Il pensiero curatoriale di Carla Abraão
Di Vilma Bieniek
I musei arrivano dopo. È questa, in sostanza, una delle idee più incisive sostenute da Carla Abraão Shaffer durante un incontro promosso da Rachadura Visual, dedicato all’arte contemporanea, al cinema e alla videoinstallazione.
Pur lavorando come educatrice in alcune delle principali istituzioni culturali di New York, Carla non confonde il prestigio istituzionale con il luogo in cui nasce la trasformazione artistica. Nella sua lettura, «a mettere in moto il cambiamento saranno gli artisti», mentre «il museo arriverà sempre tardi a legittimarlo».
Questa posizione rivela una dimensione importante del suo percorso. Carla conosce il museo dall’interno, ma conserva nei suoi confronti uno sguardo critico.
Storica dell’arte, educatrice museale e curatrice indipendente brasiliana residente a New York, opera nel punto d’incontro tra ricerca, curatela ed educazione. In questo spazio intermedio, l’opera cessa di essere soltanto un oggetto esposto e comincia a stabilire relazioni con l’architettura, la memoria, la tecnologia e il pubblico.
La sua formazione iniziale in Cinema e Fotografia presso l’Universidade Estadual do Paraná resta riconoscibile nel suo modo di intendere le arti visive. Lo sguardo cinematografico, attento all’inquadratura, alla luce, al tempo e alla presenza dei corpi nello spazio, si è ampliato grazie al master in Storia dell’arte presso l’Universidade do Estado de Santa Catarina.
Nella sua tesi, intitolata Morte, oscurità e accumulazione: questioni per pensare l’opera di Sara Ramo nella Storia dell’arte contemporanea, Carla ha analizzato lavori segnati dall’accumulo, dall’instabilità dei materiali e da immagini che resistono alle interpretazioni immediate. Più che decifrare l’opera, le interessava osservare le tensioni che essa produce e ciò che rimane parzialmente nascosto.
Prima di stabilirsi negli Stati Uniti, Carla ha insegnato Fotografia, Direzione della fotografia e Storia dell’arte all’Universidade Federal de Santa Catarina. Ha ideato corsi e attività che mettevano il cinema in dialogo con altri linguaggi contemporanei, come l’installazione, la performance e la videoarte. L’insegnamento si delineava già come un esercizio di costruzione dello sguardo, e non soltanto come trasmissione di informazioni.


Questa concezione orienta anche il suo lavoro a New York. Carla opera come educatrice al Museum of Modern Art, al Guggenheim Museum, al Brooklyn Museum e al Tenement Museum. Sebbene le attività cambino da un’istituzione all’altra, il suo lavoro comprende la conduzione di visite, la presentazione di collezioni e mostre e la creazione di percorsi interpretativi per pubblici diversi.
La mediazione, in questo contesto, non consiste nel fornire una spiegazione definitiva dell’opera. Si tratta di creare le condizioni affinché il visitatore possa sostare di fronte ad essa, formulare domande e riconoscere il modo in cui la propria esperienza interferisce con ciò che vede. Tra il discorso elaborato dal museo e la percezione individuale si apre uno spazio di negoziazione. È in questo spazio che Carla opera.
L’esperienza quotidiana le permette inoltre di cogliere le resistenze del pubblico. Molti visitatori arrivano ancora al museo convinti che l’arte si esaurisca nella pittura o negli oggetti consacrati dalla Storia dell’arte. Di fronte a una videoinstallazione, a una performance o a un’opera prodotta con l’intelligenza artificiale, la prima reazione può essere il rifiuto.
Carla individua in questa difficoltà un problema di educazione e di strumenti interpretativi. In uno degli episodi da lei raccontati, alcuni bambini hanno reagito con naturalezza e curiosità a un’installazione video, senza chiedersi se potesse o meno essere considerata arte.
Gli adulti, al contrario, cercano spesso categorie già note prima di concedersi l’esperienza dell’opera. Per Carla, la mediazione diventa necessaria proprio perché può interrompere questo giudizio automatico.
La sua riflessione sul video prende avvio dalla storia del medium, ma approda a questioni profondamente contemporanee. Commentando la mostra Signals: How Video Transformed the World, presentata al MoMA, Carla osserva che il video non può più essere pensato soltanto come una tecnologia artistica nata negli anni Sessanta e Settanta. Oggi viviamo circondati da schermi, trasmissioni, telefoni cellulari, sistemi di sorveglianza e archivi di immagini. Il video concorre alla formazione delle idee politiche, alla circolazione della disinformazione, alla produzione di prove e alle pratiche di resistenza.
Questa presenza diffusa modifica anche il modo in cui le opere vengono prodotte e recepite. L’immagine verticale del cellulare, la trasmissione in diretta, le telecamere della polizia e i sistemi automatizzati di riconoscimento non sono più strumenti esterni all’arte. Sono diventati parte della materia stessa con cui lavorano gli artisti.
Analizzando un’installazione di American Artist, Carla mostra come le immagini prodotte dalle telecamere della polizia inducano lo spettatore ad assumere il punto di vista di chi sorveglia. L’opera mette inoltre in discussione i sistemi di polizia predittiva costruiti a partire da banche dati umane, cariche di pregiudizi razziali e sociali. La tecnologia, in questo caso, non appare come un meccanismo neutrale: riproduce le scelte e le distorsioni di chi la programma.
In Unsupervised, di Refik Anadol, Carla individua un altro modo di interrogare il rapporto tra tecnologia, archivio e autorialità. Realizzata a partire dai dati della collezione del MoMA, l’installazione impiegava l’intelligenza artificiale per generare ininterrottamente immagini che non venivano archiviate. L’artista stabiliva le condizioni iniziali, ma il sistema produceva risultati che sfuggivano al suo controllo diretto.


