Un dialogo sull’arte come esperienza umana.
Intervista e redazione: Redazione Anitart
A cura di: Vilma Bieniek
Fabio Fiorillo è un interprete, cantante e uomo di teatro originario di San Giorgio a Cremano, profondamente legato all’area vesuviana e al Borgo Casamale di Somma Vesuviana, luogo che ha scelto come spazio umano e culturale della propria appartenenza. La sua ricerca artistica nasce dall’incontro tra la tradizione musicale partenopea, il teatro, il rock e altri linguaggi contemporanei, in un percorso che considera la memoria non come qualcosa da conservare passivamente, ma come materia viva da interrogare e trasformare.
Nel suo lavoro, la dimensione scenica non è separata dall’impegno sociale. Accanto ai concerti e agli spettacoli, Fiorillo ha sviluppato una lunga esperienza come educatore e operatore teatrale in contesti penitenziari, partecipando a laboratori e progetti nei quali il teatro diventa strumento di espressione, consapevolezza e ricostruzione dell’autostima. È stato coinvolto, tra l’altro, in attività nel carcere di Poggioreale e nella casa circondariale di Arienzo, anche come interprete, collaboratore alla regia e responsabile degli arrangiamenti musicali eseguiti dal vivo.
La sua sensibilità è fortemente segnata dallo studio e dall’eredità culturale di Roberto De Simone, punto di riferimento per una concezione della tradizione napoletana capace di unire ricerca, rito, musica popolare e teatro. Nelle sue interpretazioni, Fiorillo attraversa la canzone classica napoletana, la chanson francese e le sonorità del rock, cercando continuamente un equilibrio tra radici e libertà espressiva.
In questa conversazione con Anitart, Fabio Fiorillo non parla soltanto del proprio percorso artistico. Riflette sul valore dell’arte dal vivo, sul rapporto tra tecnologia e presenza, sulla dignità della tradizione, sull’esperienza educativa nel carcere e sulla responsabilità dell’artista. Al centro delle sue parole emerge una domanda essenziale: che cosa ci rende davvero umani? La sua risposta attraversa l’emozione, la fiducia, la memoria, la libertà e, infine, il modo in cui scegliamo di utilizzare il nostro tempo.

- Nel corso del suo percorso come musicista, educatore e uomo profondamente legato al proprio territorio, c’è stato un momento in cui ha compreso che l’arte poteva trasformare una vita, e non soltanto emozionare? Qual è stato quel momento?
La consapevolezza che l’arte abbia un’importanza fondamentale nella vita di ognuno di noi non ci viene rivelata soltanto dagli artisti. Appartiene a tutti. Ognuno di noi lega le proprie emozioni, i propri ricordi, le proprie speranze, i propri tormenti e perfino la propria disperazione a una canzone, a un’immagine, a un’opera. Questo può farlo chiunque: un operaio, un ingegnere, un insegnante, un musicista.
L’artista ha semplicemente il compito di rendere oggettiva questa esigenza che nasce dal profondo dell’essere umano. Tutti noi sentiamo il bisogno di rendere la nostra vita concreta, visibile, quasi tangibile.
Di questo mi sono reso conto molto presto. Probabilmente già da bambino, quando cantavo, anche se allora non possedevo ancora la consapevolezza né le parole per spiegare ciò che provavo. Con il tempo ho capito che quella sensazione aveva un nome.
Ricordo che, negli anni Ottanta, quando ero adolescente, una canzone mi colpì profondamente: “Se un giorno credi”, interpretata da Edoardo Bennato, con testo di Patrizio Trampetti. Quel brano mi ha cambiato. Non soltanto per l’orchestrazione, ma soprattutto per la sua forza poetica. È stato in quel momento che ho preso realmente contatto con il potere dell’arte.
Sono convinto che l’arte possa trasformare la vita e renderla migliore, a una condizione: che non venga ridotta a un prodotto da supermercato, a un semplice oggetto di consumo.
Ogni persona che riesce ancora a emozionarsi davanti a un brano musicale, a un dipinto, a uno spettacolo teatrale o a qualsiasi altra forma d’arte, in quel momento sta crescendo. Ogni emozione autentica colma un vuoto che, credo, appartenga naturalmente alla condizione umana. Ed è proprio in quello spazio che l’arte continua ad avere la sua funzione più profonda.

