Di Vilma Bieniek
In un tempo che sembra chiedere a tutti un’opinione immediata, una presa di posizione continua e una risposta pronta a ogni avvenimento, il lavoro di Gianluca Varone sceglie un altro ritmo. Non rinuncia al presente, né ignora le sue inquietudini; piuttosto, le attraversa con attenzione, senza trasformare ogni immagine in uno slogan.
Maestro di scuola primaria, sassofonista, praticante di aikidō e autore di fumetti, Varone vive da più di vent’anni nell’area bolognese. La sua formazione al DAMS di Bologna e gli studi di fumetto e illustrazione si intrecciano con esperienze quotidiane che non restano ai margini della sua opera: la scuola, la musica, il corpo disciplinato dell’aikidō, le relazioni di quartiere, la memoria civile e l’osservazione dei paesaggi.
I suoi lavori non sono autobiografici in senso stretto. L’autore stesso rifiuta l’autobiografismo come confessione personale. Eppure, ogni fumetto nasce da una geografia vissuta. La Campania degli anni giovanili, Bologna e la sua provincia, Castel Maggiore, gli ambienti della scuola e delle arti marziali: sono luoghi che entrano nelle immagini non come semplici scenografie, ma come presenza concreta. Se Varone avesse abitato altrove, probabilmente avrebbe disegnato altri cieli, altre persone, altre storie.


Il primo dei suoi fumetti, realizzato insieme allo scrittore campano Emiliano Di Marco, prende forma dal legame con un territorio compreso tra Napoli e Caserta. Le storie, poi raccolte nell’albo Che ci sta ’cca dint’?, possiedono una misura breve e poetica. Sono racconti capaci di avvicinarsi a una realtà complessa senza trasformarla in morale. Varone traduce questa scrittura in un segno leggero, in immagini che non appesantiscono il racconto ma lo accompagnano: figure, gesti, paesaggi e dettagli quotidiani diventano frammenti di un mondo osservato dall’interno.
Questa attenzione al luogo non esclude la storia. Con Partigiani del futuro, pubblicato da Edizioni Pendragon nel 2018, l’autore affronta la memoria della guerra di Liberazione a Castel Maggiore. Il fumetto storico non viene trattato come un monumento immobile, né come una celebrazione lontana. La memoria, nel suo lavoro, non è un repertorio di formule da ripetere: è una domanda rivolta al presente. Che cosa resta di una lotta, di un’idea di democrazia, di una responsabilità collettiva? E soprattutto: come trasmettere queste domande alle nuove generazioni?


Varone conosce direttamente il mondo dell’infanzia e della scuola. Per questo, nelle sue parole emerge anche una preoccupazione per bambini e ragazzi sempre più sottoposti a pressioni, costrizioni e frustrazioni. Non offre una teoria sociale definitiva. Il suo sguardo è quello di chi osserva ogni giorno e avverte che qualcosa, nella qualità dell’attenzione e nelle possibilità di crescita, si sta indebolendo.
È forse da qui che nasce il bisogno di rappresentare la natura: il cielo, la valle, le farfalle. A prima vista, questi elementi potrebbero sembrare una fuga dal mondo. Ma disegnare una nuvola, una farfalla o una memoria delicata non significa sottrarsi al presente. Significa, al contrario, opporsi alla sua distrazione.
Il fumetto è un’arte lenta. Una tavola richiede ore di lavoro; un libro ne chiede centinaia, talvolta migliaia. Ogni scelta — il taglio di una vignetta, il volto di un personaggio, l’intensità di un’ombra, il silenzio tra due immagini — impone una forma di permanenza. Per questo Varone sceglie con cura le storie che disegna, anche quando non sono state scritte da lui. Non è possibile dedicare tanto tempo a una narrazione che non corrisponde alla propria sensibilità.
In un’epoca che confonde spesso l’urgenza con la profondità, questa fedeltà al tempo del disegno acquista un valore particolare. Varone non cerca di trasformare il fumetto in un commento istantaneo sulle grandi questioni del presente. Non perché queste questioni non lo riguardino: le sue opere attraversano la Resistenza, l’emancipazione, la scuola, le arti marziali, la crescita e le trasformazioni sociali. Ma la sua risposta non consiste nel gridare più forte. Consiste nel guardare meglio.
Anche L’ultimo giorno, realizzato con testi di Linda Altomonte, si muove in questa direzione. Il fumetto affronta crescita, empowerment femminile, arti marziali e temi sociali; nella sua presentazione pubblica, la lettura delle immagini è stata accompagnata da una performance musicale dal vivo. Ancora una volta, il fumetto non rimane isolato nella pagina: dialoga con il corpo, con il suono e con l’esperienza condivisa.
La dimensione musicale non è dunque un elemento secondario. Il sassofono, l’ascolto e il ritmo entrano nel suo modo di intendere l’immagine. Una vignetta non è soltanto uno spazio da riempire, ma anche una pausa. Un disegno può avere la leggerezza di un passaggio musicale, il respiro di una nota trattenuta, il tempo necessario perché il lettore possa entrare nella scena.
Il mondo di Varone è fatto di persone e di presenze modeste: bambini, insegnanti, praticanti, donne anziane, artisti, abitanti di luoghi precisi. Nelle sue ricerche più recenti compaiono infatti storie dedicate alle donne anziane di Bologna e una raccolta relativa ad artisti del presente e del passato. Non sono soggetti marginali. Sono figure attraverso le quali il tempo diventa visibile.
Forse è proprio questa la forma di testimonianza che il fumetto può ancora offrire oggi. Non la pretesa di spiegare tutto, né l’obbligo di collocarsi immediatamente in ogni dibattito. Piuttosto, la capacità di fermarsi davanti a ciò che rischia di scomparire: un volto, un gesto, un paesaggio, un ricordo, un silenzio.

Gianluca Varone disegna l’Italia che conosce. Non un’Italia astratta, ridotta a stereotipo o a cronaca, ma un’Italia fatta di territori, legami e memorie. Le sue nuvole e le sue farfalle non sono evasione. Sono una scelta di cura. Ci ricordano che, prima di giudicare il mondo, è necessario tornare a guardarlo.
In questa lentezza risiede la forza del suo lavoro: offrire alle immagini il tempo di rivelare ciò che, nella fretta quotidiana, non siamo più capaci di vedere.