Carla non reagisce all’opera né con entusiasmo acritico né con rifiuto. Ciò che le interessa è l’ambivalenza. Da un lato, la possibilità di una collaborazione tra l’artista e l’intelligenza artificiale; dall’altro, le questioni relative all’autorialità, all’archiviazione, al consumo energetico e all’impatto ambientale. La sua lettura non mira a chiudere il dibattito, ma a riconoscere che la trasformazione tecnologica impone nuove domande sul ruolo dell’artista.
La tensione tra visibilità e sparizione riemerge nella sua analisi di Going Dark: The Contemporary Figure at the Edge of Visibility, al Guggenheim Museum. In una società in cui corpi, volti e spostamenti vengono continuamente registrati, essere visibili può significare riconoscimento, ma anche controllo. Sottrarsi allo sguardo può rappresentare tanto una forma di cancellazione quanto una strategia di difesa.
Carla collega questa questione al lavoro di Sondra Perry, nel quale un programma tenta di cancellare digitalmente il corpo dell’artista stessa. Restano errori, movimenti incompleti e tracce di una presenza che il sistema non riesce a eliminare del tutto. L’opera permette di interrogare la cancellazione storica degli artisti neri, delle donne, delle persone trans e di chi appartiene alla comunità queer, ma anche la loro capacità di persistere di fronte alle strutture che tentano di renderne invisibile la presenza.

