Di Vilma Bieniek
Un omaggio all’artista che ha trovato nel paesaggio quotidiano un linguaggio unico e ci ha ricordato che non è mai troppo tardi per cominciare.
Quando ho letto della scomparsa di Lucia Laguna, ho sentito il bisogno di fermarmi. Non conoscevo personalmente questa artista, eppure nella sua storia ho riconosciuto qualcosa della mia. Per molti anni Lucia ha insegnato lingua e letteratura; solo dopo essere andata in pensione ha iniziato a studiare pittura. Io ho insegnato matematica e ho cominciato a scrivere a 53 anni. Sono percorsi diversi, ma conosco quella domanda che può accompagnare un inizio arrivato nella maturità: sarà troppo tardi per dare spazio alla parte di me che chiede di esistere?

La vita di Lucia risponde a questa domanda con le opere. Dalla finestra del suo atelier, a Rio de Janeiro, osservava il giardino, le case, i fili elettrici e il morro della Mangueira. Non aveva bisogno di cercare altrove un soggetto degno di essere dipinto. Tornava su ciò che vedeva ogni giorno e, attraverso colori, forme e sovrapposizioni, ne rivelava una complessità che uno sguardo distratto non avrebbe colto.
È questo che mi commuove profondamente nella sua pittura: la fiducia nel proprio mondo. Quando si comincia a creare più tardi, si può avvertire la pressione di recuperare il tempo, dimostrare subito il proprio valore, trovare un tema abbastanza grande da giustificare la scelta. Lucia mi ricorda che non occorre allontanarsi dalla propria esperienza per incontrare qualcosa di universale. Una finestra può aprire un paesaggio immenso, se chi guarda ha il coraggio di seguirlo fino in fondo.

Non penso che la sua autenticità fosse una scorciatoia capace di sostituire lo studio. Lucia ha imparato, sperimentato e lavorato sulla pittura con perseveranza. Ma la tecnica, nelle sue mani, serviva a rendere visibile il suo modo di percepire il mondo. Anche nella scrittura sento che imparare a costruire una frase o una narrazione è essenziale; ciò che dà vita a quelle forme, però, è la necessità sincera di raccontare.
La sua storia parla anche di età e dei limiti che gli altri, o noi stessi, imponiamo a ciò che possiamo diventare. Lucia iniziò a studiare arti visive dopo i cinquant’anni. Da quella decisione nacque un’opera che sarebbe arrivata al MASP e alla Biennale di San Paolo. Non voglio trasformare la sua vita nella facile promessa che ogni nuovo inizio conduca al riconoscimento. Ciò che per me conta è il gesto iniziale: concedersi il diritto di creare, senza aspettare che qualcuno dichiari l’età giusta per farlo.

Lucia disse una volta: «Avevo fretta. Ne ho ancora. La pittura è lenta». Capisco quella fretta. Cominciare a scrivere a 53 anni mi ha reso più consapevole del tempo. Ma la sua frase mi ricorda anche che un’opera chiede pazienza, attenzione, ritorni. L’urgenza di vivere e la lentezza del creare possono abitare insieme.
Lucia Laguna ci ha lasciati il 21 settembre 2026, a 85 anni. Resta la sua pittura; resta, per me, l’incoraggiamento a guardare con onestà ciò che ho vicino e a non rinunciare alla voce che ho trovato. Il critico e curatore Paulo Herkenhoff ha descritto così le sue opere:
«Un quadro di Lucia Laguna può essere letto come una trama di eventi pittorici alla ricerca di un punto di convivenza».

