoli fa parte del mio modo di ascoltare, di pensare e inevitabilmente anche di suonare.

Allo stesso tempo, la mia formazione è profondamente legata al jazz, che considero prima di tutto un linguaggio di libertà, di ricerca e di trasformazione. A un certo punto del mio percorso ho capito che non aveva molto senso cercare di separare queste due anime: quello che avevo studiato e quello che culturalmente mi apparteneva.

La difficoltà più grande è stata trovare un equilibrio evitando due rischi: da una parte imitare modelli jazzistici che appartengono ad altre storie e culture, dall’altra utilizzare Napoli semplicemente come elemento folkloristico o come citazione.

Ho cercato invece di capire cosa della musica napoletana potesse entrare realmente nel mio linguaggio: la forza melodica, una certa concezione del canto, il rapporto con il ritmo, ma anche quella particolare alternanza tra ironia e malinconia che secondo me appartiene profondamente alla nostra cultura.

Con il tempo ho capito che l’identità musicale non si decide: si costruisce attraverso quello che ascolti, quello che studi, le persone che incontri e soprattutto attraverso quello che sei. Oggi, quando suono o compongo, non penso più se quello che sto facendo sia jazz, musica napoletana o altro. Mi interessa che sia riconoscibile come qualcosa che mi appartiene.

X.M.: Sei pianista, compositore, docente e coordinatore del Dipartimento Jazz e Pop del Conservatorio “G. Martucci” di Salerno. In che modo queste diverse esperienze si influenzano reciprocamente?

V.D.: In realtà non riesco più a separare nettamente queste diverse dimensioni. Essere pianista e compositore influenza inevitabilmente il mio modo di insegnare, così come la didattica ha modificato profondamente il mio modo di essere musicista.

Insegnare ti obbliga a porti continuamente delle domande. Quando devi spiegare a uno studente perché fai una determinata scelta armonica, ritmica o interpretativa, sei costretto a rendere consapevole qualcosa che magari, come musicista, hai maturato negli anni anche in maniera istintiva. E questo continuo confronto finisce per arricchire anche il tuo modo di suonare e di comporre.

Il ruolo di coordinatore del Dipartimento Jazz e Pop del Conservatorio “G. Martucci” di Salerno ha aggiunto un’altra responsabilità: cercare di trasformare la formazione in esperienza concreta. Credo molto in un Conservatorio che non rimanga chiuso nelle aule, ma che metta gli studenti nelle condizioni di confrontarsi con il palco, con musicisti professionisti, con produzioni vere e con realtà artistiche anche molto diverse tra loro.

Per questo cerco di creare occasioni nelle quali docenti e studenti possano lavorare insieme. È importante che un giovane musicista comprenda che la professione non è soltanto saper suonare bene il proprio strumento: significa ascoltare gli altri, rispettare un ruolo all’interno di un ensemble, arrivare preparati a una prova, confrontarsi con un arrangiamento, con un direttore, con un fonico, con un’organizzazione e imparare anche a gestire gli imprevisti.

Alla base di tutti questi ruoli, però, rimane la stessa cosa: la curiosità. Continuare a studiare, ascoltare, cercare e mettersi in discussione. È quello che chiedo ai miei studenti ed è anche quello che continuo a chiedere a me stesso.

X.M.: Rispetto al tuo ruolo al Dipartimento Jazz e Pop di Salerno, quali sono oggi le sfide più stimolanti nella formazione dei giovani talenti e quali progetti o produzioni recenti del Conservatorio, anche a livello internazionale, ti sta più a cuore raccontare?

V.D.: Credo che una delle sfide più importanti oggi sia far capire agli studenti che studiare musica non significa soltanto raggiungere un alto livello tecnico. La tecnica è fondamentale, naturalmente, ma è uno strumento. Quello che dobbiamo cercare di formare è prima di tutto un musicista: una persona capace di ascoltare, di avere curiosità, cultura, consapevolezza e soprattutto una propria identità.