La collaborazione con Amanda Guest si è sviluppata attraverso progetti nei quali arte e architettura instaurano un dialogo diretto. Per Amanda Guest: Inhabit, ospitata nel 2024 negli spazi di TenBerke Architects, Carla Abraão ha curato la selezione delle opere, l’allestimento e il testo curatoriale. Nelle fotografie che accompagnano questo articolo compare la stessa Amanda Guest durante l’installazione delle proprie opere.
Nel 2025, la ricerca è proseguita con Amanda Guest: Give the Wall, presso lo Studio Delson, fondato dall’architetta Perla Delson, laureata alla Yale School of Architecture, dove Carla ha collaborato come consulente curatoriale.
Il percorso continua ora con una mostra dedicata a Leticia Wouk Almino, artista e architetta brasiliana anch’essa formatasi alla Yale School of Architecture. L’esposizione, ospitata negli spazi di TenBerke Architects, inaugurerà il 15 settembre 2026, dalle 18 alle 20, a New York. Attraverso questa collaborazione, Carla torna a interrogare i temi dell’abitare, della memoria e delle relazioni tra spazio architettonico, identità e appartenenza.
Già in Brasile, nel 2017, Carla aveva fatto parte del gruppo curatoriale di Dimas Ricardo: Entremeios e aveva partecipato alla realizzazione di una mostra dedicata al 110º anniversario dell’immigrazione giapponese.
Un altro capitolo importante del suo percorso è stato la partecipazione alla creazione dell’Acervo Bajubá, organizzazione dedicata alla conservazione della memoria e della cultura LGBT brasiliana. Tra il 2010 e il 2014, Carla ha collaborato alla ricerca, all’acquisizione e alla digitalizzazione di un fondo composto da migliaia di riviste, libri, giornali, documenti e opere.
Questa esperienza aiuta a comprendere perché archivio e visibilità occupino un posto così importante nel suo pensiero. Preservare non significa soltanto conservare degli oggetti. Significa anche intervenire su ciò che potrà essere ricordato e sulle storie che rimarranno accessibili in futuro.
Negli ultimi anni, Carla ha ampliato la propria attività attraverso incontri pubblici e collaborazioni artistiche. Nel 2025 ha moderato l’incontro con le partecipanti di Thresholds: Reimagining Domesticity, Labor, and Identity, alla PS122 Gallery. La mostra riuniva lavori di Santina Amato, Katya Grokhovsky, Woomin Kim e Barbara Weissberger attorno al lavoro domestico, al corpo, all’identità e all’instabilità dell’idea di casa.
Carla non era la curatrice della mostra. Il suo compito era guidare il dialogo tra le artiste e avvicinare pratiche diverse senza appiattirne le specificità. Questa distinzione è importante, perché mostra come un’esposizione si costruisca anche attraverso le conversazioni che riesce a generare.
La collaborazione con Santina Amato ha assunto anche una dimensione fisica e performativa. Carla ha partecipato come dough maker a Portraits of Women with Their Weight in Dough, progetto nel quale l’impasto del pane si fa materia scultorea e metafora del corpo femminile, della cura, del lavoro e del contenimento. Ha inoltre contribuito alla performance conclusiva di Flowers Will Die, presentata nell’ambito della sesta AIM Biennial al Bronx Museum, nel 2024.

Carla sostiene che l’arte non debba aspettare il museo. Nelle piccole città o in contesti privi di istituzioni consolidate, il video può abitare facciate, strade, cinema, telefoni cellulari, dirette streaming, appartamenti e spazi temporanei. A New York, Carla segue gallerie nate all’interno di abitazioni, da gruppi di artisti che hanno trasformato temporaneamente un soggiorno in spazio espositivo.
Questa prospettiva orienta anche il suo interesse a creare collegamenti tra gli artisti brasiliani e il circuito newyorkese. Carla riconosce le difficoltà imposte dalla distanza, dalla lingua e dal trasporto delle opere, ma insiste sull’importanza di fare rete, presentare portfolio, partecipare a gruppi di critica e occupare spazi alternativi.
Il suo percorso, dunque, non si lascia racchiudere in un’unica funzione. Carla Abraão si muove tra l’aula, l’archivio, il museo, lo studio d’artista, la conversazione pubblica e lo spazio espositivo. In ciascuno di questi luoghi cerca di comprendere come l’arte venga prodotta, presentata, conservata e condivisa.
Più che occupare una posizione di fronte all’opera, Carla costruisce percorsi per raggiungerla. La sua pratica suggerisce che curatela ed educazione museale abbiano un’origine comune: entrambe cominciano dall’attenzione. Attenzione all’artista, alla materia, allo spazio e ai diversi modi in cui un’opera può essere percepita. Ma questa attenzione non è passiva. Richiede anche di riconoscere che, prima che il museo legittimi una trasformazione, quasi sempre c’è un artista che l’ha già messa in moto.

Carla Abraão è una storica dell’arte e curatrice indipendente brasiliana, con base a New York. È laureata in Cinema e Fotografia e ha conseguito un master in Storia dell’Arte presso l’Università dello Stato di Santa Catarina, sviluppando una ricerca dedicata alle installazioni site-specific nell’arte contemporanea.
Svolge attività didattica presso alcune delle più prestigiose istituzioni museali newyorkesi, tra cui il Museum of Modern Art (MoMA), il Solomon R. Guggenheim Museum e il Brooklyn Museum.Su Instagram è possibile seguire il suo nuovo progetto dedicato all’arte site-specific a New York: @sitespesificnyc.