- Lei opera in contesti molto diversi tra loro: il palcoscenico, la comunità e il carcere. Che cosa le hanno insegnato queste esperienze sull’essere umano, che forse un artista non scoprirebbe restando soltanto nel mondo dell’arte?
La scelta di portare l’arte, o comunque la mia sensibilità artistica, all’interno di luoghi di sofferenza non è stata propriamente una scelta. Mi ci sono ritrovato in modo del tutto naturale. Da una parte il palcoscenico, i concerti, il teatro; dall’altra il carcere e le comunità di recupero per le tossicodipendenze.
Queste due realtà, che rappresentano due fondamentali serbatoi della mia vita emotiva e intellettuale, sono profondamente collegate: l’una nutre l’altra.
Stare sul palcoscenico, avere davanti una platea, vivere la magia del teatro mi dà l’energia di cui ho bisogno quando entro in quei luoghi di grande sofferenza. Allo stesso tempo, quando sono in carcere, mi rendo conto di quanto sia necessario mantenere i piedi ben saldi a terra. Lì comprendo che non esistono soltanto gli applausi, le luci e la ribalta, ma esiste anche un’altra verità, davanti alla quale non possiamo chiudere gli occhi.
Questa esperienza mi aiuta a vivere l’arte in modo diverso e, allo stesso tempo, a svolgere il mio lavoro umano con una consapevolezza diversa.
La differenza sostanziale è questa: sul palcoscenico lavoro con persone che hanno il compito di indossare una maschera, di interpretare un personaggio. In carcere, invece, il mio compito è esattamente l’opposto: aiutare le persone a togliere la maschera e a rivelarsi per ciò che sono davvero.
Il vero miracolo, per un artista, avviene proprio lì. Accade quando scopre che le interpretazioni più autentiche non appartengono necessariamente al teatro, ma possono nascere nel momento in cui una persona lascia cadere la propria maschera. In quell’istante emerge la parte più profonda e autentica dell’essere umano.
Chi ha commesso un reato rimane una persona. Chi ha vissuto una dipendenza rimane una persona. Sono condizioni della vita, ma non esauriscono l’identità di un individuo. Ognuno porta dentro di sé una parte buona. Non è importante discutere se sia una visione religiosa o meno; ciò che conta è riuscire a riconoscere quella parte e, soprattutto, aiutare ciascuno a riconoscerla dentro di sé.
Credo che anche questo faccia parte del compito di un artista. Non basta partire per il viaggio della creazione: bisogna avere il coraggio di compiere anche il viaggio di ritorno, quello che riporta sempre all’essere umano.

- Viviamo in un’epoca segnata dalla velocità, dalla tecnologia e dalla comunicazione istantanea. Secondo lei, che cosa l’arte è ancora capace di custodire che nessuna tecnologia potrà mai sostituire?
Questa è una domanda straordinaria. Mi chiede che cosa l’arte sia ancora capace di custodire e che nessuna tecnologia potrà mai sostituire.
La mia risposta è semplice: l’esperienza dal vivo.
E quando parlo di “dal vivo” non mi riferisco soltanto all’assenza di effetti, di autotune o di qualsiasi altro strumento tecnologico. Parlo dell’incontro reale tra l’artista e il pubblico. È lì che accade qualcosa di irripetibile, quasi miracoloso. E questo, a mio avviso, nessuna tecnologia potrà mai sostituirlo.
La tecnologia ha certamente un ruolo importante. Tra le sue tante funzioni c’è anche quella di dare visibilità a molte persone. Oggi può accadere che qualcuno, pur senza una profonda consapevolezza artistica, riesca comunque a raggiungere un grande pubblico. Fa parte del nostro tempo.
Ma continuo a credere che esista una differenza profonda tra la notorietà e la grandezza artistica. Non credo, ad esempio, che un artista cresciuto esclusivamente nell’epoca della tecnologia possa essere paragonato a una figura come David Bowie. Non è un giudizio sulle persone, ma sul contesto culturale in cui nasce un’opera.