Oggi i ragazzi hanno accesso immediato a una quantità enorme di informazioni e di musica. Questo rappresenta una straordinaria opportunità, ma può diventare anche un limite: si può imparare molto velocemente “come” fare qualcosa senza chiedersi abbastanza “perché” la si stia facendo. Nel jazz, invece, la ricerca di una voce personale rimane essenziale.

Come coordinatore del Dipartimento Jazz e Pop sto cercando, insieme ai colleghi, di affiancare alla formazione accademica sempre più esperienze concrete: concerti, produzioni, masterclass, incontri con professionisti e progetti nei quali studenti e docenti possano condividere realmente il palco.

Mi stanno particolarmente a cuore le attività internazionali che stiamo sviluppando. Il confronto con altri Paesi e altre realtà culturali ha un valore enorme, soprattutto per uno studente. Portare i nostri giovani musicisti fuori dal loro ambiente abituale significa chiedere loro di confrontarsi con altri pubblici, altre organizzazioni e altri modi di vivere la musica.

Tra i progetti che stiamo portando avanti ci sono le attività internazionali in Turchia e in Polonia, insieme alle numerose produzioni che realizziamo in Italia. Ma più del singolo evento mi interessa il percorso che stiamo costruendo: fare in modo che queste esperienze non siano episodi isolati, ma diventino parte integrante della formazione.

Il Conservatorio, secondo me, deve fornire strumenti e conoscenze, ma deve anche creare possibilità. Poi naturalmente spetta ai ragazzi trasformare quelle possibilità nel proprio futuro.

X.M.: Hai collaborato con numerosi artisti e partecipato a produzioni in Italia e all’estero. C’è un’esperienza che ha segnato particolarmente la tua crescita musicale e umana?

V.D.: Se devo individuare un incontro che ha segnato profondamente la mia crescita musicale e anche umana, devo tornare molto indietro, a quando avevo appena dodici anni.

In quel periodo lavoravo come cameriere e fu proprio in quella circostanza che ebbi la possibilità di incontrare Roberto De Simone. A quell’età probabilmente non potevo ancora comprendere fino in fondo la portata culturale e artistica della persona che avevo davanti, ma quell’incontro è rimasto impresso nella mia memoria.

Per un ragazzo di dodici anni che già sentiva una forte attrazione verso la musica, trovarsi davanti a una personalità come De Simone significava entrare in contatto, quasi inconsapevolmente, con un mondo enorme: Napoli, la sua tradizione, il teatro, la ricerca, la musica popolare e quella colta, ma soprattutto l’idea che tutte queste cose potessero convivere senza barriere.

Con gli anni ho compreso ancora meglio il valore di quell’incontro. De Simone rappresenta una concezione della cultura napoletana che sento molto vicina: conoscere profondamente le proprie radici non per rimanerne prigionieri, ma per poterle trasformare e portare altrove.

È curioso pensare che uno degli incontri che considero più significativi del mio percorso sia avvenuto quando non ero ancora un musicista professionista, ma semplicemente un ragazzino di dodici anni che lavorava come cameriere. Forse anche per questo lo ricordo con particolare emozione: certe esperienze arrivano molto prima che siamo in grado di comprenderne realmente il significato.

X.M.: Da compositore, quando nasce un nuovo brano parti più spesso dal pianoforte, da un’idea melodica, da un ritmo o da un’immagine?

V.D.: Non credo di avere un unico metodo. Ci sono brani che nascono al pianoforte, magari da un accordo, da una successione armonica o da poche note che improvvisamente suggeriscono una direzione. Altre volte arriva prima una melodia, un ritmo oppure semplicemente un’atmosfera.

Mi interessa molto anche il rapporto tra musica e immagine. A volte l’idea iniziale non è propriamente musicale: può essere un luogo, una persona, un ricordo, una sensazione. In quel momento il pianoforte diventa quasi lo strumento attraverso il quale cerco di dare una forma sonora a qualcosa che inizialmente non ha suono.

