IRIO DE PAULA

Il Maestro della chitarra brasiliana

di Andy Simoniello

Quando si fa il nome di IRIO DE PAULA, ci si riferisce a uno dei chitarristi brasiliani più qualificati e talentuosi, specializzato nei generi brasiliani e sudamericani come bossa nova e samba. E’ stato uno straordinario chitarrista, fra l’altro autodidatta, dotato di tecnica e feeling trascendenti che lo facevano ritenere un maestro, o meglio, ” il Maestro ” da parte di tutti i musicisti (non solo chitarristi) che “lavoravano” nel genere brasiliano. Tutta la sua musica (stile strumentale, composizione, senso del ritmo) proviene dalle più pure ed autentiche origini brasiliane e si colloca a pieno titolo nell’eredità culturale brasiliana allo stesso modo in cui il jazz, le cui radici sono le stesse, si colloca nell’eredità culturale afro-americana. Ha suonato sia acustico che elettrico con la medesima scioltezza, bravissimo tanto sulla sei, sulla sette che sulla dodici corde ed è stato probabilmente uno dei migliori suonatori al mondo di cavaquinho (strumento tipico brasiliano: una piccola chitarra con quattro corde).

Irio De Paula, nome completo Irio Nepomuceno De Paula nasce a Rio de Janeiro il 10 maggio 1939 e muore a Roma il 23 maggio 2017 a quasi 78 anni. Fra le prime esperienze, fece parte del quintetto “Os Pinguins de Bangù”, formato dai 5 fratelli De Paula. Ottenne un contratto di due mesi in un locale di Copacabana, esperienza che gli fornì l’opportunità di venire a contatto con molti musicisti che frequentavano la zona e gli diede il modo di incontrare anche il sassofonista jazz Stan Getz, a quel tempo frequentatore dell’ambiente musicale carioca. Ma la soffocante atmosfera della dittatura militare lo indusse a lasciare il Paese di origine e a trasferirsi in Europa come altri musicisti brasiliani esuli. Così a metà degli anni settanta approdò in Italia al seguito della cantante Elza Soares, insieme al percussionista Mandrake e al batterista Afonso Vieira, facendo presto conoscere il proprio straordinario talento che lo portò, come sessionman, a collaborare in numerose incisioni discografiche. Sono tantissimi e famosissimi i musicisti con cui ha collaborato, sia nei dischi che in concerti: Chico Buarque De Hollanda, Ennio Morricone, Sergio Mendes, Elza Soares, Baden Powell, Eumir Deodato, Astrud Gilberto, Gato Barbieri, Chet Baker, Tal Farlow, Archie Shepp, Hugo Heredia, Dodo Goya, Sal Nistico, Steve Grossman, Dannie Richmond, Archie Shepp, Don Pullen, Ray Mantilla e tanti altri ancora. Ha pubblicato più di 60 album a proprio nome.

Negli anni ’70, concluso il tour europeo con la cantante brasiliana Elza Soares (e dopo aver partecipato, col proprio trio, al Festival Jazz di Pescara in apertura del concerto di Ella Fitzgerald!) decide di stabilirsi in Italia. Da allora è stato ospite dei principali programmi musicali della TV italiana. E’ in questi programma TV che spesso usava il caratteristico modo (divertente anche da vedere!) nell’appoggiare il mento nel pugno della mano destra mentre faceva suonare le corde unicamente con la mano sinistra. Nella colonna sonora film/cult “L’ultima neve di primavera” di Franco Micalizzi ha suonato e cantato “A criança”. Ha partecipato a numerosissime rassegne e festival Jazz: si è esibito, sia da solo che in trio, nei più prestigiosi e gloriosi Teatri, dal Sistina di Roma al Petruzzelli di Bari, al Piccolo Regio di Torino, al Metastasio di Prato, al Rossini di Pesaro, al Politeama Greco e al Paisiello di Lecce, al Festival Internazionale Jazz Tabarka in Tunisia, alla 30° edizioneUmbria Jazz; a New York si è esibito al “Birdland” sia da solo che come ospite del trombettista brasiliano Claudio Roditi e con David Sanchez. Una delle più famose formazioni con cui suonava era formato dal batterista Afonso Vieira e dal contabbassista romano Alessio Urso.