Lo stesso vale per il teatro di Roberto De Simone. Le sue opere vivevano della presenza: orchestra, canto, recitazione, tutto rigorosamente dal vivo. Il pubblico entrava realmente in un mondo parallelo, credibile, nel quale accadevano esperienze autentiche. Mi domando fino a che punto la tecnologia possa davvero ricreare una condizione simile. Personalmente, credo che non possa farlo.
Naturalmente dobbiamo vivere il nostro tempo e accogliere l’evoluzione, perché il cambiamento fa parte della vita. Ma questo non significa smettere di riconoscere il valore di Mozart, di Galileo, di Leonardo da Vinci o di tutti coloro che hanno lasciato opere destinate a superare il tempo.
Andy Warhol poteva anche disegnare tutti i baffi che voleva sulla Gioconda, ma la Gioconda continuerà a essere la Gioconda. Ci sono opere e esperienze che, proprio per la loro autenticità, rimangono irripetibili.
Questo, almeno, è ciò che penso.


- Una parte importante del suo percorso è legata alla tradizione napoletana. Per lei, la tradizione significa conservare il passato oppure trovare nuovi modi per mantenerlo vivo?
Conservare il passato e trovare nuovi modi per raccontarlo non sono due esigenze in contrasto. Al contrario, sono profondamente complementari.
Sapere da dove veniamo ci permette di comprendere meglio il presente e, forse, di intuire la direzione verso cui desideriamo andare. Ma perché una tradizione continui a vivere non basta custodirla: bisogna anche trovare linguaggi nuovi capaci di trasmetterla alle generazioni successive.
Credo che non esista un unico modo di fare le cose. Esistono, invece, mille modi per raggiungere lo stesso obiettivo. Per questo motivo è giusto sperimentare. Alcuni tentativi saranno meno riusciti, altri più convincenti, altri ancora davvero efficaci. Fa parte del percorso.
Quello che, invece, considero pericoloso è ridurre un patrimonio culturale di straordinaria ricchezza a un prodotto facilmente consumabile. Una tradizione millenaria come quella napoletana, costruita attraverso secoli di storia, di poesia, di musica e di pensiero, non può essere proposta come un prodotto commerciale destinato indistintamente a tutti, quasi fosse una Coca-Cola.
Se vogliamo trovare un termine di paragone per la nostra tradizione, dobbiamo guardare a qualcosa di molto più nobile. Oggi, purtroppo, in alcuni casi essa appare inflazionata e perfino mortificata. Eppure esistono esperienze artistiche che dimostrano come sia possibile valorizzarla senza tradirla.
Penso, naturalmente, all’opera di Roberto De Simone. Il suo lavoro rappresenta uno dei modi più autentici di custodire la memoria culturale napoletana: non la cristallizza, non la impoverisce, ma la restituisce nella sua complessità, lucidandola e mantenendola viva, brillante e capace di parlare ancora al presente.

- Nella sua esperienza, il senso di appartenenza a un luogo rafforza la libertà creativa o può talvolta diventare un limite? Come riesce a conciliare radici e libertà?
Ho sempre pensato che il senso di appartenenza sia una delle espressioni più autentiche della libertà.
Mi sento libero proprio perché posso vivere pienamente ciò che appartiene alla mia storia: essere napoletano, abitare nell’area vesuviana, riconoscermi in una tradizione che mi precede. Non avverto alcun conflitto tra le mie radici e la libertà personale. Per me queste due dimensioni non sono opposte: convivono naturalmente.
Naturalmente ognuno costruisce la propria risposta a partire dalla propria esperienza e dal proprio percorso. Nel mio caso, dedicarmi alla tradizione partenopea non ha mai significato chiudermi dentro un solo orizzonte culturale.
Sono cresciuto ascoltando anche i Portishead, seguendo il rock, interessandomi a mondi musicali molto diversi. Continuo ad amare artisti contemporanei e a lasciarmi incuriosire da linguaggi lontani dal mio. La mia appartenenza non mi ha mai impedito di esplorare altri universi; al contrario, mi ha dato gli strumenti per farlo con maggiore sincerità e profondità.