L’improvvisazione ha naturalmente un ruolo importante. Spesso mi siedo al pianoforte senza l’intenzione di scrivere e proprio in quella condizione nasce qualcosa. Quando riconosco un’idea che sento mia, cerco di fermarla e successivamente comincia il vero lavoro di composizione.

Perché l’ispirazione è soltanto l’inizio. Dopo bisogna scegliere, togliere, modificare, riscrivere. E trovo molto importante anche il silenzio: sapere quando una composizione ha bisogno di un’altra nota e quando invece quella nota è meglio non metterla.

Alla fine, cerco sempre la stessa cosa: arrivare a un punto in cui il brano sembri inevitabile, come se non potesse essere scritto diversamente.

X.M.: C’è un tuo brano a cui sei particolarmente legato, magari per la storia che c’è dietro o per come è stato registrato?

V.D.: È difficile scegliere un solo brano, perché ogni composizione finisce per rappresentare un momento preciso della propria vita. E con il passare degli anni cambia anche il rapporto che hai con quello che hai scritto.

Ci sono brani ai quali sono legato non necessariamente perché li consideri i più riusciti, ma perché dietro quelle note riconosco perfettamente la persona che ero nel momento in cui li ho composti. Riascoltarli significa ritrovare un periodo, un incontro, un’emozione o persino un modo di suonare che nel frattempo è cambiato.

“Partenopee Tra Le Onde” è probabilmente uno di quelli a cui sono maggiormente affezionato. Non soltanto per il risultato musicale, ma per quello che rappresenta nella mia storia personale e artistica.

Una cosa che mi affascina della composizione è proprio questa: quando scrivi un brano parte da qualcosa di estremamente personale, ma nel momento in cui lo affidi agli altri musicisti e poi al pubblico smette in qualche modo di appartenerti completamente. Ognuno può riconoscervi qualcosa di diverso.

Ed è forse uno degli aspetti più belli dello scrivere musica: partire da una propria esperienza e scoprire che quelle stesse note possono raccontare qualcosa anche della vita di qualcun altro.

X.M.: Napoli sta vivendo un momento di grande fermento musicale. Da musicista e docente, come vedi l’evoluzione della scena jazz e quali aspetti ritieni più interessanti per il futuro?

V.D.: Napoli ha sempre avuto una capacità straordinaria di assorbire linguaggi diversi e trasformarli. È una città che storicamente non ha mai vissuto la contaminazione come una minaccia alla propria identità; al contrario, spesso è proprio attraverso l’incontro con altre culture che ha prodotto qualcosa di nuovo.

Credo che questo sia uno dei motivi per cui il jazz qui abbia trovato un terreno così fertile. Esistono una tradizione e generazioni di musicisti napoletani che hanno raggiunto livelli altissimi e, contemporaneamente, vedo giovani estremamente preparati che stanno cercando nuove strade.

Quello che mi interessa meno è la necessità di classificare continuamente la musica. Jazz, pop, canzone d’autore, musica elettronica, tradizione napoletana: per le nuove generazioni questi confini sono fortunatamente molto più permeabili. La contaminazione, però, funziona quando alle spalle esiste una conoscenza profonda dei linguaggi. Altrimenti rischia di diventare soltanto una sovrapposizione superficiale di stili.

Ed è proprio qui che vedo una delle grandi responsabilità della formazione. Non dobbiamo insegnare ai ragazzi che cosa devono suonare, ma fornire loro gli strumenti culturali e musicali necessari per poter scegliere consapevolmente chi vogliono essere.

Mi piacerebbe che Napoli continuasse a essere riconosciuta non soltanto per la sua straordinaria tradizione, ma anche come luogo nel quale si produce musica contemporanea, si sperimenta e si formano nuove generazioni di musicisti.

Perché una tradizione rimane realmente viva quando non ci limitiamo a conservarla, ma abbiamo anche il coraggio di trasformarla.