Usava nei concerti anche la mitica Gibson ES 175. Così in intervista rispose a Bruno Ritchie:

“E’ sempre una gran bella chitarra e oggi suona meglio di quando era più giovane. La amplifico con quello che trovo sul posto. Se è possibile, preferisco collegarla ad amplificatori valvolari degli anni 60/70. Mi piace molto il suono dei vecchi Fender Twin dai quali si riesce a tirare fuori quelle timbriche favolose e inimitabili. Comunque suono la chitarra elettrica solo quando mi esibisco con il trio o con il quartetto. Se sono da solo, uso solo l’elettroacustica”.

Durante gli spostamenti per i concerti, se capitavano in esposizione anche stand di dischi, la sua manager Isa Fontana andava sempre in ricerca degli LP di Irio.

Irio De Paula era una persona molto affabile e disponibile al dialogo con le persone che lo contattavano, sia durante i concerti che sui social.


PRECISAZIONE BIOGRAFICA DELLA REDAZIONE

Nel testo dell’autore Roma viene indicata come luogo della morte di Irio De Paula. Tuttavia, secondo una notizia pubblicata in Brasile il 29 maggio 2017, il musicista morì il 23 maggio 2017 nella propria abitazione nel quartiere di Campo Grande, a Rio de Janeiro, e fu sepolto il giorno successivo nel cimitero dello stesso quartiere. La precisazione viene riportata per correttezza documentaria, senza modificare il testo originale dell’autore.


RIFLESSIONE DELLA REDAZIONE

Il Brasile che l’Italia ha saputo ascoltare

© Foto di Vilma Bieniek, scattata durante la prima edizione del Rocca Jazz, 2014 – Roccamonfina (CE), Italia.

Ci sono artisti la cui grandezza supera i confini del proprio Paese, ma che, paradossalmente, non ricevono nella terra d’origine il riconoscimento che meriterebbero. Irio De Paula è stato uno di questi.

Nato a Rio de Janeiro nel 1939, Irio è stato uno dei più straordinari chitarristi brasiliani della sua generazione. Autodidatta, padrone di una tecnica eccezionale e di una sensibilità musicale rara, ha saputo trasformare la chitarra in una voce capace di raccontare l’anima del Brasile, dalle radici popolari del samba alla raffinatezza della bossa nova, fino al linguaggio universale del jazz.

Fu la grande Elza Soares, una delle voci più potenti e rivoluzionarie della musica brasiliana, a contribuire in modo decisivo al suo incontro con l’Europa. Accompagnandola in tournée, Irio arrivò in Italia, dove il suo talento trovò un pubblico appassionato e un ambiente musicale pronto ad accoglierlo. Quello che inizialmente era un viaggio professionale si trasformò in un legame profondo e duraturo con il Paese.

L’Italia divenne così la sua seconda patria artistica. Qui Irio costruì una carriera straordinaria, collaborando con protagonisti della musica internazionale come Chico Buarque, Ennio Morricone, Sérgio Mendes, Baden Powell, Astrud Gilberto, Eumir Deodato, Gato Barbieri, Chet Baker, Archie Shepp e Tal Farlow, oltre a numerosi altri grandi musicisti.

Eppure, nonostante una discografia vastissima e una carriera riconosciuta nei principali ambienti jazzistici internazionali, il suo nome rimane relativamente poco conosciuto dal grande pubblico brasiliano. Una dimenticanza culturale che merita una riflessione: quanti artisti brasiliani hanno trovato all’estero lo spazio e l’ascolto che il proprio Paese non ha saputo offrire loro?

Irio De Paula non ha mai smesso di essere profondamente brasiliano. Anche dopo decenni trascorsi in Italia, la sua musica continuava a custodire quella particolare combinazione di gioia, malinconia, ritmo e saudade che appartiene alla migliore tradizione musicale del Brasile.

La sua morte a Rio de Janeiro, la stessa città in cui era nato, chiude simbolicamente un percorso umano e artistico che aveva unito due Paesi attraverso la musica.

Pubblichiamo il testo di Andy Simoniello come omaggio a un musicista di immensa sensibilità e come invito a riscoprire un protagonista della cultura brasiliana che ha contribuito in modo straordinario al dialogo musicale tra Brasile e Italia.

Ricordare Irio De Paula significa anche ricordare che la cultura di un Paese appartiene al mondo, ma che nessun Paese dovrebbe dimenticare i propri grandi artisti.