È proprio conoscendo bene la mia tradizione che riesco a riconoscere affinità con altre culture. Per esempio, percepisco chiaramente una differenza tra la musica del Nord e quella del Sud del mondo. E trovo straordinario quanto la canzone classica napoletana dialoghi con molte espressioni musicali dell’America Latina o con il Fado portoghese. Sono linguaggi nati in contesti diversi, ma attraversati dalla stessa intensità emotiva, dalla stessa nostalgia, dallo stesso modo di raccontare la vita.
Forse è questo il dono più grande delle radici: non costruire confini, ma offrire nuove chiavi per aprire altre porte. Quando si conosce davvero la propria storia, diventa più facile riconoscere quella degli altri e scoprire che, al di là delle differenze, esistono emozioni che parlano una lingua universale.
6. Come educatore all’interno del sistema penitenziario, incontra persone che portano con sé storie complesse. L’arte può davvero aprire un cammino di trasformazione oppure rivela semplicemente ciò che esiste già dentro ogni individuo?
Durante i lunghi anni in cui ho lavorato come educatore nel carcere di Poggioreale, a Napoli, ho incontrato una popolazione detenuta molto simile, per molti aspetti, a quella che si incontra fuori.
Poggioreale è una microsocietà, una piccola fotografia di ciò che accade nel mondo esterno. Anche lì esistono persone con capacità profonde, spesso rimaste sommerse. Ho incontrato ragazzi che avrebbero potuto avere un percorso completamente diverso, e forse anche un grande successo, se fossero stati seguiti maggiormente, se avessero avuto famiglie più attente e più sensibili alle loro inclinazioni.
Quando mi sono trovato davanti a persone di questo tipo, ho capito quanto fosse importante portare alla luce ciò che non era mai stato riconosciuto. Scoprire un talento nascosto, una capacità ignorata o un’attitudine mai valorizzata può produrre un beneficio reale. Significa restituire a una persona una parte di sé che, fino a quel momento, era rimasta invisibile.
Nei luoghi di sofferenza, l’arte crea uno spazio diverso. Penso soprattutto ai laboratori espressivi organizzati all’interno del carcere. In quel momento si stabilisce una sorta di contratto tacito di fiducia: una fiducia nei confronti dell’educatore, ma soprattutto verso se stessi.
Accrescere l’autostima in un luogo simile significa, prima di tutto, aiutare una persona a resistere. In un carcere duro e complesso come quello di Poggioreale, non si può pretendere che chi vi è rinchiuso raggiunga una condizione di benessere. A volte il massimo che si può chiedere è la possibilità di conservare un livello minimo di resistenza umana e psicologica.
Per questo il lavoro educativo ha un valore enorme, non soltanto per chi lo svolge, ma soprattutto per i detenuti. Serve a rafforzare l’autostima, a stimolare l’intelletto e a riportare alla luce pensieri che, all’interno del carcere, rischiano di essere progressivamente annientati.
La pena, infatti, non consiste soltanto nel rinchiudere un corpo dentro una cella. Può arrivare a colpire anche la capacità di ragionare, di immaginare, di costruire un pensiero autonomo.
È proprio in questo spazio che interviene l’arte. L’arte ti costringe a pensare nuovamente, a rimetterti in discussione, a ritrovare parole dimenticate.
In carcere, la quotidianità può diventare estremamente ripetitiva: si parla continuamente dell’avvocato, del magistrato, del processo, della pena, degli stessi problemi. Il linguaggio si restringe e con esso rischia di restringersi anche il pensiero.
L’arte rompe questa ripetizione. Interrompe il meccanismo dell’alienazione e restituisce, almeno per un momento, la possibilità di tornare a essere una persona capace di pensare, sentire e immaginare.

- Se potesse trasmettere un solo insegnamento alle nuove generazioni di artisti, quale sarebbe? Che cosa ritiene essenziale affinché l’arte continui ad avere un valore umano e non soltanto estetico?
Se dovessi dare un suggerimento alle nuove generazioni di artisti, partirei proprio da ciò che questa domanda lascia intuire: non fermarsi mai all’involucro.
Altrimenti si rischia di assomigliare a un uovo di Pasqua: splendido all’esterno, avvolto in una carta scintillante, ma vuoto dentro. Eppure è proprio ciò che contiene al suo interno a dargli significato.
Quel vuoto va riempito di idee, di pensiero, di contenuti.
Credo che gli artisti abbiano bisogno di recuperare una maggiore tensione ideale. Dovrebbero interessarsi seriamente anche alla politica, non nel senso della propaganda, ma come esercizio di consapevolezza civile: conoscere ciò che accade, distinguere il bene dal male, interrogarsi sul mondo in cui vivono.
Molta della produzione artistica contemporanea, spesso costruita per un consumo immediato, è anche il riflesso di una cultura che privilegia la velocità e la superficialità. È un’arte prêt-à-porter, da consumare rapidamente, come un caffè preso da un distributore automatico. Funziona nell’immediato, ma raramente lascia qualcosa.
Per questo inviterei i giovani artisti a non accontentarsi del tormentone estivo, della melodia accattivante o della rima facile. Tutto questo può esistere, naturalmente. La storia della poesia dimostra che la rima è stata uno straordinario strumento espressivo. Ma la forma, da sola, non basta: deve essere sostenuta da un contenuto capace di parlare davvero alle persone.
Detto questo, non amo fare propaganda né impartire lezioni. Ho già una responsabilità molto concreta: quella delle mie scelte.
Io sono un interprete, non un autore. E proprio per questo sento il dovere di scegliere con attenzione ciò che canto e ciò che decido di non cantare. Non tutto può appartenere alla mia voce.
Forzare un’interpretazione soltanto perché può avere successo significherebbe mancare di rispetto alla musica, all’arte e, in fondo, anche a me stesso. Ogni artista ha il dovere di riconoscere il proprio limite e di restare fedele a ciò che sente autenticamente suo. È anche da questa fedeltà che nasce la dignità dell’arte.
- Vorrei concludere con una domanda semplice, ma forse la più difficile: dopo tutto ciò che ha vissuto come artista, educatore e cittadino, che cosa crede ci renda davvero umani?
Che cosa ci rende davvero umani?
Credo che la risposta sia il tempo. O, meglio ancora, l’uso che scegliamo di farne.
Per una lunga parte della vita viviamo come se fossimo immortali. Accade soprattutto quando siamo giovani. Poi, superata una certa età, iniziamo lentamente a comprendere che il tempo non è infinito. All’inizio è soltanto un dubbio. Più tardi diventa una consapevolezza.
Quando ci accorgiamo che la nostra data di nascita è ormai più lontana di quanto non lo sia quella della fine, inevitabilmente cambiano anche le nostre priorità. Cominciamo a fare i conti con ciò che abbiamo vissuto, con i rimpianti, con le soddisfazioni, con ciò che abbiamo costruito e con ciò che abbiamo lasciato incompiuto.

È in quel momento che il tempo acquista il suo vero valore.
Lo dico come artista, come educatore e come cittadino: ciò che ci rende veramente umani è il modo in cui impieghiamo il nostro tempo.
Anche l’arte, in fondo, è tempo. Quando salgo su un palcoscenico, quando canto o quando recito, tutto è scandito da un ritmo. Il teatro concentra il tempo della vita; una canzone racchiude, in pochi minuti, un’intera storia. Ogni forma d’arte nasce dal tempo e nel tempo trova il proprio significato.
Per questo credo che il modo in cui scegliamo di vivere le nostre giornate finisca per definire ciò che siamo. È il tempo a fare di noi un artista, un educatore, un cittadino. Non il titolo che portiamo, ma il modo in cui decidiamo di abitare ogni istante.
Possiamo anche illuderci che nulla abbia davvero importanza, che tutto possa essere rimandato o che non valga la pena impegnarsi. Ma, mentre lo pensiamo, il tempo continua comunque a scorrere. L’orologio non si ferma per nessuno.
E, alla fine, il confronto non sarà con gli altri, ma con noi stessi. Saremo chiamati a domandarci come abbiamo scelto di vivere il tempo che ci è stato affidato.
Forse è proprio questa la responsabilità più grande dell’essere umano: fare del tempo non qualcosa da consumare, ma qualcosa da trasformare in vita.

